giovedì 23 settembre 2010

Netsanet Eiigu, consulente delle donne incinte per la prevenzione dell'HIV


L’HIV le ha portato via il suo primo bambino quando aveva appena tre anni, ma il desiderio di avere un altro figlio dopo quella grande perdita era così grande che Netsanet Eiigu ha voluto sfidare quel terribile virus, che ha colpito lei e il marito, e metterne al mondo un altro, nonostante questa volta fosse consapevole della malattia e di ciò che essa comporta. Ha deciso, però, anche di non tenere per sé quella dolorosa esperienza, ma di farla diventare un’occasione di crescita, di formazione, di presa di coscienza per tante donne, soprattutto per quelle incinte. Per questo ha accettato il lavoro di consulente offertogli dal centro sanitario di Debre Markos, nell’East Gojjam: tre volte alla settimana incontra future mamme per dare loro utili informazioni sul virus, su come prevenire la trasmissione, ma anche per diffondere buone pratiche igieniche ed evitare la trasmissione di tante malattie.

Ci racconta la sua storia, ospitandoci proprio nella stanza del centro dove di solito si confronta con le donne incinte, è seduta sulla piccola seggiolina in paglia, che usa per la cerimonia del caffè che accompagna ogni incontro. Il volto è serio, cupo, all’inizio sembra quasi disinteressata alla nostra presenza, poi però comincia a parlare senza esitazioni e si lascia andare a riflessioni e racconti narrati con dovizia di particolari, ma sempre tenendo bene a freno le emozioni. I suoi occhi profondi guardano me con un’intensità che mette quasi in imbarazzo, ma che non lascia trapelare, se non in rari casi, ciò che c’è dietro: difficile cogliere espressioni tristi o smorfie dettate dai brutti ricordi, e ancor più rari sono gli attimi in cui concede sorrisi. I lineamenti sono dolci e quasi stonano con quell’atteggiamento cupo, ma forse il suo passato, pieno di dolore e complicazioni, l’ha indurita e spinta a crearsi una sorta di scudo dietro al quale, quasi inconsciamente, cerca di difendersi. Se la perdita del primo figlio è stato il momento peggiore della sua vita, non è sicuramente l’unico episodio triste e fonte di sofferenza.
Netsanet viene della città di Digotsion nella woreda di Bibugn, piuttosto lontano da Debre Markos; la madre morì quando lei aveva 15 anni dopo aver sofferto per tanto tempo di emorroidi, mai curate a dovere. Per la donna era stato un lungo susseguirsi di alti e bassi, con disturbi che si accentuavano e si attenuavano ma senza mai lasciarla, sempre trascurati fino a quando la situazione non precipitò costringendola a letto e, nel giro di un mese, portandola alla morte. Un dolore grandissimo per la giovane Netsanet, che viveva sola con la madre poiché frutto di una relazione extraconiugale con un uomo che aveva già un’altra famiglia. Fu proprio con quest’ultima che lei si trasferì a vivere una volta rimasta orfana, ma fin dall’inizio fu chiaro che quella convivenza non poteva durare: la matrigna non voleva quella ragazzina tra i piedi, simbolo dei tradimenti del marito, che per altro oltre a Netsanet aveva altri figli al di fuori del matrimonio. La donna maltrattava la ragazza, non solo a parole, e le impediva di andare a scuola.

Quei divieti e quegli atteggiamenti ostili erano insopportabili per la giovane e al tempo stesso erano causa di continue discussioni tra i coniugi. Il comportamento del padre, infatti, era ben diverso da quello della matrigna: era affettuoso con la figlia, tentava di difenderla, ma per questo doveva continuamente scontrarsi con la donna. Per mettere fine a quella situazione dilaniante per tutti, Netsanet lasciò quella casa e si trasferì a vivere con un’amica, vendendo tella (la birra locale fatta in casa) per mantenersi. Fu durante quell’attività che conobbe Alemu Awoke, all’epoca giovane militare. Tra loro sbocciò subito una relazione che in poco tempo portò al matrimonio, ma anche quella nuova vita le stava per riservare brutte sorprese: “Lui beveva molto ed era violento, litigavamo spesso e mi picchiava, anche quando sono rimasta incinta”, racconta la donna con il volto serio e compito, come se non volesse ricordare quei momenti. “È successo anche quando ero al nono mese di gravidanza, ma io mi difesi con un bastone”, aggiunge con lo sguardo fisso verso un punto lontano. Quelle accese liti non ebbero conseguenze fisiche per i due, ma furono la causa della loro prima separazione, o meglio ciò che spinse l’uomo ad abbandonarla e andare a vivere a Debre Markos. La povera Netsanet si ritrovò di punto in bianco di nuovo sola e con un bambino che sarebbe arrivato a brevissimo. Fortunatamente il legame con il padre era ancora forte e lui non le voltò le spalle: avvertito dai vicini, la raggiunse e la prese a vivere con lui, questa volta con il consenso inaspettato della moglie. Il parto si svolse in ospedale, grazie all’aiuto della famiglia, e la giovane poté trascorrere i primi due mesi in una sorta di serenità domestica con il nuovo arrivato, Kaldikan, anche se privata dell’affetto del compagno e del piacere di condividere con lui quei momenti.

Aveva appena ricominciato ad organizzare la propria vita, per l’ennesima volta da capo, quando Alemu tornò da lei per fare pace e riprendersela a vivere con lui, portandola a Debre Markos. Netsanet non ci pensò due volte: ciò che la lega a quell’uomo era ed è troppo forte per dirgli di no, lei lo amava e lo ama, lo ammette sinceramente e un po’ vergognosa, continuando a distogliere lo sguardo, chiudendosi su stessa e facendosi sempre più piccola. Purtroppo, però, nonostante quel sentimento il loro rapporto non sembrava trovare la strada giusta per funzionare come si conviene a una coppia sposata: l’uomo continuava ad essere rude, le liti proseguivano frequenti e, spesso, lui se ne andava per giorni, trasferendosi in una città vicina. A peggiorare quella delicata situazione, sempre in bilico e sul rischio di esplodere, si aggiunse qualcosa di ancora più grave: la malattia del piccolo Kalkidan. Un momento terribile per Netsanet, in cui ogni giorno portava con sé una nuova sofferenza: il peggioramento del bambino, il ricovero in ospedale, poi la diagnosi che identificava nell’AIDS la causa di quei malesseri. Non c’era tempo da perdere, la donna prese subito appuntamento con il medico per le necessarie analisi e le cure ma Kaldikin, purtroppo, a quell’appuntamento non arrivò mai. Il suo corpicino, troppo debole e provato, cedette prima, la morte lo strappò dalle braccia della madre senza darle la possibilità di lottare con lui. Quante lacrime versate, che gran dolore per quanto accaduto, quanti interrogativi ai quali non era semplice trovare risposte. Un’esperienza tragica, che all’inizio Netsanet dovette affrontare da sola perché il marito se ne era di nuovo andato qualche giorno prima del ricovero del bimbo e lei non sapeva dove fosse. Nonostante tutto ciò, quando Alemu tornò, lo riprese anche questa volta con sé e, dopo avergli raccontato quanto successo, con lui pianse di nuovo accoratamente quell’enorme perdita. Una morte troppo repentina per essere accettata, che portava con sé un altro problema impossibile da ignorare: con grande probabilità uno di loro o entrambi aveva contratto l’HIV. Fecero il test, in un primo momento risultò positiva solo lei, mentre l’esito di lui, negativo, doveva esser riconfermato dopo tre mesi. Ma al termine di quei lunghi novanta giorni le analisi rivelarono un’altra verità: anche lui era malato. A quel punto al tanto dolore si aggiungeva anche la consapevolezza che erano stati loro a trasmettere al piccolo quella malattia spaventosa.

Forse Netsanet non vuole che si scavi troppo nel suo passato e in quello del suo uomo, ma spiega di non sapere come hanno contratto il virus: “Io non ho avuto relazioni sessuali con altri uomini e non penso che sia stato lui a contagiarmi, – dice seria, ma senza dilungarsi troppo – forse l’ho preso quando ho curato una sorella malata, poi morta probabilmente per l’AIDS, o forse usando qualche strumento tagliante preso in prestito dai vicini e non pulito. Prima per queste pratiche non c’era nessuna attenzione”.

L’aver scoperto di essere entrambi malati li convinse, però, che potevano continuare a vivere insieme, che non c’erano motivi per separarsi, che avrebbero potuto sostenersi a vicenda. La perdita del piccolo Kalkidan aveva però lasciato un vuoto troppo grande per la giovane, il desiderio materno stroncato così presto ardeva ancora forte dentro di lei. Paure e timori erano lì, ma Netsanet non riusciva a rassegnarsi all’idea di non avere bambini. Per questo cercò aiuto al centro sanitario di Debre Markos e lì scoprì che aveva una possibilità, che esistono sistemi di prevenzione, che poteva assumere delle medicine per diminuire le possibilità di trasmissione del virus ad un eventuale nascituro. Finalmente una bella notizia per lei, ma come convincere il marito? Con la solita espressione seria che non volendo rivela tanta sofferenza, racconta che lui era contrario: “Aveva paura che nascesse malato e poi avevamo anche tanti problemi economici. Lui aveva smesso con il servizio militare a causa di problemi a una gamba e faceva lavori giornalieri, in genere nella costruzione di palazzi”. Lei però non era disposta a cedere, quel bambino lo voleva, confessa con tono perentorio, lo desiderava così tanto da essere pronta ad insistere con il marito fino allo sfinimento pur di metterlo al mondo e alla fine riuscì nel suo intento. Certo a quel punto le cose non sarebbero state semplici: c’era tutta la trafila all’ospedale da seguire rigidamente, affinché il bambino nascesse sano e al contempo il costante timore che potesse succedere qualcosa, che si potesse ripetere la storia del primogenito.

Le cose però non possono andare sempre nel verso sbagliato, in mezzo a tanta sofferenza ci deve pure essere lo spazio per un sospiro di sollievo e, dopo il parto, per Netsanet è arrivato quel momento: il secondogenito è nato sano, niente virus per lui. L’ha chiamato Yohanis e ora ha tre anni. Purtroppo però questo raggio di luce nella sua vita è stato offuscato da un altro dispiacere: Alemu l’ha di nuovo lasciata; a dispetto di quanto era sembrato in un primo momento, con il passare dei mesi le sue capacità di gestire il virus hanno cominciato a vacillare. Ai disturbi fisici si sono aggiunti problemi psicologici. Ora lei vive da sola con il bimbo. È molto dura per lei senza quell’uomo che, nonostante i tanti problemi e i maltrattamenti, continua a volere accanto: il suo sguardo quando lo dice si perde nel vuoto, il volto è contratto. Non si lascia andare a smancerie, è immobile sulla sua seggiolina, le braccia conserte e serrate, ma le parole e quelle poche espressioni che si lascia sfuggire rivelano tanta solitudine. Dopo quello che lui le ha fatto, sembra quasi una follia che lei ancora desideri il suo ritorno, ma è così, lo dice senza nessuna vergogna, come se fosse la cosa più normale del mondo nonostante il loro passato.

Ora, comunque, non è del tutto sola: durante le visite al centro sanitario per le cure nei mesi della gravidanza ha conosciuto i membri di Beza, la grande associazione di persone malate di HIV di Debre Markos nata anche con il sostegno del CVM. Un gruppo che fornisce supporto psicologico ma anche materiale. Per un periodo lei ed altre donne affette dal virus hanno gestito un piccolo bar dove vendevano tè e pane, purtroppo ora è chiuso perché alcune di loro sono morte e altre sono malate e non riescono a lavorare. L’associazione ultimamente però l’aiuta anche fornendogli discrete quantità di olio e grano. Da tempo, inoltre, lavora al centro sanitario: tre volte a settimana incontra le donne incinte, organizza la cerimonia del caffè e con altre colleghe, anch’esse malate di HIV, cerca di trasmettere alle future mamme preziosi consigli sul virus e non solo. La sua esperienza è un grande esempio per quelle donne: alcune come lei hanno l’AIDS e lottano per non trasmetterlo al nascituro. “Sono molto contenta di lavorare qui, penso al mio passato, alla mia storia e so che raccontandola e condividendo la mia esperienza con altre donne faccio una cosa utile. Può essere loro di esempio. Possono capire che con l’HIV si può convivere e che si possono far nascere bimbi sani, se si seguono i consigli del medico, se si adottano le necessarie precauzioni e si prendono le medicine”.

Camilla Corradini
Volontaria CVM, Etiopia

giovedì 2 settembre 2010

Amuneggh, l'ex housemaid cercatrice di legna


Gira per le strade di Debre Markos con grandi cesti pieni di legna e se la si guarda bene si scopre che con lei c’è un piccolo scricciolo, la sua bambina di poco più di un anno: è Amuneggh Mengestu e per sopravvivere raccoglie bastoni nel bosco e li rivende al mercato. Un lavoro faticoso, che la tiene occupata tutta la settimana per diverse ore al giorno e non le assicura neanche una vita dignitosa, ma purtroppo per lei non ci sono altre opportunità. In fondo, ci racconta timidamente, meglio questo che essere un’housemaid in casa d’altri. Lei lo è stata per un po’ e ne porta con sé terribili ricordi.
Amuneggh è originaria di un villaggio di campagna, Yezangira, 30 chilometri da Debre Markos. Dice di avere 19 anni ma a guardarla bene ne dimostra molti di meno. Tre anni fa è rimasta orfana, in poco tempo se ne son andati entrambi i genitori: prima il padre, morto forse per malattia, a quanto le hanno raccontato i vicini; la mamma sembra non abbia retto il colpo e dopo la scomparsa del marito si è ammalata, l’hanno anche portata all’ospedale ma per un solo giorno, poi di nuovo a casa, sempre a letto. Un mese di sofferenze e infine la morte anche per lei. Niente fratelli o sorelle con cui condividere quel terribile momento; così, trovatasi sola, Amuneggh ha lasciato il paesino e ha camminato fino a Debre Markos, dove vive una cugina con la sua famiglia, composta dal marito e dai loro cinque figli. Loro l’hanno ospitata per un mese, ma la sua presenza non era gradita, troppo poveri per accollarsi un’altra bocca da sfamare. L’hanno così aiutata a trovare un posto come housemaid, cameriera tutto fare, presso una famiglia di Addis Abeba. Amuneggh è partita alla volta della capitale, ma ad aspettarla non c’erano i fasti e le opportunità della grande città, bensì sfruttamento, solitudine, dure mansioni e nessun momento di riposo. Era costretta a lavorare 18 ore al giorno, anche di notte mentre tutti dormivano. Preparava l’enjera, i pasti, puliva la casa, lavava i panni, si occupava dei quattro bambini della famiglia, specie del più piccolo di appena due anni. Lavoro e soltanto lavoro, tutta la settimana senza neanche qualche ora libera e per soli 30 ETB (circa € 1,76) da riscuotere ogni trenta giorni. Dopo un mese di sfruttamento e atteggiamenti bruschi, Amuneghh non ce l’ha fatta più e ha chiesto di poter lasciare la casa e tornare a Debre Markos; in risposta a quella sua implorazione sono arrivate le percosse del capofamiglia. Fortunatamente la moglie del datore di lavoro, forse mossa da un’insolita pietà, per una volta ha messo da parte quei comportamenti rudi che di norma riservava alla ragazzina e le ha dato i soldi per andarsene via. La giovanissima orfana è tornata di nuovo dalla cugina, ancora una volta accolta come una scocciatura. Per un mese si è fermata a Debre Markos, dove ha guadagnato qualche soldo raccogliendo legna e rivendendola al mercato, poi è arrivata la seconda opportunità di lavoro come cameriera, ancora una volta trovata tramite la cugina, ma questa volta a Bahir Dar. Amuneggh è partita di nuovo pronta ad affrontare questa esperienza. Come nella capitale, anche nella nuova casa i guadagni erano veramente magri, ma le condizioni di lavoro più sopportabili: lavorava quattordici ore, invece che diciotto e aveva un giorno libero alla settimana, di solito la domenica. Le mansioni erano le stesse: cucinare, pulire, lavare i panni e occuparsi dei figli più piccoli di due e sette anni. Anche questa volta la giovane non ha trovato particolare comprensione da parte dei datori di lavoro: ancora atteggiamenti scostanti, ostilità, rimproveri, ma sicuramente un po’ meglio che nella famiglia di Addis Abeba e le cose sembravano procedere. Un’illusione per la ragazza, che ben presto si sarebbe scontrata con la cattiveria dell’uomo.
Dopo solo un mese nella nuova casa il giovane figlio del padrone, un ragazzo di 18 anni, ha infatti abusato di lei. Un’esperienza drammatica che non potrà mai dimenticare e i suoi occhi lo rivelano chiaramente. L’ingenua Amuneggh ha cercato aiuto dal capofamiglia e da sua moglie raccontando loro il terribile fatto, ma i due non le hanno creduto e hanno preferito dar credito alla versione del figlio: “Un uomo da fuori era arrivato e l’aveva stuprata”. Pesantemente violata, non creduta e per giunta cacciata via: già, perché il terrore che fosse rimasta incinta ha spinto i suoi datori di lavoro a rimandarla a Debre Markos. Come giustificare un’aiutante incinta? A quali problemi potevano andare in contro? Cosa avrebbe potuto pensare la comunità? Meglio lavarsene le mani subito senza neanche aver appurato la reale presenza di una gravidanza in corso, più facile cercarsi un’altra aiutante domestica, di ragazze povere disposte a lavorare in difficili condizioni ce ne sono molte. Inutili i tentativi di far cambiare loro idea per non perdere il lavoro, Amuneggh ha dovuto raccogliere le sue poche cose e ripartire alla volta di Debre Markos per bussare per l’ennesima volta alla porta della cugina e ricominciare a lavorare come raccoglitrice e rivenditrice di legna, per assicurarsi un posto in casa dei parenti ai quali in cambio dell’ospitalità consegna periodicamente somme di denaro. Non possono fare altrimenti: vivono in una casa in affitto, un’unica stanza non grande, pagano 60 ETB (circa € 3,52) al mese per stare lì, poi ci sono il cibo e le altre necessità a cui provvedere. La cugina e il marito, inoltre, sono malati di AIDS e l’uomo non ha un’occupazione fissa, ma fa qualche lavoro giornaliero quando non sta male. Anche ad Amuneggh, da quando è tornata, tocca fare la sua parte per mandare avanti la baracca.
Ritornata a Debre Markos, purtroppo per lei, le difficoltà non erano finite: la violenza sessuale aveva veramente procurato conseguenze che non si potevano ignorare, la giovane dopo lo stupro era rimasta incinta come temevano i datori di lavoro. Ancora un problema in più in una vita fatta di tristi momenti e continue complicazioni. Amuneggh però non poteva fermarsi, ha così continuato a lavorare. Nove mesi vissuti come se non fosse stata in dolce attesa, costretta dal bisogno di soldi a faticare normalmente: camminate nei boschi per raccogliere la legna e poi al mercato per rivenderla, enormi pesi sulle spalle nonostante il pancione crescesse, niente riposo e nessuna visita o controllo in ospedale. Impossibile chiedere aiuto alla famiglia del giovane che l’aveva messa incinta: sono rimasti a Bahir Dar e la ragazza non ha soldi per recarsi là e parlare con loro, tantomeno i parenti possono aiutarli, troppo poveri per perdere giornate di lavoro. Poi il momento del parto: in casa, anche questa volta niente clinica, ma per fortuna nessuna evidente complicazione a quanto riferisce con un’ingenuità disarmante, quasi non si rendesse conto dei rischi corsi. Per lei però non ci potevano essere i tradizionali 40 giorni in casa, di solito rispettati in Etiopia per ogni partoriente. Solo due settimane a letto per riprendersi un po’ e poi di nuovo cestone sulla schiena e via nel bosco.
Ora, però, c’è anche un’altra creaturina di cui occuparsi: Amuneggh l’ha chiamata Hulunayhue Nibiret, che vuol dire ‘ho visto molte cose’. Una scelta che porta con sé tutto il dolore e la sofferenza provati negli anni nonostante la giovane età, un nome che sta a ricordare le terribili esperienze vissute, i problemi e le difficoltà. Quella bimba però c’è, nonostante sia il frutto di una violenza, e Amuneggh non l’abbandona. Il problema, dopo il parto, era come fare a lavorare. Dove lasciare la piccola? Non c’è nessuno ad aiutarla: la cugina deve pensare per sé e i suoi figli non possono e non vogliono occuparsene, così Amuneggh si carica anche la neonata addosso, a volte in un cesto sulla testa, e spesso se la porta con sé nel bosco. Un peso in più, una difficoltà in più, specie al ritorno quando c’è la legna raccolta. Due viaggi al giorno nel bosco, se è stanca solo uno, tutta la settimana senza sosta. Poi al mercato per rivendere quanto raccolto guadagnando tra i 6 i 10 ETB giornalieri (da € 0,35 a € 0,58 circa). Poco per vivere, sfamare due bocche e versare la sua parte di affitto alla cugina.
Racconta che a volte non ci sono i soldi per fare tutti i pasti e mai per mangiare la carne: si nutre con i più economici pane, enjera e shiro. Per lei non ci sono altre opportunità per ora, lo ripete spesso, con un filo di voce e una tristezza negli occhi, pensando a quei coetanei che hanno trovato lavori migliori. Lei ha cercato un’occupazione come lavapanni o preparatrice di enjera, ma non ha trovato nulla. La legna ora è la sua unica fonte di sopravvivenza. Ripensando al passato, però, dice di star meglio e rivela che non tornerebbe mai a lavorare come cameriera per una famiglia. Troppo brutte le esperienze vissute, le cattiverie subite e ora traspare forte la paura degli uomini. Purtroppo in queste condizioni per Amuneggh non c’è opportunità neanche di formarsi, educarsi, nonostante il grande desiderio di studiare: non è mai andata a scuola, né quand’era a casa con la famiglia né dopo, quand’era aiutante in casa d’altri, perché i datori di lavoro non glielo hanno permesso. Non sa né leggere né scrivere. Ora, poi, con una figlia da sfamare è impensabile riuscire a trovare tempo e soldi per andare a scuola. Resta un sogno che un giorno spera di realizzare, insieme a quello di cambiare lavoro, magari vendere caffè e latte in un piccolo negozietto. Una speranza in più gliela sta dando l’Associazione di Donne Povere di Debre Markos. La coordinatrice, Hesbalam Mekonan, è una sua vicina di casa e l’ha trascinata nel gruppo: per ora non è un membro, ma l’associazione cerca di aiutare le housemaid e le ex housemaid. Amuneggh partecipa agli incontri della domenica, dove le donne approfondiscono temi quali l’HIV/AIDS e tutte le questioni ad essa relative, i loro diritti, le dannose pratiche di mutilazione femminile. È grazie a loro che la ragazza ora conosce meglio il virus, prima non ne aveva mai parlato con nessuno e praticamente non ne sapeva nulla. Non aveva mai fatto il test, neanche dopo la violenza o prima del parto. Le donne dell’associazione l’hanno spronata a farlo e due mesi fa, impaurita, si è recata in una clinica con la bimba: fortunatamente sono risultate entrambe negative. Per il momento, purtroppo, l’associazione non ha modo di coinvolgerla nel proprio lavoro e di assicurarle un guadagno, non ci sono le condizioni per dare un’occupazione anche alle cameriere o ex cameriere, ma cerca di sostenerle favorendo la loro educazione. Per il futuro, però, ci sono grandi progetti: il gruppo di donne povere da poco ha cominciato a vendere il latte e, con i guadagni di questa attività e della vendita di animali che alleva, vorrebbe aprire un piccolo bar-ristorante. Un localino che darebbe in gestione proprio alle giovani in difficoltà come Amuneggh. Sembra un sogno difficile da realizzare, ma la ragazza e la coordinatrice ci credono sul serio e, parlandone, i loro occhi si illuminano e i volti si riempiono di grandi sorrisi, mentre la mente già immagina il futuro bar pieno di clienti.

Camilla Corradini
Volontaria - Etiopia

lunedì 30 agosto 2010

Le prigioni di Debre Markos


Da lontano non assomiglia neanche troppo ad un carcere, o almeno all’immagine che noi occidentali abbiamo di una prigione. Il muro di recinzione della struttura detentiva di Debre Markos non è molto alto e le torrette di guardia saranno un paio, non di più. La porta al mattino è praticamente sempre aperta e c’è un andirivieni di persone che sembra non bloccarsi mai. Niente filo spinato o spesse reti metalliche con spuntoni a bloccare possibili fughe, neanche un eccessivo dispiegamento di vigilanti con armi in pugno. Anzi, la maggior parte delle guardie non porta con sé le pistole, o le tiene ben nascoste. Solo dalle torrette spunta qualche militare con dei gran fucili, vecchi modelli ma vistosi.
All’interno del muro, da scoprire tra baracche, passaggi, porte, spazi aperti, tettoie, recinti in paglia e lamiera c’è un mondo che non ti aspetti, con gente che vive e lavora ammassata in una superficie che appare grande ma in realtà non lo è. Il carcere attualmente conta più di 1400 detenuti, di cui sole 46 donne, ma la struttura non è adatta a contenerne così tanti. Tra loro ci sono anche malati di mente. Sembra, tra l’altro, che prima ce ne fossero anche di più, ma sotto elezioni per raccogliere voti il governo avrebbe liberato diversi condannati. Gli ambienti in cui dormono e quelli in cui lavorano sono sovraffollati, pieni fino al soffitto e non è un modo di dire. Per terra non c’è spazio per mobili e oggetti personali o da lavoro, tutto è appeso in aria. Purtroppo per i detenuti non si può neanche ipotizzare un trasferimento in altre strutture di reclusione: qui la situazione è meglio che altrove. Quando davanti agli occhi hai quell’ammasso di gente in spazi angusti, però, non puoi non domandarti come facciano ad esserci carceri più affollate. Come potrebbe sopravvivere la gente? Lì, poi, nel pomeriggio la situazione peggiora pure: alle 10 ‘ora etiope’, le 16 ‘ora inglese’, la porta d’ingresso alla prigione si chiude definitivamente e con essa anche quelle delle strutture interne. La vita del carcere si ferma, i detenuti se ne devono stare rinchiusi nei loro dormitori, ammassati come bestie in uno spazio senz’aria, stipati come sardine.
Avendo sbirciato come le persone vivono fuori dalla prigione non si può veramente dire che la situazione dei reclusi sia invivibile e del tutto diversa da quella della gente comune. O meglio, per il nostro modo di pensare, di vivere e le norme che siamo abituati a rispettare lo è di sicuro. Ma molti, fuori dalla prigione, vivono in verità in condizioni simili, pessime e precarie, ma parecchio simili.
A controllar quella folla di detenuti ci sono 110 poliziotti, di cui 60 guardie effettive e 50 impiegati negli uffici. Di tutto il personale della prigione 16 sono donne, 6 vigilanti. Il lavoro delle forze dell’ordine è organizzato in turni di un’intera giornata: un giorno lavorano e uno si riposano. A quanto pare non sembrano esserci grandi problemi di ordine, qualche lite si accende ogni tanto ma viene facilmente sedata e, a quanto riferiscono le guardie, non ci sono neanche fughe. Qualcuno c’ha provato ma non c’è riuscito. Dichiarazioni di parte, forse. In effetti, qualche esterno al carcere che si interessa a quella realtà per questioni giornalistiche parla di rapporti molto più tesi tra i detenuti, anche di accese liti causate soprattutto dalla scarsità di spazio vitale. L’assenza di evasioni, però, viene confermata anche da chi non lavora nella prigione: in fondo lì dentro i carcerati hanno il pasto assicurato, cosa che fuori non è così scontata, e magari se scappano finiscono pure uccisi in qualche vendetta dovuta ad episodi passati o agli stessi fatti per cui sono stati condannati.

Il carcere è diviso in sezioni: c’è la parte dedicata alle donne, più piccola, e quella più ampia per gli uomini. (…) Mosif sembra molto giovane ma ha già due figli, come molte delle ragazze in Etiopia costrette spesso a sposarsi prestissimo e a mettere al mondo subito dei bambini. Yelkal Museye, di sei anni, vive in prigione con la mamma, mentre Almaz, di otto, è fuori con la nonna. Mosif li vorrebbe entrambi con lei, ma le regole della struttura detentiva prevedono che solo i bambini che non superino i quattro anni al momento dell’arresto della madre possano essere ammessi e, al momento della condanna, il secondo figlio era già troppo grande per restare con lei. La detenuta è infatti arrivata nella prigione di Debre Markos due anni fa e ci dovrà restare per altri dieci. La condanna che porta pesantemente sulle spalle è quella di omicidio: è stata giudicata responsabile dell’assassinio del marito, messo in atto con la complicità dei fratelli, il trentenne Yeshwase, condannato a cinque anni, e il diciottenne Melsaw, che di anni ne deve scontare otto. Sono tutti e tre nella prigione di Debre Markos.
Il racconto di come sono andati i fatti è un po’ confuso. Tra lei e il marito c’erano tensioni e frequenti litigi. A quanto racconta, lui faceva uso di medicine tradizionali, ma non è in grado di spiegare come queste possano aver influito nella vicenda. Non parla di percosse o cose simili, eccetto che per il giorno del divorzio. In un primo momento, lo accusa di averla cacciata di casa; subito dopo, però, ammette che la decisione di separarsi era stata presa di comune accordo, i problemi sarebbero sorti dopo, quando il marito non ha voluto dare alla donna quello che le spettava. Mosif viene da una famiglia benestante ed evidentemente ciò che lui le doveva non era poco. Queste mancanze da parte del marito avrebbero scatenato l’ira dei fratelli, che per vendicarla l’avrebbero ammazzato. La famiglia dello sposo ha accusato anche Mosif di aver partecipato all’omicidio e addirittura di aver istigato i fratelli. La corte ha dato loro ragione. Secondo la versione delle guardie, però, sono stati i fratelli a commettere l’assassinio. Le soldatesse ricordano inoltre che quando Mosif è arrivata in carcere aveva una grossa ferita al fianco, probabilmente causata da un coltello.
In carcere la ragazza studia, ha appena superato l’esame del sesto anno della scuola primaria. Contemporaneamente lavora e manda a casa dei soldi, anche se la famiglia, essendo ricca, le spedisce oggetti e vestiti. Parlando della vita nel carcere, Mosif non si lamenta, certo vorrebbe anche l’altro figlio con lei ma sa che è molto difficile ottenere il permesso. È però contenta che la piccola Yelkal possa frequentare la scuola per i figli delle detenute ed è anche soddisfatta del rapporto con le altre carcerate con le quali, dice, vive in pace e senza incomprensioni.

Camilla Corradini
Volontaria - Etiopia

martedì 15 giugno 2010

Le cento di Lugoba


Oggi piove a Lugoba!

E’sempre un piacere la pioggia da questa parti, perché rinfresca e perché il pensiero va ai campi dei tanti contadini che aspettano la stagione delle piogge con ansia, ma da qualche anno purtroppo porta meno acqua del previsto. Allo stesso tempo però aumentano le zanzare, che non attendono la sera per uscire allo scoperto ma si azzardano ad anticipare il tramonto aumentando i rischi di malaria, e le strade sono più inagibili del solito. E anche ora, camminando per le vie laterali di Lugoba - l’unica asfaltata è quella centrale - che di solito sono un semplice ammasso di polvere, dobbiamo fare attenzione a dove mettiamo i piedi per non scivolare nel fango.

Siamo in otto e stiamo andando al dispensario locale a fare il test dell’HIV….

Sono arrivata a Lugoba cinque giorni fa ormai e ci resterò per altri dieci. Quindici giorni di formazione per cento tra donne e ragazze provenienti da alcuni villaggi del distretto di Bagamoyo: Talawanda, Msigi, Kiromo, Mataya, Matimbwa, Msata, Miono, Mihuga, Rupungwi, Mbwewe, Kifuleta, Kimange.

Uno degli obiettivi principali del progetto a cui ho preso parte è facilitare, seguendo un approccio multisettoriale, l’acquisizione di maggiori competenze e consapevolezza della popolazione locale rispetto al grave problema dell’HIV/AIDS, e in particolare aiutare donne e ragazze a migliorare le proprie condizioni di vita. La particolare attenzione alla componente femminile è legata al fatto che la vulnerabilità di donne e ragazze, causata dalla povertà in cui sono costrette a vivere ma anche dalle discriminazioni di genere e dalle violenze, dalla dipendenza economica, da alcune pratiche tradizionali e dal basso livello educativo, le rende tra i soggetti più a rischio di contagio. Il sostegno viene dato a donne e ragazze attraverso fondi rotativi che permettono loro di avviare piccole attività economiche; il progetto prevede inoltre un supporto a ragazze che ogni anno sono ospitate in alcuni collegi del paese, dove hanno la possibilità di frequentare dei corsi di formazione professionale. L’idea di base è che l’indipendenza economica, oltre ad un maggiore livello educativo, possa renderle più consapevoli e meno soggette al rischio di contrarre il virus, trasmesso nella maggior parte dei casi durante rapporti sessuali scoperti. In tema di sessualità infatti la Tanzania sembra essere un paese per certi versi contraddittorio. Se da un lato la sessualitá è spesso considerata un tabù, visto anche che la maggior parte della popolazione, soprattutto sulla costa dove lavoriamo noi, è musulmana, allo stesso tempo inizia ad essere vissuta con leggerezza fin dalla giovane età, senza che però gli adolescenti abbiano informazioni sufficienti per viverla con consapevolezza. Una raccolta di diversi studi del “Teenege Girls’ Reproductive Health Study Group” mette in luce tra gli altri anche questo aspetto: come vi sia un grande ritardo nel fornire, in particolare alle giovani ragazze, informazioni adeguate sui temi della sessualità, della salute e della riproduzione, o più in generale strettamente legati al loro essere donne, che spesso le porta a correre il rischio di contrarre il virus dell’HIV o di avere gravidanze precoci e indesiderate. La pubblicazione prende il nome di un famoso proverbio tanzaniano “Haraka, Haraka, Haina Baraka”, “la fretta non è benedetta”, e sottolinea come la disintegrazione dei valori familiari e della comunità abbia fatto venire meno la responsabilità comune di educare i giovani e soprattutto le giovani ragazze su questi temi delicati ed allo stesso tempo molto importanti. Anche se il sistema educativo, in seguito al processo di alfabetizzazione di massa portato avanti alla fine degli anni settanta, ha aperto nuove strade a chi è in grado di raggiungere i livelli educativi più alti, lo stesso sistema non è in grado di formare le ragazze piú povere sui temi legati alla salute e alla riproduzione. E spesso le giovani ragazze si trovano esposte e disarmate. L’educazione, che ha certamente introdotto molti cambiamenti nella vita delle adolescenti, come per esempio la riduzione del numero dei matrimoni precoci, non è sempre in grado di svolgere la stessa funzione che per secoli è stata espletata dai rituali tradizionali, per lo meno in molte zone rurali. E qui emerge per certi versi un’altra contraddizione: da un lato è ancora forte il ruolo di alcuni rituali di iniziazione durante i quali ragazzi e ragazze vengono istruiti separatamente sui temi della sessualità - rituali che spesso consolidano le già forti differenze di genere e che pongono le ragazze in posizione subalterna, anche nella relazione sessuale - dall’altro la rapida corsa verso la modernità ha fatto venir meno l’accompagnamento dei giovani all’età adulta da parte dei "saggi" dei villaggi. Le informazioni ottenute durante i rituali di iniziazione non soddisfano più i giovani e le giovani che hanno avuto la possibilità di studiare materie quali scienze ed anatomia; allo stesso tempo il tema della sessualità viene trattato solo in modo molto teorico e per certi versi superficiale. L’anello mancante tra tradizione e modernità è spesso causa di confusione tra i giovani che devono trovare altre vie per informarsi ed essere all’altezza delle situazioni. In Boys’ Views on Sexuality, Girls and Pregnancies la sociologa Juliana C. Mziray approfondisce questo aspetto e mette in luce come nel caso dei ragazzi la maggior fonte di informazione in materia di sessualità sia il gruppo dei pari. I giovani trascorrerrebbero molto del loro tempo, spesso a causa della disoccupazione, nei cosí detti Kijiweni (jobless corner), dove il fulcro delle discussioni sono le ragazze e la sessualitá. Le informazioni trasmesse però non sempre sono corrette, e cosí si diffondono facilmente credenze come quella che ragazzini di 14 anni siano troppi giovani per causare una gravidanza, o miti per cui aver contratto una malattia sessualmente trasmissibile diventa motivo di vanto con gli amici, in quanto prova di una vita sessuale attiva.

Al contrario molte adolescenti entrano in contatto con il mondo della sessualità quando sono ancora fortemente inconsapevoli del proprio corpo e delle proprie capacità riproduttive, quando non è ancora permesso loro di sposarsi, e in un periodo della vita in cui le relazioni prematrimoniali sono fortemente scoraggiate. Facilmente si scontrano con due aspetti della sfera sessuale strettemnte legati alle differenze di genere, ancora molto forti in questo paese e per certi versi contradittorie (come lo sono state a lungo e lo sono in parte ancora in molti paesi occidentali). Se da un lato infatti sono considerate fin dalla giovane etá come oggetto sessuale di giovani e meno giovani, dall'altro vivono sulla propria pelle i tabú sessuali. Lo studio appena citato sottolinea l’evidente contraddizione tra il modo di comportarsi dei ragazzi, legato ai desideri sessuali, ed il modo in cui gli stessi considerano negativamente le ragazze protagoniste di un gran numero di relazioni prematrimoniali. Se un comportamento sessuale aperto è legittimato e stimolato dal gruppo dei pari nel caso dei ragazzi, lo stesso non vale certamente per le ragazze, la cui cattiva reputazione riduce la possibilità di trovare un buon marito. Questo a maggior ragione se la ragazza in questione ha avuto, in seguito a relazione sessuali scoperte, uno o più figli non riconosciuti in un secondo momento dal padre.

A questo si aggiunge il fatto che siano spesso le ragazze, in cerca di un sostegno economico, ma anche più semplicemente per qualche piccola necessità, a concedere il proprio corpo in cambio di qualche favore. Alala ha 23 anni ed è una delle ragazze che da quest’anno ha preso parte al nostro progetto. E’ sveglia, vivace, ed ha preso molto a cuore il ruolo, che dopo la formazione del CVM, riveste nel suo villaggio e con le amiche, nel diffondere informazioni sui temi legati alla sessualitá e ai rischi di contagio. Mi racconta di come molte delle sue amiche siano rimaste incinte molto giovani, come alcune siano già al secondo figlio e come, infine, nonostante ciò la maggior parte di loro non abbia un compagno. Quando le chiedo il motivo alza le spalle e con grande semplicità risponde: perchè avevano bisogno di un sapone, di un vestito, o semplicemente volevano passare una serata diversa bevendo una birra in compagnia.

Potrebbe stupire il fatto che dopo una gravidanza indesiderata, ve ne sia stata anche una seconda, ed in certi casi anche una terza. Ma come mette in luce Rosalia Katapa in Teenage Mothers in their Second Pregnancies è un fenomeno piuttosto diffuso. Sono molte le condizioni economiche e sociali che fan sí che le ragazze madri restino incinte una seconda volta, spesso da un uomo diverso dal primo.

L’ignoranza con cui sia ragazzi che ragazze vivono le loro prime esperienze sessuali ha spesso come conseguenza la diffusione del virus dell’HIV o gravidanze precoci che costringono le giovani ragazze ad abbandonare la scuola e le rendono soggetti deboli all’interno della società. La maggior parte delle ragazze che resta incinta precocemente ottiene informazioni sulla sessualità e sulla riproduzione quando è ormai troppo tardi.


Silvia Volpato
Volontaria in Servizio Civile - Tanzania

martedì 1 giugno 2010

Remoto magico ma duro


Viene difficile continuare a scrivere sul quanto siano remote le aree che sto visitando, ma ogni volta che vado in un posto nuovo rimango incredibilmente stupita e mi rendo conto che è un peccato non provare a trasmettere ciò che è cosi diverso da noi e che, se i tuoi occhi non vedono, la tua mente non immagina.
Da Addis Abeba ci vogliono circa 4 ore di macchina per arrivare a Shashamane, la città dove è concentrato il maggior numero di Rastafariani in Etiopia. Sto andando a Besketo per una visita sul campo di circa una settimana. A 20 km da Shasha, l'autista attacca a raccontarmi tutta la storia del perché i Rastafariani sono venuti in Etiopia, che Hailè Selassie è il loro profeta, che lui gli ha dato la terra e bla bla bla, io avevo già letto tutta la storia sulla Lonely Planet, ma lui era così entusiasta di raccontarmela che non l'ho potuto interrompere... Arrivati a Shasha, è costretto a concludere il suo racconto, ormai soddisfatto di avermi mostrato il suo sapere, lo saluto per aspettare l'altra macchina che arriva da Soddo per prendermi e per proseguire fino a Sawla nella stessa giornata. Visto che mi trovo a Shashamane e devo aspettare per un'oretta approfitto per andare a trovare gli amici di LVIA che hanno l'ufficio di progetto lì. Mi accoglie Valentina, una ragazza simpatica e carina che, pensate un po’, è di Pavia!!! Incredibile, la mia stessa città.. è proprio piccolo il mondo!
Arrivata la macchina si parte per Sawla con tappa a Soddo, capoluogo di woreda, nonché sede dell’ufficio di progetto del CVM. Da lì in avanti pochi villaggi e un parco nazionale ci separano dalla tappa notturna. Raggiungiamo (la project facilitator Freihwot, l’animatrice Tamralech, il tecnico Assegeid, l’autista Sinishaw ed io) Sawla alle 7 di sera, dopo che eravamo partiti alle 11.30 da Shashamane, questo per rendervi conto delle distanze, senza contare che da Soddo la strada diventa tutta sterrata e addio asfalto... L'intenzione è di raggiungere Besketo e, dopo Besketo, Galila. Abbiamo degli schemi a Besketo e vorremmo iniziare a fare qualcosa anche a Galila... Dovreste vedere dove sono localizzati questi due posti: dalla cartina non si vede neanche la strada che ci arriva... mi hanno detto tutti quelli che ci sono già stati che la zona è abbastanza lontana e isolata, ma fino a che non ci arrivi non ti puoi mai ben immaginare. Il giorno dopo ripartiamo da Sawla; il tempo è buono, non piove e questo ci fa ben sperare in un viaggio tranquillo. Ci mettiamo in macchina, l'autista sembra contento, procediamo a velocità normale fino a che, senza capire bene perché, a una certa l'autista inizia ad accelerare e correre per queste stradine sterrate in mezzo alle montagne, solo dopo mi diranno che quello è un parco nazionale e c'è una probabilità su un milione di incontrare un leone (ce ne saranno rimasti 2 di numero in tutta l'Etiopia); il nostro coraggioso ometto aveva paura di trovarsi faccia a faccia con una bella criniera... Peccato, magari sarebbe stata la mia occasione buona dato che non ne ho ancora visti!
Comunque è stato bravo: raggiungiamo Besketo per pranzo; dopo che 5 camion si erano impantanati sulla strada, siamo riusciti a svincolare, aiutarne uno e proseguire per la nostra missione. Mangiamo! Ora, che Besketo non sia Milano Marittima e quindi un posto turistico l'abbiamo capito tutti, ma che non ci siano posti neanche per mangiare senza continuare a pregare che non ti venga niente, quello non l'avevo ancora realizzato. Mangio ad occhi chiusi, anzi più che altro direi a volo d'uccello sperando che le mie mani zozze appena lavate con acqua nera, unta e con oggetti poco identificabili all'interno, tocchino il meno possibile il cibo e la mio bocca... La cosa risulta alquanto difficile e buffa, considerando che in Etiopia non si usano forchette e si mangia con le mani tutti dallo stesso piatto... Va be’, non ho ancora visto tutto.
Arriviamo facciamo i nostri incontri di routine, autorità locali, associazioni, prepariamo il piano della giornata, prendiamo informazioni e andiamo a vedere la prigione in cui abbiamo intenzione di sviluppare un impianto di biogas connesso alle latrine (che ora sono delle pit abbastanza oscene, col termine pit si intende principalmente un buco nel terreno). La giornata è stata proficua e piena di avvenimenti.
Adesso è il momento di andare a nanna e riposarci, per la sera decido di non mangiare, onde evitare una notte di sofferenza... Vado nella mia stanza, e lì la bella sorpresa… perché, se non siamo ben integrati e abituati alla scena, a noi non piace: un buco fatto di terra e paglia, con un controsoffitto molto basso e tutto bucato, con un letto con un materasso talmente sporco che si vedono le pulci giocare e saltare allegramente da una parte all'altra... va be’, CVM lavora in aree remote, lo sappiamo, e grazie al cielo abbiamo per stanotte un posto dove dormire e almeno non piove nelle stanze.
In queste situazioni ringrazi sempre tutti gli angeli e santi del paradiso di essere quello che sei, di avere la possibilità di scelta che gli altri non hanno, e ti metti a letto un po’ pensando che sei contento di essere li in mezzo alle pulci che ti fanno le feste e, in qualche modo, speri e credi che anche il tuo piccolo contributo possa essere utile.
L'indomani Galila ci aspetta.
Se Besketo è remoto, Galila lo è 3 ore di macchina di più. In mezzo a campi e vallate ancora più lontano del primo. Il paesaggio dalla macchina è bellissimo, sembra che in un posto del genere non ci possano essere problemi, ha un qualcosa di magico, queste valli continue e questi verdi che si alternano ti fanno perdere il contatto con la realtà e iniziano a far volare la mente nei pensieri più disparati..
Arriviamo a destinazione e parliamo con il capo dell'ufficio dell'acqua... tutta quella zona, ai miei occhi bellissima, non ha copertura d'acqua potabile e non ha un minimo di infrastrutture sanitarie... in pratica, quella gente è sempre malata. L’acqua la trovano da sorgenti naturali, dove essa scorre tutt’altro che limpida e cristallina: si tratta, infatti, di pozze marroni puzzolenti che le persone sono costrette a condividere con il bestiame. Ciò le rende ancora più inquinate di quello che potrebbero essere all'origine, il risultato è quindi vermi per tutti!
Il lavoro sarà complicato in quell'area, perché molto lontana e senza risorse primarie come pietre, sabbia, cemento, bisognerà far portare tutti i materiali da Sawla e ciò renderà il lavoro non solo più difficoltoso, ma anche un balia del tempo. Le piogge detteranno quando lavorare e quando no. Dipenderà da ciò se le macchine riusciranno a raggiungere il posto.
Scendiamo per rientrare a Besketo Frehiwot, Sinishaw l'autista ed io; dopo 3 km da Galila, la pioggia ci assale e la macchina si blocca impantanata in una salita. Inutili i mille tentativi.. pietre da una parte, pietre all'altra… niente, intanto piove e siamo fuori dalla macchina tutti a capire e cercare una soluzione geniale, intanto ci bagniamo... La soluzione geniale purtroppo non arriva e continuiamo testardi a provare e riprovare, urlando a destra e a manca per recuperare persone che possano aiutarci a spingere la macchina fuori dal fango. Arrivano finalmente, dopo 2 ore riusciamo a muoverci... siamo tutti bagnati fin nelle mutande, la terra rossa si è appiccicata ovunque, ma lo sforzo comunitario, vedere la gente che trainava la macchia con noi, senza scarpe, con i pantaloni stracciati e senza interesse che non quello di darci una mano, ci ha aiutati ad essere tutti semplicemente contenti di essere riusciti insieme a sbloccare la macchina e continuare nel nostro percorso.
CVM ci mette il cuore e le persone con cui sto collaborando sono consce di questo. Ciò è bello, mi fa apprezzare il lavoro, mi fa apprezzare l'impegno che tutti ci mettono, mi trasmette motivazioni quando sono giù di morale, mi stimola e mi fa pensare.
Stessa storia per riscendere a Sawla e concludere la nostra visita, in questo periodo sta stranamente piovendo troppo e quindi ancora ci siamo ritrovati a dover spingere la macchina ad affrontare pioggia e strada di consistenza burrosa.
Pare che da adesso e per un po’ di tempo in avanti gli scarponi e l’impermeabile diventeranno gli amici più fidati delle visite sul campo.

Tabata Fioretto
Volontaria in Servizio Civile - Etiopia

martedì 4 maggio 2010

Il Sarto


Sono appena stata dal “mio sarto”…
Nei mesi passati ho osservato con invidia la mia capo progetto, Ellineth, sfoggiare una serie di vestiti bellissimi, ricavati da dei semplici pezzi di stoffa colorata. Ogni volta che le chiedevo chi li avesse prodotti la risposta era: un sarto a Lugoba. Una delle mie prime missioni qui pertanto è stato trovare il famoso sarto! Mi aspettavo un uomo di una certa età, con tanti anni di esperienza e una grande “sartoria”, e invece mi sono trovata davanti un giovane e sorridente ragazzo. Fare il sarto è stato il suo sogno fin da bambino e poiché la sua famiglia non aveva i soldi per farlo studiare dopo le scuole elementari, appena ha potuto ha iniziato a fare la gavetta da un sarto del villaggio… e ora ha la sua piccola sartoria ed una fama che arriva fino a Bagamoyo! La sartoria non è altro che un bugigattolo sulla strada, tutto aperto, dove ci stanno a mala la pena due macchine da cucire e appesi i vestiti appena confezionati… per terra tutti gli avanzi delle stoffe utilizzate formano un tappeto soffice e colorato. Lui di solito, con la sua macchina da cucire, si apposta a lavorare subito fuori dal locale e se, come stasera, si ferma anche dopo il calare del sole (qui diventa buio intorno alle 18.30), poiché non ha ancora abbastanza soldi per permettersi l’elettricità, accende una candela, la fissa con la cera alla macchina da cucire e continua con il suo lavoro. E il lavoro a quanto pare non gli manca. Ogni volta che passo è circondato da bellissime ragazze di ogni tipo, che vogliono questo o quest’altro vestito con questa o quest’altra rifinitura e lui a quanto pare riesce sempre ad assecondare i loro desideri.
I sarti non mancano, così come le stoffe, in questi villaggi, però non sempre è facile ottenere quanto si vuole… e questo, come per molti altri settori, è un problema in tutta la Tanzania: l’assenza delle competenze adatte dovute ad un sistema formativo carente ed inadeguato. E così, sempre più in fretta, in tutto il paese sta prendendo piede il commercio dei vestiti usati provenienti dall’occidente: economici, su misura e pronti! Commercio che tutto sommato frutta poco a chi lo fa, ha notevoli impatti ambientali dovuti al trasporto della merce, e impoverisce un settore tradizionale, che andrebbe invece valorizzato, anche perché strettamente legato alla cultura e alla tradizione locale. Credo che la Tanzania senza i colori dei kanga e dei kitenge che ogni giorno, indossati dalle donne, riempiono le strade e gli occhi della gente, avrebbe tutto un altro sapore….

Silvia Volpato
Volontaria in Servizio Civile - Tanzania

mercoledì 28 aprile 2010

Tutte a lezione, tra un "pannolino" e una poppata


Terzo giorno in classe....sono un po’ stanca perché stanotte alle 4.30 mi ha svegliato la voce del Mujahidin che dal megafono chiamava i fedeli alla moschea. A Bagamoyo non capita perche’ viviamo lontani dalle moschee, ma qui a quanto pare mi dovro’ abituare: la moschea infatti e’ in pieno centro e la voce risuona in tutto il villaggio cinque volte al giorno.

E’ il terzo training a cui partecipo da quando sono arrivata in Tanzania e, finalmente, grazie a qualche piccolo progresso con la lingua riesco a capire un po’ di più, ma soprattutto parlare con le donne e le ragazze e andare un po’ oltre ai soliti saluti. Sono divise in quattro classi ed io passo da una all’altra cercando di memorizzare volti ed espressioni, se possibile ricordando anche qualche nome, impresa piuttosto ardua: Fatuma, Hadija, Sikudhani, Kwege, Rukia, Ratifa, Mwajabu, Zainabu, Aisha, Nasma, Asma, Juma....

In due classi oltre alle donne ci sono una moltitudine di bambini e mi perdo ad osservarli per ore... giocano, ridono, piangono, e la lezione va avanti come se niente fosse, grazie anche alla grande pazienza degli insegnanti. Alcuni bambini vanno e vengono con spigliatezza, ogni tanto cadono e piangendo cercano la mamma, che li aspetta senza battere ciglio continuando a seguire la lezione, incuranti del fatto che il loro figlio stia disturbando tutti. Altri bimbi sono un tuttuno con la mamma, sempre in braccio, sulla schiena sorretti da un kanga colorato o attaccati al seno, che fino ai due anni e il loro principale compagno di vita e di giochi... da un lato infatti qui, secondo la tradizione musulmana, le mamme se possono allattano fino ai due anni, dall’altro, poiche’ non esistono i ciucci è il seno a svolgere la stessa funzione.

Se da un lato quindi la maggior parte delle donne tende a coprirsi a mostrare il meno possibile il proprio corpo, dall’altro il momento dell’allattamento e’ vissuto in modo estremamente naturale anche in pubblico e non c’e’ imbarazzo a stare anche per ore con il seno scoperto con il bimbo che poppa o che ci gioca. E riescono ad allattare con grande spontaneità nei modi più strani e particolari... i bimbi piu’ grandi per esempio si attaccano al seno della mamma stando in piedi, mentre lei intanto continua a scrivere o a parlare con l’insegnante. Altre mamme, sedute per terra appoggiate al muro allattano i bimbi a testa in su e nel frattempo cambiano loro il “ pannolino” ... eh gia’ il pannolino... il solito kanga, multi funzione, arrotolato e poi avvolto in un telo di plastica. Se da un lato il sistema non danneggia l’ambiente allo stesso tempo spesso le condizioni igieniche non sono le migliori. Raramente infatti le mamme hanno la possibilita’ di lavare i bambini tra un cambio e l’altro e spesso il kanga bagnato viene fatto asciugare al sole per poi essere riutilizzato poco dopo....


Silvia Volpato
Volontaria in Servizio Civile - Tanzania