martedì 5 maggio 2015

On the street/Of the street

Negli anni Ottanta, l’UNICEF ha stabilito una classificazione secondo la quale si possono distinguere i ragazzi di strada in due categorie: the children on the street and the children of the street. Appartengono alla prima categoria i bambini che lavorano tutto il giorno sulla strada, ma tornano a casa la sera per dormire. Appartengono alla seconda categoria i bambini che vivono permanentemente in strada, anche di notte.


Ritrovo la classificazione di cui ho letto e studiato tanto in questa foto, frutto della mia vita a Debre Markos day by day.




Il ragazzo a sinistra appartiene alla prima categoria, è un child on the street. Si chiama Abebe, ma l’ho rinominato Alessandro perché ha lo stesso identico sguardo di un ex-alunno in Italia…ormai tutti lo chiamano così. Abebe vive da sempre in questa città assurda e bellissima. Abita con la madre e una sorella più piccola di lui nello stesso quartiere dove si trova il mio ufficio. Del padre non si sa nulla, inutile cercare di approfondire la questione. Un giorno mi decido a chiedergli perché se ne sta sempre in strada, lo troviamo anche alle sei del mattino, sotto la pioggia scrosciante, o quando cala la notte… dice di avere una casa ma l’impressione è che la sua casa sia questo marciapiede consumato di fronte a uno degli hotel più lussuosi di Debre Markos. Non ha bisogno di molte parole per spiegare la situazione. A casa lui è l’unico uomo , e sua madre è molto povera, si mantiene vendendo pannocchie abbrustolite ai bordi della strada… difficile sfamare una famiglia, difficile per Abebe chiedere soldi, vestiti o altro a questa donna. E così passa il suo tempo qui, in mezzo agli altri steet children, lavorando come può, appena può. A volte lo vedo correre dietro a un minibus che sta per fermarsi, pronto a caricare i bagagli dei passeggeri; a volte lo vedo spingere il pneumatico di un camion, o pulire le scarpe dei passanti. Moltissime volte lo vedo semplicemente seduto in mezzo al “branco”, o impegnato in un’improvvisata partita di calcio con una vecchia bottiglia che fa da pallone.


Il ragazzo a destra appartiene alla seconda categoria, quella dei children of the street. Si chiama Abathun, viene da un villaggio sperduto nella campagna che circonda Debre Markos… è orfano di madre, viveva solo con suo padre. Un giorno si è stancato delle violenze domestiche, della vita povera del villaggio, e ha deciso di partire per la grande città. Mi racconta di essere qui da circa un anno. Ogni giorno lo guardo e mi chiedo se le sue aspettative sono state soddisfatte. È un ragazzino difficile da avvicinare, detesta le istituzioni, le autorità, non appena sente un minimo controllo o pressione si allontana. Ha il tipico piglio del leader, anche se è uno dei più piccoli del gruppo, e spesso lo vedo stupirsi come un bimbo di fronte alle cose più banali: il suo riflesso in uno specchio, una videochiamata in Italia, il racconto del mio viaggio in aeroplano. Lavora come può, come Abebe, e di notte dorme sul famoso marciapiede consumato… durante questi mesi mi è capitato spesso di trovarlo rannicchiato sotto la sua coperta a scacchi neri, restio ad aprire gli occhi nel mezzo della confusione di Debre Markos.


Guardo la foto e ripenso ai rapporti dell’UNICEF, alle teorizzazioni e alle categorie, e mi stupisco di trovarmi nel mezzo di questa realtà. Di sentirmi a mio agio in mezzo ai loro volti, già così familiari. E credo che questo scatto rubato alla strada ci regali un’immagine che supera tutte le nostre teorie e idee, e supera la durezza della vita in cui questi ragazzini loro malgrado si sono ritrovati. Perché mostra la loro forza, che nasce dal legame che li unisce e in poco tempo li rende come fratelli, al di là delle categorie esterne, delle differenze nella loro storia. Fratelli sulla strada, fratelli della strada…brothers on the street, brothers of the streets.


Sara Bosio
Volontaria SVE in Etiopia

giovedì 16 aprile 2015

Testimonianza Marco Angelucci

Sono ormai giunto alla fine di questa esperienza e sto trovando molte difficoltà a riuscire a dare una forma, a tradurre in parole sensate tutto quello che mi sta passando per la testa, visto che i pensieri per loro stessa natura non hanno nulla di concreto. Semplicemente compaiono nella mente, spesso in contraddizione tra loro a seconda dello stato d’animo del momento.

Al momento non riesco a rendermi conto, in modo concreto ciò che lascerò in questo paese ma voglio ringraziare tutti quelli che ho incontrato nel mio cammino, per avermi lasciato un qualcosa di loro: un semplice saluto di uno sconosciuto per strada, il sorriso dei bambini nelle passeggiate dopo le ore di lavoro, le innumerevoli persone conosciute in molti dei luoghi visitati con cui poi ho avuto la possibilità, con alcune di esse, di instaurare ottimi rapporti di amicizia, di confrontarmi o di conoscere semplici racconti di vita.

Facendo una carrellata di tutti i miei stati d’animo che si sono succeduti in questi mesi, diverse sono state le mie sensazioni su questa esperienza. Periodi di forte scoramento in cui è stata forte la sensazione di mollare tutto e tornarsene a casa, in un contesto familiare, dove ti senti  completamente a tuo agio, perché conosci perfettamente tutto quello che ti circonda. La difficoltà di comprendere alcuni gesti, alcune espressioni e modi di fare che rendono meravigliosa la loro cultura mi ha fatto spesso sentire solo nonostante fossi sempre in mezzo ad altre persone. Tutto ciò è stato dovuto in particolare alla difficoltà di comunicare con chiunque entrassi in contatto. La mia totale incapacità di comunicare in amarico e la difficoltà per loro di comunicare in inglese, ha rallentato il mio processo di inserimento nella loro cultura.

Fortunatamente, non sono invece mancati momenti di grande entusiasmo grazie a tutte quelle esperienze che in Italia mai avrei avuto la possibilità di poter fare come aver potuto fare un reportage fotografico di una prigione e conoscere le donne di una tribù per capire i loro problemi e le difficoltà che devono affrontare quotidianamente come il non farsi mangiare dai coccodrilli ogni volta che prendono l’acqua al fiume ed insegnare l’inglese a delle bambine che vivono in una casa famiglia.

Ero partito per questa esperienza pieno di dubbi, inconsapevole di cosa mi avrebbe riservato questo anno della mia vita e chiedendomi se non fosse stato più giusto investirlo in un altro modo, come ad esempio cercare una stabilità ed un equilibrio duraturo. Infatti non appena tutto questo sarà finito le paure per il domani riemergeranno, ma so con certezza che questi 12 mesi non sono stati affatto sprecati, perché ora guardo il futuro con più consapevolezza riguardo i miei obiettivi e le mie aspettative, dandomi la forza di affrontare sfide che solo un anno fa non ne avrei avuto il coraggio.





Marco Angelucci
Volontario Servizio Civile in Etiopia

martedì 14 aprile 2015

Testimonianza Giulia Letizia Spezzani

Pare che il mio anno di servizio civile sia giunto al termine, almeno questo è quello che dice il biglietto aereo Dar es Salaam-Milano fissato tra una decina di giorni. Non mi è facile immaginare quanto tutto sarà differente nel giro di una manciata di giorni, il paesaggio, il clima, le persone e chissà, forse anche io. Se chiudo gli occhi e mi concentro riesco ancora a percepire quella sensazione di eccitazione e curiosità che mi invadeva il giorno del mio arrivo a Bagamoyo, era il 22 Marzo dello scorso anno, e ricordo che ad ogni curva imboccata dalla macchina mi dicevo, chissà cosa c’è dietro l’angolo, forse il mare, di certo dobbiamo essere vicini perché guarda quanta sabbia!

Ebbene, dopo 11 mesi a Bagamoyo, non so ancora cosa aspettarmi dietro l’angolo, dopo una curva (una mucca può sempre essere in agguato), ma almeno so dov'è il mare e quali sono i punti in cui la sabbia è così alta da renderti difficile camminare, andare in bicicletta o pikipiki (le moto abitualmente utilizzate per i piccoli spostamenti). Già, credo che queste siano le uniche risposte che mi riporto a casa, insieme a molte domande, su di me, su questo posto e sulle persone incontrate.

Ero partita con tante domande: come sarà Bagamoyo? Come sarà lo staff? E le persone? Cosa farò? Avrà un senso tutto questo? Sopravviverò? All'ultima domanda mi sento di poter rispondere con un certo grado di sicurezza: sì, sono sopravvissuta e pare anche bene (nessuna infezione, strana malattia o altro), e per quanto riguarda Bagamoyo lo dico: è un posto che irradia bellezza, nonostante i numerosi tentativi di renderla meno attraente (basti pensare alle montagne di rifiuti che inondano le strade e la distruzione di foreste centenarie in alcune zone del distretto per la produzione di mkaa, il legno usato comunemente per cucinare).

Lo staff CVM è stata la mia famiglia qui in Tanzania, con loro ho condiviso le fatiche, le gioie quotidiane, la frustrazione, i pettegolezzi e tante risate. Mi hanno insegnato quante sfumature di grigio ci siano tra il bianco e il nero, quante diverse variabili si debbano considerare nell'interpretare una situazione, in fondo se una beneficiaria ritarda a ripagare mensilmente il prestito ottenuto, può essere semplicemente in attesa del raccolto e quindi a corto di risorse in quel momento e non necessariamente qualcuno che non sta ai patti. Insomma a loro devo un immenso grazie, per essermi stati umanamente e professionalmente vicini in tutti questi mesi.

Durante quest’anno mi sono scoperta e riscoperta. Ho scoperto quanto bianca sono, non solo fuori (il mio incarnato latteo non viene intaccato nemmeno dal sole equatoriale), ma anche dentro. È stata dura allentare i miei schemi per far posto anche a quelli altrui, per poi scoprire che magari ce ne può essere uno condiviso, ibrido tra i due precedenti. Ho scoperto quanto amo il cibo italiano, nonostante abbia trovato qualcosa di interessante anche nel menu tanzaniano. Mi sono sorpresa nel vedermi seduta a terra, nel negozio della sarta vicino a casa, a spulciare modelli di borse con una sconosciuta e a sognare quelle che più ci sarebbero piaciute.

Rispetto al senso del mio anno qui e alle persone di Bagamoyo, riparto invece con tanti dubbi, domande e questioni aperte. I cambiamenti non seguono i tempi di un progetto, sono processi lenti che vanno accompagnati con pazienza e perseveranza. Chissà, forse i risultati più duraturi delle azioni di oggi si vedranno tra una generazione, e proprio per questo la motivazione deve essere forte e l’obiettivo ben chiaro. Ecco, io a Bagamoyo durante il mio anno di servizio civile ho trovato questo. Nell'ascoltare le storie  delle persone incontrate, nel vedere i volti, io ho trovato un senso più profondo, una consapevolezza più acuta e tagliente, una motivazione più forte. I numeri letti tante volte su report ed articoli hanno preso vita, i beneficiari dei progetti, sono diventati persone con le quali rapportarsi, lavorare, gioire e perché no, anche arrabbiarsi.

Come ho detto più volte in questi giorni agli amici felici di sapermi a breve di ritorno, sento che questa esperienza mi ha cambiata profondamente, provo una sensazione di scavo interiore, Bagamoyo mi è entrata sotto la pelle, non so ancora con quale risultato. Ai cambiamenti visibili - ora affronto gli insetti di ogni forma e dimensione con una freddezza chirurgica - si affiancano cambiamenti invisibili ad un primo sguardo. La socievolezza tanzaniana, quella che ti impedisce di restare sola sulla spiaggia a leggere per intenderci, mi ha contagiata e, come qualcuno mi ha recentemente fatto notare, parlo anche con gli alberi; mi siedo senza vergogna a far compagnia ad una barista con il locale vuoto. Ho avuto il coraggio di farmi travolgere da ciò che mi ha circondata negli ultimi 11 mesi e ora sento il bisogno di trovare uno spazio mio per capire cosa sono diventata.




Giulia Letizia Spezzani
Volontaria Servizio Civile in Tanzania

venerdì 10 aprile 2015

Testimonianza Cristina Toppo

Il Servizio Civile internazionale è un’esperienza che consiglio a tutti. Non solo perché nasce come obbiezione di coscienza all’obbligo di leva, permettendo di partire per vere missioni di pace, ma perché è un’esperienza unica, irripetibile, nobile, ricca di valori ed insegnamenti.

In primis insegna ad essere stranieri e non viaggiatori. Si vive una realtà diversa dalla propria, spesso in luoghi dove i turisti non passano, dove bisogna adattarsi, adeguarsi, cambiarsi per non rischiare di essere emarginati. Insegna a non fare tutto ciò che si vuole, a non bere una birra a pranzo se un anziano signore può rimanerne sconcertato ed irritato, a non usare abbigliamenti inadeguati al contesto o a non usare un linguaggio troppo semplice e volgare. Tutto questo può accadere soprattutto se sei una donna. Non si tratta di limitare il diritto ad essere ciò che si vuole o la parità di sessi. Si tratta di quieto vivere, di integrazione, di rispetto. Io ad esempio ho imparato che sono libera di fare ciò che voglio fino a quando il mio volere non offende qualcun’altro, prima di venire qui era una frase fatta, ora ne ho preso coscienza al 100%.

In secondo luogo il servizio civile insegna ad essere patriottici, in modo sano. Si parte in qualità di difensori non armati della Patria e io ho iniziato a pensare a cosa è una Patria in questo periodo. Ho iniziato a volere bene all’Italia, ad apprezzarne ogni lato, anche quelli sempre criticati vedendoci qualcosa di buono. Sarà che qui in Etiopia gli Italiani sono amati. Non ci sono rancori e a parte qualche battuta sulla sconfitta di Adua si sentono storie bellissime di soldati italiani che nel momento in cui dovevano uccidere una qualche persona passata nel momento sbagliato nel posto sbagliato, l’hanno lasciata andare. Si sente l’Italia nel quartieri come Bella e Piazza e nelle parole in amarico: Berenda (Veranda), Calzi (Calze), Portamogaglie (Porta bagagli), e tutti i pezzi di motori e macchine.

La terza cosa imparata è che bisogna essere felici, sempre, in qualunque occasione. Che non bisogna piangersi addosso, che bisogna andare avanti sereni e riconoscenti. Che ogni sfida in realtà non è una sfida, ma solo vita. Che ogni momento triste non è triste, ma è vita. Questo lo si impara nei villaggi delle periferie, dove si vive con niente, dove è necessario che sia un ONG a dare l’acqua agli abitanti perché sembra che anche la natura si sia scordata di quelle zone. Dove la gente sorride, e non si sforza per farlo, dove i bambini mangiano una volta al giorno e hanno la forza per correre dietro la tua macchina urlando you you you, dove le mamme che si levano il cibo dalla bocca per darlo ai figli, sorridono nel vederli correre e poi ti salutano con la mano tenendo in braccio il figlio più piccolo, probabilmente il settimo. Si impara che l’invidia e la competizione sono bestie orribili, che bisogna essere felice del proprio status, del livello a cui si arriva senza vivere nell’angoscia di avere sempre un qualcosa in più. Ti insegna che nella disuguaglianza economica ci può e ci deve essere un’uguaglianza di spirito che si vede nei momenti in cui ci si scambiano le esperienze, in cui io ho dato un momenti di divertimento, magari ballando la danza tradizionale e ho ricevuto in dono la possibilità di danzare grazie ai cantanti dei bambini, un pezzo di tradizione regalatomi.


Mi porto a casa tante belle cose, e non mi interessa se i miei vestiti sono tutti bucati a causa dei legnetti che escono fuori da ogni mobile o consumati da saponi improbabili. Non mi interessa se le mie scarpe sono da buttare a causa di stradine piene di sassi e polvere indelebile. Non mi interessa se ameba e malaria mi hanno stesa, se la sera del mio ritorno, avrò in testa un disastro e addosso cose che ormai sembrano uno straccio, perché l’unica cosa che mi interessa è che dentro ho un nuovo Mondo, ho un nuovo punto di vista, che tornerò ricca, ricca dell’esperienza di persone che mi sembravano così diverse e che invece mi hanno resa così simile.



Cristina Toppo
Volontaria Servizio Civile in Etiopia

mercoledì 24 dicembre 2014

Auguri dall'Etiopia...

Mancano due mesi e mezzo alla fine di questa esperienza e a me sembra di aver iniziato da poche settimane. Pensavo che a così poco dalla fine sarei stata completamente diversa. Pensavo che vivere in un paese come l’Etiopia, mi avrebbe resa più forte, più positiva, più paziente, più riflessiva.
Invece no, non sono cambiata molto, più che altro è cambiato ciò che ho intorno, ciò che vedo e ciò che vivo, come il concetto di festa, come il Natale. Non ci sono in giro luci ed alberi addobbati, non vedo persone vestite di rosso che portano ingombranti barbe bianche davanti ai negozi, non ci sono file per farsi incartare regali, non ci sono regali, non c’è la magica atmosfera natalizia e devo dire...menomale!

Sì, menomale perché come potrebbe essere il Natale europeo o americano qui? In europa ci sono vari tipi di festeggiamenti, più o meno sfarzosi, con chi ha tutto e può tutto e chi fa del suo meglio per avere un Natale dignitoso, chi è felicissimo e chi si accontenta. Qui, invece, sarebbe una vera tortura, come è una tortura tutto l’anno vedere adolescenti con in mano l’ultimo modello di I-phone ed autisti ad aspettarli dentro una macchina che ha l’aria di costare quanto una delle case che molti abitano alla quale si avvicinano bambini senza scarpe e vestiti rotti sperando di ricavare 2 birr per un panino. Sarebbe l’ennesima conferma che, per quanto possa far male il pensiero c’è una prima, una seconda ed una terza categoria. Il Natale sarebbe un inferno: immagino i ricchi della Addis bene, intenti ad organizzare un Natale da film con addobbi e regali rigorosamente made in USA o in Italy. Immagino il ceto medio, pronto a rendere la propria casa natalizia ed i propri figli felici il più possibile. Immagino coloro a cui del clima natalizio non importa un tubo, perché sanno che ciò che è veramente importante è costruirsi un futuro facendo lavori impossibili, sopportando  le circostanze peggiori, facendosi coraggio, forse permettendosi un pasto diverso dal solito. Penso ai figli di quest’ultimi camminare in strada sentendo l’odore del Natale senza poterne assaggiare un po’.

Poi immagino una quarta ed una quinta categoria, immancabili in un paese religioso come l’Etiopia. Alla quarta appartengono quelli che veramente festeggiano, che siano ortodossi, protestanti o cattolici, quelli che pensano a ciò che realmente si celebra a Natale, ossia la nascita di Cristo, avvenuta in una stalla tra un asino ed un bue. Effettivamente se si pensasse a questa cosa la metà delle persone di tutto il mondo non celebrerebbe il Natale perché, dopo il battesimo, non è più entrato in una chiesa o perché semplicemente non crede. L’altra metà farebbe dei celebramenti diversi da quelli abitudinari, magari regalando ai figli un’esperienza nel mondo del volontariato, che in quest’ottica, ha molto più senso di una play station.

Alla quinta categoria appartengono i musulmani, che non festeggiano il Natale. È impressionante per me, nata e cresciuta in un paese Cattolico, dove molti hanno l’esigenza di creare una distanza tra la propria e le altre religioni, trovarmi in un paese dove in un tribunale trovi sul tavolo sia la Bibbia che il Corano, perché e normale che sia così. Mi trovo in un paese in cui la Moschea sorge a pochi metri dalla chiesa Ortodossa e la mattina puoi sentire i canti di entrambe. Qui le feste Cristiane sono feste nazionali come quelle Musulmane. I Musulmani fanno gli auguri ai Cristiani ed i Cristiani ai Musulmani.

Mi viene in mente una sesta categoria di persone, quelle che partecipano o non partecipano e basta, senza pensare a fare tanto come la prima, senza il bisogno di fare del loro meglio come la seconda, senza il problema di come affrontarlo come la terza, senza dare un’etica al Natale come la quarta o una motivazione religiosa come la quinta. Alla sesta categoria appartengono persone che non esistono, è formata da quelli che potremmo diventare se potessimo effettivamente cambiare. Niente eccessi, in positivo o negativo che siano, niente sensi di superiorità o di inferiorità, nessun ragionamento filosofico o religioso. Sarebbe bello festeggiare il Natale o non festeggiarlo come membri sella sesta categoria, tutti uguali, tutti uniti, forse sarebbe un vero Natale.

In questo non sono cambiata, avevo bisogno del Natale e per questo lo passerò in Italia tra panettoni ed addobbi, passeggiando tra le strade in festa della mia bella Roma, circondata dalla mia famiglia. Una cosa però è cambiata in me e si chiama riconoscenza. Mi sento fortunata e grata nel poter vivere tutto ciò che vivo. Tutti i felici Natali passati non li ho meritati, mi sono semplicemente capitati. Sarei potuta nascere a Sodo dentro un tukul senza sapere cosa accade al di là del mare e probabilmente avrei apprezzato come fosse oro la gallina magrolina e spennacchiata che i miei genitori avrebbero comprato con i risparmi di un anno. È questa riconoscenza che mi fa vedere le cose da un punto di vista diverso, così da sembrare che niente di tutto questo io l’abbia mai vissuto veramente.

Auguro un buon Natale a tutti a partire da coloro che lo festeggiano in grande, augurandogli soprattutto di rendersi conto di quanto oro c’è nel caldo delle loro case.



Cristina Toppo
Volontaria Servizio Civile in Etiopia


giovedì 13 novembre 2014

Raccontare Storie

Quando a inizio Settembre ho lasciato Bagamoyo per trascorrere qualche giorno a casa, mi sono trovata nella difficile situazione di raccontare a parenti ed amici quello che questi sei mesi in Tanzania hanno rappresentato per me. Ho sempre trovato difficile raccontare a terzi pezzi di viaggi, esperienze, storie sentite e persone incontrate. Alla luce di questo, al ritorno dopo ogni periodo passato lontano da casa, ho sempre atteso con un certo timore il momento in cui parenti ed amici avrebbero iniziato con  le domande di routine “Com’è andata?”, “Ma ti è piaciuto?”, “Cosa hai fatto?”, “Come ti sei trovata?”, “Cos’hai imparato?”.  Dopo anni di esperienza, posso dire con un certo orgoglio di aver ormai sviluppato tecniche di risposta tali da permettermi di condividere quello che io definisco “il giusto necessario”, ovvero quanto basta per dare qualche informazione ma allo stesso tempo trattenere per me il cuore dell’esperienza appena vissuta.
Di conseguenza, quando sono salita sul volo diretto a Milano Malpensa, avevo la consapevolezza che da lì a qualche ora, mi sarei trovata a dover raccontare i mesi trascorsi a Bagamoyo e che difficilmente i miei amici e la mia famiglia si sarebbero accontentati di qualche elusiva informazione perché, si sa, sei mesi in Africa sono qualcosa che stuzzica la curiosità delle persone.
Sorprendentemente, tuttavia, una volta giunta a casa qualcosa di nuovo è accaduto: per la prima volta ho provato il desiderio di condividere la mia esperienza. Ho raccontato a ruota libera i diversi aspetti della mia vita qui, dalla quotidianità a Bagamoyo, a quella in villaggio, dal lavoro in ufficio, alle attività durante le visite di monitoraggio nei villaggi del distretto di Bagamoyo, dai momenti di ilarità a quelli di sconforto e rabbia, perché se è vero che ci sono i primi è anche vero che le storie di vita che ascolti ti restano dentro come macigni e non hai altra scelta se non quella di diventarne testimone e di condividere con altri quella sofferenza per renderli consapevoli, per denunciare.
Mi sono così trovata a raccontare di quando, una mattina, durante un incontro nel villaggio di Msoga con il Education Committe locale, ovvero i gruppi di volontari che a livello di villaggio hanno il compito di sensibilizzare le famiglie in riferimento all’importanza dell’educazione dei bambini, io e Peacy, la facilitatrice di CVM alla quale sono affiancata, ci siamo trovate a fare visita a una famiglia dove era stato denunciato un caso di maltrattamento. Nello specifico, il caso riguardava un bambino, con handicap mentali fin dalla nascita, al quale non solo era negato il diritto all’istruzione, ma che era solito passare giornate legato ad un palo fuori casa e il cui stato fisico faceva sorgere molti dubbi anche sul suo stato di salute, mostrando evidenti segni di malnutrizione.
Oppure ho raccontato delle ragazze che fanno parte di Muungano, l’associazione di barworkers di cui CVM sta sostenendo la nascita nelle Wards di Bagamoyo. Ho raccontato di quanto sia difficile per queste donne, spesso solo ragazze, parlare di diritti in una realtà in cui non esistono contratti di lavoro, ferie o orari di lavoro precisi, in cui la paga è misera e in cui essere cameriere spesso significa dover vendere anche il proprio corpo ai clienti.
Ho raccontato le tante cose belle che questa esperienza mi sta donando, ma anche la concretezza che assume l’assenza di diritti per alcuni, i più deboli e vulnerabili.




Giulia Letizia Spezzani
Volontaria Servizio Civile Tanzania



giovedì 16 ottobre 2014

Mangiala!

Non nascondo la mia difficoltà a condividere in un blog un’esperienza così profondamente personale.
Cerco l’ispirazione in una calda domenica tanzaniana, di fronte ad un mare che repentinamente non riconosci più. Prima la bassa marea faceva apparire tutto più limpido e spazioso, ora un mare in burrasca sembra voler deglutire tutto quello che trova. Ripercorro a ritroso i giorni passati qui, dalla partenza in aeroporto con le lacrime in viso, a questa giornata malinconica.
Sembra facile per chi è rimasto, è facile dire “dai te la caverai”, “devi farci l’abitudine”, “i primi giorni sono sempre così”.  Altrettanto difficile è comunicare con chiarezza quello che si sente, quello che si respira e le mille domande che ogni giorno ti attanagliano. Perché sono qui, cosa troverò, cosa imparerò, cosa donerò, cosa cambierà.
Tutto è già cambiato molto.
Appena arrivata a Bagamoyo non mi sembrava di stare in un luogo appartenente al pianeta Terra, ora le sue strade, i suoi bambini, i rumori, la musica e gli odori sembrano essere diventati la mia casa, un posto che forse mi aspettava, e che non mi aspettavo. È la mia prima volta in Africa. E come mi ha suggerito Perfect, l’autista di CVM, “Se non mangi, sarà l’Africa a mangiare te”. È esattamente questa la prima sensazione che ho provato, essere divorata.
Le paure e le malinconie a volte arrivano, le lascio passare, perché non posso perdermi niente qui, nemmeno uno sguardo, un angolo dell’affollato e puzzolente mercato, una mano da stringere, una foto rubata dalla macchina. Perché sono in Africa, precisamente di fronte all’oceano Indiano! Avete presente bene dov’è? La quotidianità che cerco spesso me lo fa dimenticare, ma basta immaginarmi il mappamondo, farlo ruotare velocemente e stopparlo nel punto esatto in cui mi trovo e tutto ritorna ad essere nuovo, eccitante, e sorprendente.
Dalla prima settimana ad oggi ho già imparato più di quanto anni di università e tirocini mi abbiano mai insegnato. Gli staff meeting, gli interminabili database da compilare, i giorni passati in monitoraggio nei villaggi dove CVM ha i suoi progetti, le idee per i progetti da implementare in futuro, la peer education nelle scuole con BAGEA…
Una full immersion di sensazioni che ti fanno scordare il tempo che passa. E sono passati già nove mesi. Mesi nei quali non c’è stata una notte in cui non ho alzato il naso al cielo, perché so che sarà la prima cosa che mi mancherà quando sarà arrivato il momento di tornare a casa.Perché non si può fare a meno delle luce di queste stelle, non si può fare a meno del buio vero della sera, dell’immensità di questo cielo, delle forme strane che assume questa luna, dei colori dei vestiti delle donne, dei piedi sporchi di questi bambini, del sapore del chapati e dei mandazi.
MANGIALA! È l’augurio che mi faccio.

Che arrivi a tutti i volontari come me sparsi in questo immenso continente.




Valentina Corbucci
Volontaria SVE - Tanzania

giovedì 2 ottobre 2014

Un giorno a Talawanda

Quando il Martedì di quasi ogni settimana si parte per 2, 3 o 4 giorni di visite di monitoraggio dei progetti nei vari villaggi del Distretto di Bagamoyo, il primo pensiero che mi passa per la mente è: “chissa cosa accadrà, chi incontreremo questa volta”; perché ogni incontro lascia sempre qualcosa: un mix di emozioni che è difficile da spiegare a parole e tanto meno da scrivere; troppi eventi si succedono, e tante realtà diverse si mescolano.

Nell’ultima settimana di Agosto, io, Giulia e Peace – facilitatrice CVM - siamo andate in monitoraggio a Talawanda, un villaggio sulle colline nel Distretto di Bagamoyo. In quest’area CVM ha raggiunto diverse donne e ragazze attraverso il suo progetto di Microcredito e la più recente cooperativa Wandele SACCO, ed è proprio per monitorare lo stato delle cose che siamo arrivate lì Martedì mattina.

La caratteristica che differenzia Talawanda da altri villaggi è che per la prima volta 2 anni fa CVM ha coinvolto le donne della tribù Masai nel progetto di Microcredito e Wandele SACCO. A differenza di altre zone all’interno del Distretto di Bagamoyo, in questa provincia la tribù Masai è presente in grandi numeri, ed è impossibile guidare lungo la strada da un villaggio ad un altro senza incontrare o trovarsi circondati da una loro mandria di mucche. Coinvolgere le donne Masai nei progetti non è semplice, specialmente quando si cerca di coinvolgere un gruppo piuttosto che una singola persona, ma gli sforzi e il duro lavoro di CVM hanno portato ad un coinvolgimento di  6 donne di età tra i 20 e i 60 anni. Quattro non sono in grado di leggere e scrivere ma grazie all’aiuto di figli e nipoti hanno dimostrato di essere tra le più capaci a gestire le loro finanze e, nel caso del progetto di micro-credito, a tenere in ordine i conti. 

L’incontro e l’affetto dimostratole dalle donne Masai a Talawanda è un ricordo che mi accompagnerà per sempre. In tutti i villaggi in cui andiamo Peace è sempre accolta con molto affetto e rispetto, ma a Talawanda abbiamo ricevuto un’accoglienza unica. Le ‘mame Masai’ ci hanno accolto con abbracci, canti di gioia e sorrisi enormi e la loro gioia ed entusiasmo ci ha accompagnato per tutta la durata della visita.

In particolare a colpirmi è stato il modo in cui Magdalena, la donna Masai più anziana del gruppo, ci ha accolto. La sua gioia nel vedere Peace era palpabile, il suo abbraccio era come quello offerto ad una sorella dopo un lungo periodo di lontananza: ricco di felicità. La sua dimostrazione d’affetto chiara si é però mischiata ad un po’ di rabbia, dettata dal fatto di aver saputo troppo tardi del nostro arrivo in paese. Non ha così avuto modo di prepararci un’accoglienza degna di nota: un pranzo ricco di carne (almeno una capra) accompagnato da prelibatezze locali.


Grazie al sostegno economico iniziale dato dal progetto CVM, tutte e 6 le donne Masai, così come le altre beneficiarie, sono state in grado di iniziare attività economiche che le hanno rese economicamente indipendenti e stabili. Magdalena ha allargato la sua attività di allevatrice, acquistando polli e iniziandone la vendita in aggiunta a quella di latte prodotto dalle sue mucche. Le altre ‘mame Masai’ hanno acquistato pannelli solari e avviato individualmente delle attività incentrate sull’offrire luoghi in cui è possibile ricaricare cellulari e altri apparecchi elettronici dato che l’intera area non è ancora stata raggiunta dai cavi della corrente elettrica.

Peace e Mama Masai

Chiara Crenna
Volontaria Servizio Civile - Tanzania

venerdì 19 settembre 2014

La Seconda

“Ma se capirai,
se li cercherai fino in fondo
se non sono gigli
son pur sempre figli
vittime di questo mondo

De André, La città vecchia


Da quando ho messo piede in Africa sicuramente sono ancora tante le emozioni e le sensazioni che devo sedimentare prima di poterle raccontare. E’ come quando si sviluppa una fotografia in modo analogico. La carta sensibile colpita dalla luce deve essere messa a bagno in diversi liquidi. Solo seguendo meticolosamente tempistiche e processi, i reagenti faranno comparire le immagini. All’inizio non ci sono che macchie che via via si definiscono e diventano delle figure.

Quando mi guardo alle spalle, quando mi volto a guardare la strada percorsa fino ad ora vedo tante immagini che sono ancora nel processo di prendere forma. A volte si fanno degli incontri, a volte è più semplicemente  l’incontro con la realtà che ti fa riflettere. Tra le “fotografie della mente”, probabilmente c’è una mattina a Lugoba, un villaggio che come altri è attraversato dall’autostrada e alla sera si vedono parcheggiati lungo i margini della carreggiata camion e tir, che nel buio sembrano possenti mostri addormentati. A Lugoba pernottiamo spesso durante le nostre visite di monitoraggio ed è sempre molto interessante osservare la vita, la quotidianità quasi rituale, che si svolge ai lati della strada, come fossero le sponde di un fiume.

Una mattina come altre abbiamo iniziato la giornata con un chai ya rangi (the nero) e chapati per colazione. Il locale in cui ci rechiamo è essenzialmente una tettoia con dei tavolini e sedie di plastica di vari tipi. Le ragazze, cameriere e cuoche,  bollono l’acqua o il latte per il the o destreggiano padelle sui fuochi.  Ci sediamo a un tavolo e ci viene incontro una delle cameriere. È una ragazza alta, robusta. È difficile darle un’età. Potrebbe essere una mia coetanea. Forse ha qualche anno in più, forse qualche anno in meno. D’altronde qui sono in molte le persone che non conoscono la propria età e che talvolta non riescono nemmeno a formulare una stima credibile. 

Mi è parso di sentire qualcuno chiamarla Pili. Non sono sicura sia il suo nome, ma le calza bene. Pili è uno dei nomi femminili più diffusi in Tanzania. Significa “la seconda”, e questa ragazza non ha proprio l’aria di essere un “numero uno”, una vincente. Pili ha gli occhi piccoli incastonati in un viso tondo dai lineamenti grossolani. Li tiene socchiusi e li sbatte come chi ha molte ore di sonno in arretrato, ha un’aria stravolta. Si appoggia con i palmi delle mani al nostro tavolo e per un attimo sembra ci stia per cadere addosso, invece resta lì e attende che le si ordini la colazione. Porta un vestito di maglina sintetica fucsia che le fascia un corpo procace, ma goffo.

Quando sono arrivata nel pomeriggio del giorno prima, l’avevo vista seduta a un tavolo dello stesso bar in cui ora serve. Accanto a lei c’era già una bottiglia di birra vuota. Una di una lunga serie.  E’ rimasta lì tutta la sera a perdere il suo tempo, a consumare le ore di una vita che pare non aver senso. La sera voleva che un cliente del locale le comprasse un libricino che un venditore ambulante proponeva assieme ad altra mercanzia di dubbia utilità. Farsi fare un regalo, ho pensato seguendo la scena, doveva essere un modo per provare anche per un solo istante l’ebbrezza disperata di un briciolo d’amore.

Di questa ragazza non so nulla. Non so da dove viene, né se mai ha avuto un sogno. L’ho osservata e ripenso a lei come a una fotografia all’incontrario… l’immagine sta diventando “macchia”. La sua immagine sembra essere lo specchio di una vita che invece di diventare più definita, sta perdendo forma e via via si fonde e confonde nello sfondo fino a venir fagocitata dal contesto. Nei miei seguenti passaggi a Lugoba non l’ho più vista o forse semplicemente non l’ho riconosciuta. Dopotutto Pili, come tante altre ragazze nate nei villaggi del distretto di Bagamoyo, non è che una delle molte comparse nel grande film della vita. Le si nota solo se si impara a dare significato ai dettagli in secondo piano.

Veronica Weffort
Volontaria Servizio Civile in Tanzania


Monitoraggio gruppo microcredito - Lugoba, Tanzania

martedì 26 agosto 2014

Di casa in casa, di sogno in sogno

La prima volta che entrai nel compound dell’ufficio del CVM a Debre Tabor quasi non la notai – complice forse la struttura minuta e quella sua timidezza reverenziale – tanto ero curioso ed emozionato di visitare il sobrio ma accogliente edificio che da lì in avanti avrei imparato a chiamare birò, o semplicemente office. Non credo se la sia presa, ma ciò non mi consola.

Tiruwork Mesfin ha 25 anni, professione yebet serategna, in inglese cleaner o housemaid. Lo sguardo luccicante, copertina di un volto vissuto, trasmette una semplice bellezza, e la confonde con il timore di mostrarla. Vive da dieci anni a Debre Tabor, ma è nata in una provincia rurale, distante qualche decina di kilometri. Città e campagna sono strettamente collegate in questo angolo di mondo, vivono in una simbiosi millenaria e si nutrono l’una dell’altra. Tiruwork fu una delle tante a decidere di migrare, di abbandonare quel pezzo di terra che per molti lunghi anni aveva chiamato casa.

Prima di quattro figli, fin da bambina aiutava la madre a trasportare i prodotti al mercato. Quei pochi birr (moneta locale) costituivano l’unica fonte di reddito per la famiglia. E non bastavano: non per la scuola, non per i vestiti. Alla morte del padre, Tiruwork aveva 10 anni, nessuna istruzione, qualche straccio, pochi amici e tre fratelli da mantenere. Viveva là dove il mondo finisce, dove uomini e donne perlopiù passano, piccoli e insignificanti tra imponenti montagne e sconfinate verdi distese. Le sole cose che conosceva allora erano i prezzi del mercato del sabato; sapeva che il giorno si alterna alla notte, le piogge al sole, che gli animali non hanno pensieri e che qualcuno più in là poteva ciò che voleva. Fu così che la ragazza divenne moglie, e senza volerlo Tiruwork si ritrovò donna, sposata ad una promessa di futuro.

Arrivare a Debre Tabor a 15 anni non è semplice, non lo è lasciare la madre e i fratelli. Fu l’orgoglio, o il dolore delle ferite, profonde sul corpo fragile, o forse il coraggio di inseguire il mondo, di correre la propria vita e di scegliere la scelta. In cerca di lavoro, Tiruwork si rivolse alle poche amiche in città da più tempo di lei, che la indirizzarono da una famiglia benestante. Il fatto di avere vitto e alloggio sembrò un’opzione allettante per la ragazza, che del resto non aveva doti professionali oltre a quelle di casalinga. La sistemazione avrebbe dovuto essere provvisoria, ma finì col durare tre anni, durante i quali Tiruwork non vide alcuna retribuzione per i suoi servigi.

In Etiopia la legge non riconosce le housemaids come lavoratrici; di conseguenza l’Ufficio del Lavoro e degli Affari Sociali non ha mai stilato un contratto per esse. Così, resta a discrezione del padrone decidere le mansioni, le ore settimanali, la presenza o meno di una retribuzione. Nel migliore dei casi l’impiegata può strappare un “contratto orale” (in italiano suona quasi come una contraddizione in termini), cioè un accordo di massima tra le parti. Il CVM si batte da diversi anni per restituire dignità alle molte donne, troppe, che per pochi birr sono costrette a qualunque tipo di attività la famiglia disponga. Tiruwork si considera fortunata perché nonostante le difficili condizioni, il padrone le permise di frequentare la scuola serale, la cui tassa era inizialmente di 23 birr mensili, poi negli anni salita a 50 (circa 2 euro). Grazie ai suoi sforzi ora Tiruwork ha conseguito il grado 10, corrispondente alla fine del liceo.

In seguito, sotto consiglio di un’amica, la diciottenne decise di lasciare la famiglia, per ricominciare da capo, per trovare un’altra casa. Oggi Tiruwork lavora come inserviente part time in quattro diverse case, per una media di 4 ore giornaliere. In più, lava vestiti per alcuni conoscenti e cucina l’injera (pane locale) che poi consegna a diversi rivenditori.

Da cinque anni Tiruwork cura la contabilità di Tesfa Hiwot (Speranza di vita), l’associazione delle housemaids di Debre Tabor, fondata con l’aiuto del CVM. Ad oggi sono 108 le donne che periodicamente si incontrano per discutere, promuovere l’educazione delle più giovani, seguire training sulla prevenzione dell’HIV, amministrare collettivamente una copisteria per risparmiare del denaro da destinare ai membri più bisognosi. L’associazione ha come obiettivo ultimo quello di restituire dignità alle lavoratrici domestiche, ottenere un contratto scritto con un salario minimo garantito dal governo regionale, fermare il flusso di donne migranti verso i paesi arabi.

Tiruwork è coinvolta nelle attività dell’associazione in ogni momento che trova. Quel che le avanza lo dedica agli altri, consapevole che l’unità e la solidarietà sono le sole armi a disposizione di chi non ha nulla. In futuro vuole smettere di sognare, vuole avere una propria famiglia e una casa. Questa volta tutta per lei. E spera di poter un giorno regalare ai suoi figli la giovinezza che lei non ha vissuto.



Simone Franceschi
Volontario Servizio Civile in Etiopia



martedì 5 agosto 2014

Quando il pensiero non basta...

Biruh Tesfa (dall’amharico “futuro luminoso”) è un’associazione di bambini poveri ed orfani con sede a Debre Markos, in Etiopia, nata con lo scopo di aiutare questi bambini a crearsi un avvenire migliore, ad affrontare e conoscere i problemi e i rischi della vita, a ridare loro una speranza e fornire quel supporto senza il quale molti rimarrebbero a vivere per strada. Le attività che porta avanti sono: ricongiungimento familiare dei bambini di strada insieme a CVM, sostegno scolastico, formazione, attività sportive e ricreative, microcredito.

Portare avanti queste attività non è sempre facile, spesso infatti non ci sono i fondi necessari per farlo e può capitare che i volontari si trovino in difficoltà. In particolare, Giovanna e Sara – volontarie SVE – ci hanno recentemente fornito un breve resoconto sulle attività che stanno seguendo proprio a Debre Markos, in collaborazione con CVM:

"Da alcune settimane siamo entrate in contatto con gruppo di street children che lavorano intorno alla zona dell'ufficio di Biruh Tesfa. Uno di loro ci ha chiesto di tornare a casa e l'abbiamo riportato al suo villaggio; ora, con la collaborazione dello staff CVM e di alcuni membri di Biruh Tesfa, stiamo monitorando la situazione per far sì che il ricongiungimento familiare vada a buon fine. Per quanto riguarda gli altri ragazzi la situazione è più complicata, quindi per il momento non è possibile pensare al loro ritorno in famiglia.In questo periodo fa parecchio freddo, piove sempre e loro sono in strada giorno e notte senza riparo né vestiti adatti. Così ci siamo informati sull'esistenza o meno di una struttura temporanea a Debre Markos ma per il momento, purtroppo, non ci sono strutture di questo tipo. Ne abbiamo parlato con Geremow (Responsabile CVM del Progetto a Debre Markos), con il Child Expert  (Women and Children Office – Ufficio Donne e Bambini) e con le autorità locali e abbiamo deciso di costruire una struttura temporanea in lamiera per ospitare i ragazzi durante la notte. La polizia ci ha dato il suo appoggio e ci ha offerto uno spazio utilizzabile nell'area dei loro offici. Purtroppo, non abbiamo denaro a sufficienza per comprare la lamiera, ma abbiamo deciso di contribuire personalmente per i costi di costruzione che si aggirano intorno ai 10,000 Birr (400 Euro). Inizieremo questa esperienza con il gruppo dei 5 ragazzi che già conosciamo e che si sono dimostrati entusiasti della proposta. Geremow e il responsabile dell'ufficio di polizia ci hanno assicurato che in una decina di giorni il lavoro sarà fatto e potremo iniziare ad usare le struttura. Intanto continuano le visite alle OVS (Orphans and Vulnerable Students – Studenti orfani e vulnerabili), le attività con Biruh Tesfa e i trainings; siamo molto soddisfatte, anche per l'aiuto che ci sta dando il nuovo volontario, Binyam, e il membro di Biruh Tesfa, Wendale."

Giovanna e Sara





martedì 29 luglio 2014

Essere un bambino

"Una domanda banale, senza pensarci troppo come si fa tra due persone, due amici che si stanno conoscendo, che si stanno raccontando:
“Ma quando è il tuo compleanno che organizziamo qualcosa di bello?”
“Non lo so, non ho mai saputo quando sono nato, non ho mai festeggiato il mio compleanno.”

La risposta che non ti aspettavi, ma che dovevi immaginare, dopo tutti questi mesi e tutte le persone conosciute, tutti quei bambini senza compleanno e senza famiglia e di nuovo ti soprendi.
Forse perchè questo ragazzo ad Addis sembra così vicino a me, con i pensieri, il modo di vedere il mondo, il modo di cantare mentre cammina, però due storie diverse,una con 27 compleanni tanto attesi e l’altra senza un giorno proprio in 20 anni. Se penso a quell’aspettativa perenne per il mio compleanno, come se ogni volta in quel giorno dovesse succedere qualcosa di unico e incredibile, il mio giorno, quel giorno speciale che si aspetta come la notte prima che arrivi il Natale. E poi ci pensi bene su, un giorno come un altro in fin dei conti ma comunque unico per te...ma lui non ce l’ha né speciale né anonimo...quel giorno non sa quale sia.

Tanti bambini qui non hanno quel giorno, chissà se sono nati in estate quando piove a dirotto o in inverno quando fa caldo e tutto è verde e meraviglioso, chissà se sono nati di giorno o di notte.

Durante un workshop per OVC, bambini orfani e vulnerabili, dove con tutto il mio impegno cercavo di seguire al meglio la conversazione, con qualche aiuto da un ragazzo che mi traduceva come poteva ciò che veniva detto, ad un certo punto una ragazza si alza e ciò che comprendo è che sta recitando una poesia. Non so altro perché sono tutti zitti a guardarla e anche il mio giovane traduttore ammutolisce di fronte a questa splendida recita.
Non voglio disturbare questo momento, aspetto e mi godo l’attimo, quelle parole che per me purtroppo sono solamente suoni, ma che percepisco come parole importanti, si percepisce anche dall’imbarazzo e dallo sforzo che questa ragazza sta facendo per leggere di fronte a tutti ciò che da sola ha pensato, scritto, composto.
Un bellissimo applauso arriva e lei sorride contenta, contenta di essere riuscita a condividere quelle parole e poi mi guarda e mi fa un cenno che vuol dire "tranquilla dopo te la spiego in una lingua comune". E infatti nell’intervallo arriva si siede insieme ad un'amica, che conosce l’inglese un po’ meglio di lei, e insieme mi dicono che questa poesia M. l’ha scritta sugli “Early Marriages”, matrimoni precoci se così si può tradurre, e racconta di una ragazza che tutto ciò che vuole nella sua giovane vita è andare a scuola.
I suoi occhi hanno visto cose terribili e le sue orecchie sentito cose che nessuno vorrebbe ascoltare, aveva una vita semplice, una famiglia molto rigida, nessun compleanno per lei, nessuna festa, nessuno sfogo, ma non le importava, lei solo voleva andare a scuola, quello era il suo sogno.
Ma questo sogno troppo presto divenne un incubo, quell’uomo che lei non conosceva e che le faceva paura cominciò a chiedere alla famiglia di poterla sposare e suo padre accettò di buon grado.
La ragazza non si oppose perché non aveva altra scelta, la volontà del padre non poteva essere messa in discussione e il matrimonio si celebrò e lei pianse tutto il tempo.
Sapeva che la scuola e la possibilità di una vita erano svanite per sempre, era una moglie ora, anche se era ancora una bambina. Una bambina che pochi mesi dopo si accorse di avere una creatura in grembo. Ebbe una bambina quando lei era ancora una bambina che solo voleva andare a scuola. Promise a se stessa che quella bambina sarebbe andata a scuola e avrebbero festeggiato insieme il suo compleanno.

Ho guardato M., la scrittrice, aveva gli occhi lucidi, in inglese forse quelle parole sembravano ancora più forti e quella storia più vera. L’ho ringraziata per aver condiviso con me quei pensieri e lei mi ha sorriso spiegandomi che era una storia vera di una ragazza che vive vicino a lei a Debre Tabor e che purtroppo ce ne sono mille di storie così.
L’educazione serve a tutti perché queste cose smettano di esistere, mi ha detto, e perché i bambini possano finalmente avere un'infanzia. Già, ogni bambino dovrebbe avere il diritto di essere davvero un bambino.

A questa poesia ho pensato quando quel ragazzo mi ha risposto che non sapeva il giorno in cui era nato. Abbiamo stabilito una data, il suo mese preferito e il suo numero preferito.

Quest’anno festeggeremo il suo compleanno non vi sono dubbi e sarà un giorno meraviglioso."

Francesca Peirotti
Volontaria Servizio Civile in Etiopia



giovedì 24 luglio 2014

Da piogge in piogge

"Qui a Soddo la stagione delle piogge è iniziata da un paio di settimane e, nonostante il fango e l’acqua che arriva ovunque (anche all’interno dei Bajaj blu a 4/5 posti, nel quale salgono 6/7 persone a volta), non mi sta dispiacendo affatto.

C’è un qualcosa di bello da vivere in ogni momento - così come in ogni parte del mondo - solo che qui vedere il lato positivo delle cose è molto semplice. L’ho capito perché, inaspettatamente, sto bene anche quando aprendo il rubinetto non scende acqua, quando il computer ed il cellulare sono scarichi e non si possono ricaricare perché non c'è corrente e quando per colpa di un frullato di mango e papaya o di qualche spezia non si dorme la notte. Non è una scelta, quella di stare bene. Come si fa a non essere felici di tutto, quando ti trovi davanti bambini che giocano entusiasti con macchinette fatte di bottiglie e tappi, con palle bucate, con corde fatte di foglie di banano o che rimangono a bocca aperta davanti ad una penna colorata? Viene voglia di costruire una corda di banano o biglie di fango anche a me. Fango, sì, quello inizia ad essere un problema. Soprattutto quando ci slitti sopra di continuo perché sai che prima o poi cadrai.

Comunque sia, le piogge tropicali hanno un fascino tutto loro difficile da descrivere. Piove per ore, piove tanto, oppure piove all'improvviso, per poco, ma piove comunque tanto. Sono secchiate d'acqua buttate in terra dal cielo, come se qualcuno lassù trovasse divertente vedere la gente correre tra i vicoli delle cittadine cercando un riparo. È un momento in cui si è tutti uguali. Nei 60 secondi che passano dall'inizio della pioggia alla cascata d'acqua, non si fa in tempo a tirare fuori ombrelli, impermeabili, stivali da pioggia e parolacce, si pensa solo a cercare un riparo. È proprio quello il momento che preferisco, che mi affascina, quello in cui nelle tue scarpe è entrata moltissima acqua ed i tuoi piedi sono bagnati tanto quanto i piedi nudi dell'uomo accanto a te; oppure quello in cui il bambino che di solito urla “ferenge” al tuo passaggio non penserà a sottolineare che sei un estraneo, oppure il momento in cui quella donna lì, in fondo, ha gli stessi tuoi capelli arruffati e il tuo stesso broncio da pioggia improvvisa. 
Poi però pensi che il tuo broncio è per i piedi bagnati, per i capelli ormai arruffati o per i panni stesi ad asciugare, mentre la donna probabilmente sta pensando al suo piccolissimo bimbo andato a giocare chissà dove, oppure al peperoncino messo ad essiccare, oppure alle mille cose che ha da fare prima che finisca questa ennesima giornata. A questo punto il tuo broncio scompare e cerchi di cogliere tutto ciò che c'è attorno per farne ricordi. Non vuoi perderti nulla, perché sai che anche l'asino che rimane impassibile sotto la pioggia può insegnarti qualcosa, ed infatti hai imparato che per quanto è tanta ed è fastidiosa questa pioggia, non corrode. Non succede niente se invece di stranirti ed imbronciarti prendi un po' di pioggia, dopotutto quell'asino è ancora vivo e ci sono tante persone che continuano impassibili a fare ciò che facevano prima, per le strade, sotto la pioggia. 
Ad esempio i detenuti e le loro guardie. Anche se piove qui non esistono i mini bus della polizia penitenziaria, i detenuti si recano alla Corte a piedi, in gruppi di 15/20 persone, circondati da una decina di guardie armate di mitra. Camminano sotto la pioggia, guardandosi attorno, chissà se si accorgono che piove oppure pensano al loro passato, ai loro sbagli e a quello che sarà di lì a poco della loro vita.
A quel punto inizi a camminare sotto la pioggia anche tu, tranquillamente, a passo normale. Pensavi di essere derisa e puntata da qualche ragazzino e invece nessuno ti nota, nessuno ti trova diverso, passano degli studenti accanto a te e niente... ed ecco che arriva l'affascinante momento in cui Madre Natura ci insegna che siamo tutti uguali: se piove, piove per tutti, se l’aria è fredda o calda, lo è per tutti, così come sono per tutti i terremoti, i maremoti e le primavere."




Cristina Toppo
Volontaria Servizio Civile in Etiopia

giovedì 17 luglio 2014

Se ti chiedessero di descrivere Valentina...?

"Preparando un testo che parlasse di Valentina, ho pensato ai vari momenti condivisi insieme con lei in Italia e a distanza (Italia- Etiopia e Tanzania-Etiopia). Ho pensato al suo sorriso, alla sua semplicità, al suo camminare in punta di piedi, ma a grandi passi, percorrendo tanti chilometri in Italia come fra le strade più remote dell’Etiopia, al suo avere sempre una parola di sostegno e di coraggio per tutti.
Ho pensato anche a tutto quello che lei ha lasciato dietro di sé, dovuto agli incontri fatti, ai sorrisi regalati, alla grande professionalità e serietà sempre dimostrata, e così vorrei lasciare che a descriverla siano coloro che come me, da volontaria a volontaria, hanno potuto godere e condividere con lei lo spirito e la bellezza del servizio a favore del prossimo, con umiltà, in ogni angolo del mondo."
Serena Morelli


“Pensando a Valentina, la prima cosa che mi viene in mente è "instancabile".
Quando ti trovi a lavorare direttamente con lei non ha orari, è piena di idee e lavora sempre a pieno ritmo, apparentemente senza stanchezza e per lo meno, senza lamentarsi!
Durante le occasioni che ho avuto di lavorare al suo fianco in Etiopia era quella che andava a dormire più tardi e quella che si alzava prima al mattino. Sempre con il computer acceso a terminare qualcosa di inevitabilmente....urgente!
E' sempre disponibile per tutti, volontari, colleghi, visitatori, funzionari anche a discapito dei suoi tempi personali, dei suoi spazi o delle sue ore di sonno!
Uno si chiederà dove trova, una donna così apparentemente esile, tutta questa forza ed energia. Una grossa parte le viene dalle sue esperienze di vita, dalla sua persona, dalla sua umanità, dalla sua determinazione. Ha impostato la sua vita per la co-operazione e per il volontariato. Ed il resto, senza dubbio, le arriva dai beneficiari che incontra, dai volti delle persone, dagli occhi che incrocia e dalle storie che ascolta.
Valentina è una che non ama mettersi in mostra, essere in prima linea. Eppure in questa occasione per dare visibilità alle persone per le quali si impegna tanto è passata anche per qualcosa, come questo video, che avrebbe evitato volentieri. Forza Vale!!!"


Marta Rogante



"Ho conosciuto Valentina al CVM e subito si è dimostrata una persona molto aperta, sincera e spontanea, con la quale condividere le giornate risultava facile e automatico. 
In questi anni abbiamo vissuto alcuni momenti di difficoltà e profonda stanchezza, trovando sempre il modo per ridere dei piccoli problemi e gioire profondamente nei momenti in cui riuscivamo a fare qualcosa di bello. Valentina è una persona forte, instancabile e coerente, che non ha paura di testimoniare con la propria vita i suoi valori. Lavorare ogni giorno al suo fianco permette continuamente di arricchirsi."
Chiara Pieraccini



"Qualcuno dice che La grandezza si nasconde sempre dietro la semplicità e l’umiltà: non saprei trovare parole migliori per descrivere Valentina.
Valentina in tre parole è: dedizione, tenacia e professionalità.
Un esempio come compagna di “viaggio” ed un privilegio averla come amica."

Antonella Grasso


"Valentina Palumbo a prima vista appare piccola, minuta e fragile, ma racchiude un’energia, una forza interiore ed una determinazione che ci hanno davvero sorpreso. La sua prima volta in Africa e la responsabilità di Rappresentante Paese poi per il CVM, sono state davvero una sfida.
Valentina è stata un vero testimone di CVM, così come ha testimoniato i valori cristiani. Ha viaggiato centinaia di migliaia di chilometri in zone molto rurali dell’Etiopia (in auto o in bus) per sostenere le squadre locali e aiutarli a fare di più e meglio. Le cameriere e ragazze che lavorano nei bar o le prostitute sono divenute la sua priorità e lei ha portato i loro bisogni e diritti all'attenzione di tutti a livello locale, nazionale e internazionale. Problemi idrici e igienico-sanitari non sono stati lasciati fuori e quest'anno CVM inizierà un nuovo progetto di approvvigionamento idrico e miglioramento dei servizi igienici con la Comunità Kara, un gruppo semipastorizio che vive sulle rive del grande fiume Omo, un’area molto isolata e senza accesso all'acqua potabile, a 1500 km da Addis Abeba.
Valentina ha fatto propri i valori del CVM e il lavoro in Etiopia più che la chiamata al dovere, e davvero è stata fonte di ispirazione per tutto lo staff e i volontari sia in Etiopia e Italia. E ' stata davvero testimone coerente ed è stata per me una fonte d'ispirazione. Per Valentina niente è troppo grande o troppo piccolo da affrontare - e niente è stato mai fatto a livello superficiale, cosa che ho molto apprezzato. La sua guida forte è stata la sua fede cristiana e quello che lei sta facendo è stato per lei un risultato molto naturale del vivere la sua fede."

Marian Lambert
Direttore CVM