giovedì 1 dicembre 2011

Le tante "Mujaba" nella Giornata Mondiale contro l'AIDS


 Mentre un’altra Giornata Mondiale contro l’AIDS si sta celebrando in tutto l’emisfero, i nostri operatori qui a Bagamoyo, in Tanzania, sono con le comunità rurali per promuovere e diffondere il servizio mobile di test e consulta volontari per l’HIV, laddove non ancora presenti.
 Centinaia di migliaia di uomini e donne africani sono ancora troppo lontani e non raggiunti da questi vitali servizi, come succede alle comunità del Distretto di Bagamoyo, nonostante la cittadina disti solo 70 Km dalla capitale  Dar es Salaam.

 La signora Mujaba, lei stessa affetta da HIV e parte dello staff CVM qui a Bagamoyo, sta accompagnando le persone sieropositive di un villaggio in un percorso che le porterà a parlare apertamente e senza vergogna del proprio stato, vivendo in maniera positiva la propria condizione: finora, oltre 800 sieropositivi nel distretto hanno formato ed informato altre persone sui temi dell’AIDS, rendendosi attivi nell’opera di prevenzione del virus. In ogni villaggio si è creata un’associazione di persone positive all’HIV, che hanno come riferimento Mujaba.  

 Ovunque, anche qui a Bagamoyo, si sta celebrando la Giornata Mondiale contro l’AIDS ed il nostro team è accanto alle comunità e alle famiglie del posto, per porre l’attenzione sui temi relativi alla prevenzione, al trattamento e all’utilizzo del test per l’HIV. Questo perché bisogna continuare l’attività di prevenzione per le milioni di persone, soprattutto giovani, all’interno dei nostri programmi CVM / APA (AIDS Partnership for Africa) in Tanzania e in Etiopia.

 Mujaba è una donna dalla grande forza e può facilmente assistere altre persone sieropositive ed aiutarle a vivere bene il proprio stato all’interno delle proprie comunità, a non aver paura e ad essere in prima linea nella battaglia per la sensibilizzazione e l’informazione sul tema, passaggi obbligati nei progetti di prevenzione e controllo dell’AIDS. Mujaba stessa ha un figlio e, grazie al suo lavoro per APA e alla disponibilità di farmaci anti-retrovirali, può mandarlo all’Università.

 Mujaba, come milioni di donne africane, è al centro delle conseguenze della pandemia: esse possono essere infette e allo stesso tempo assistenti e curatrici, sono le più esposte ed in prima linea nella battaglia contro lo “stigma” e la discriminazione che da sempre accompagnano lo stato di sieropositività. Senza di loro e senza il loro coraggio, la loro forza, l’Africa non sarebbe dove è ora nell’attività di prevenzione del virus. Sono loro ad aver pagato il prezzo più alto, soffrendo in silenzio nelle famiglie e nelle comunità. Sono le organizzazioni come CVM ed APA ad aver cambiato le loro vite, dando loro ancora speranza e rendendole figure chiave nella lotta alla malattia, con il coraggio e la forza che contraddistinguono la donna africana.

 Uniamoci, dunque, a Mujaba e alle milioni di donne dei programmi CVM / APA di prevenzione AIDS. E prendiamo un pizzico del loro coraggio per fare il possibile e sostenere le tante “Mujaba” presenti in ogni villaggio africano, autentiche eroine nella lotta al terribile virus.

INSIEME POSSIAMO… FARE LA DIFFERENZA


Marian Lambert
(Coordinatrice Progetti CVM / APA)   

martedì 8 novembre 2011

Forze Armate: non c'è nulla da festeggiare!!





(anche se in ritardo, pensiamo meriti un'attenta lettura...)


  Domani (4 novembre, ndr) è la Festa delle Forze Armate, ma coi tempi che corrono, non c'è proprio nulla da festeggiare. Anzi, è arrivato il tempo di ripensare un'istituzione pubblica che ci costa ventisette miliardi di euro all'anno, che spende male e spreca moltissimo. Domandiamoci: A che ci serve mantenere 178.600 militari in servizio quando ne impieghiamo al massimo trentamila? Perché accettiamo che nel frattempo la polizia continui ad essere gravemente sotto organico? A che ci serve avere un generale ogni 356 soldati e un maresciallo ogni tre militari in servizio (in tutto 500 generali e 57.000 marescialli)? 

 A cosa ci servono due portaerei, 131 cacciabombardieri, 400 carri armati e centinaia di altre armi che non potranno e dovranno essere mai utilizzate? Perché vogliamo costringere i giovani a pagare il conto delle armi che stiamo ancora costruendo? Perché continuiamo a mantenere quattromila soldati in Afghanistan quando tutti sanno che dieci anni di guerra non hanno risolto alcun problema? E ancora (sono le domande puntuali del Generale Fabio Mini): Perché illudiamo i giovani sulle prospettive d'impiego e buttiamo i soldi facendoli giocare alla guerra? Perché arruoliamo volontari per un anno quando abbiamo sempre detto che non basta per addestrare, non basta per mandarli all'estero e uno di loro costa complessivamente come uno in servizio permanente? 

 Perché continuiamo a reclutare ufficiali e sottufficiali e li promuoviamo come se in futuro dovessimo avere dieci corpi d'armata? Perché diciamo di avere un esubero di marescialli, che comunque sono già addestrati, e una vita operativa futura di pochi anni e li vogliamo rimpiazzare con un ugual numero di sergenti da formare, addestrare e tenere in esubero per i prossimi 40 anni? Perché avevamo uno "scandalo" di comandi centrali e periferici ridondanti e oggi li abbiamo moltiplicati senza migliorarne l'efficienza? Perché dobbiamo lasciare alla speculazione e all'abusivismo gli immobili militari dai quali sappiamo di non ricavare nulla di significativo? Perché facciamo gravare gli oneri della crisi sul personale e non tocchiamo i contratti esterni, gli appalti, le forniture e gli sprechi?

La risposta a tutte queste (e a molte altre) domande è un atto dovuto a tutti i giovani che non riescono a trovare un lavoro, a chi lo sta perdendo, a chi pur lavorando tantissimo non riesce a vivere dignitosamente, a tutti quelli a cui i tagli del governo stanno rendendo la vita impossibile.

In poche parole: Non possiamo tollerare uno spreco così enorme, non ce lo possiamo più permettere. Dobbiamo programmare un taglio radicale delle spese. Dobbiamo ripensare in che modo e con quali strumenti vogliamo garantire la sicurezza del nostro Paese e dell'Europa. E' un dovere improrogabile!

PS. Domani, 4 novembre, ricordiamo le vittime innocenti di tutte le guerre e di tutte le nazionalità, dai seicentocinquantamila italiani che sono stati ammazzati "nell'inutile strage" della Prima Guerra Mondiale ai quarantacinque militari italiani che hanno perso la vita in Afghanistan, i feriti, i mutilati, gli invalidi e tutti i loro familiari. Con questo spirito oggi rinnoviamo il triplice appello di Assisi: Mai più guerra! Mai più terrorismo! Mai più violenza!







 
Flavio Lotti
(Coordinatore Nazionale Tavola della Pace)

venerdì 4 novembre 2011

La lunga strada verso... l'acqua

 Marwa è un villaggio situato nel distretto di Same, a nord della Tanzania. La zona è particolarmente arida e le piogge sono scarse in tutto il periodo dell’anno. A Marwa vivono circa 2.000 persone, per lo più Maasai che hanno dovuto abbandonare il loro insediamento d’origine a causa dell’apertura del parco naturale del Mkomazi. Nel villaggio c’è un pozzo solo, ma l’acqua è troppo salata e praticamente inutilizzabile. La distanza tra il villaggio e il fiume Pangani è di 2 ore di cammino. Due ore per andare e altre due ore per tornare dalla fonte di acqua più vicina e raccogliere al massimo due taniche di acqua, che sicuramente non basteranno a soddisfare le esigenze di una famiglia assai numerosa. Acqua che per essere potabile si dovrà bollire e ciò richiede altro lavoro perché serve legna da ardere.

 La mancanza di acqua potabile condiziona inevitabilmente la vita dell’intera comunità compromettendo la salute di tutti, ma sono le donne a subirne le conseguenze più gravi a causa della loro vulnerabilità materiale, la loro esclusione dai processi decisionali e dalla gestione delle risorse e la mancanza di sensibilità di genere. La negazione del diritto all’acqua compromette inevitabilmente l’accesso ad altri diritti, come quello all’istruzione, al lavoro e alla salute. La raccolta dell’acqua occupa infatti gran parte della giornata e richiede un gran dispendio di energie. Questo vuol dire che le bambine lasciano la scuola, le ragazze non avranno quindi capacità e tempo di trovare un lavoro e il peso e la fatica del trasporto avrà conseguenze per la loro salute: soffrono dolori alla schiena, le loro spine dorsali sono ricurve e deformità pelviche sono date dal carico dei grossi contenitori d’acqua portati sulla testa. E non importa se sono malate, disabili, in gravidanza o se sono troppo giovani o troppo anziane, perché la raccolta dell’acqua è il primo punto di una lista lunga di compiti quotidiani che spettano alle donne Maasai: pulire, cucinare, lavare, prendersi cura dei bambini, accudire il bestiame sono solo alcune delle loro attività giornaliere e per tutte c’è bisogno di acqua.

 Per questo la giornata delle mamme e delle giovani donne Maasai inizia sempre alle 5 del mattino. Dopo aver munto le mucche ed essersi prese cura del bestiame, caricano le taniche di plastica sulla testa e si incamminano verso il fiume. Il corso d’acqua non è sicuro, perché infestato di coccodrilli che attaccano essere umani e animali. Il percorso verso l’acqua è lungo, assolato, pieno di pericoli e faticoso e sono sempre e solo le giovani donne a farlo. Per fortuna mai sole, sono almeno in coppia, per aiutarsi, per proteggersi a vicenda, per procurare una risorsa alla quale non si può rinunciare, della quale non si può fare a meno. Ma come potrebbe cambiare la loro vita se l’acqua fosse disponibile nel loro villaggio? Quanta sofferenza potrebbero risparmiarsi e quanto di bello può venir fuori dall’unione delle loro forze?


Daniela Biocca (Volontaria CVM - Tanzania)

lunedì 19 settembre 2011

Networks of Housemaids and Sex Workers Associations

Following the decision made on the Regional Workshop of Women, Children and Youth Affair Departments and Women Associations on June 20/2011, the Amhara Regional Bureau of Women, Children and Youth Affair (BWCYA) in collaboration with CVM regional Project has started working to establish regional, zonal and Woreda networks both for housemaids and sex workers associations, organizing a team. The team has planned to establish the regional networks in two months, and start establishing zonal and Woreda once respectively. It has also planned to establish new association in the areas where there is no.

The establishment is aimed to build the capacity of the associations through strong partnership, coordination and networking. As a first step, the team has given orientation for the 6 zones housemaids and sex workers associations’ representatives who were attending the 7 day Leadership and Management Training organized by CVM in collaboration with BWCYA, to improve their understanding on the importance and procedures of network establishment.
In the orentation program, Ato Awoke, the leader of the team, said the main mandate of the BWCYA was facilitating such kind of women structures which is an important base for the straggle against women and girls problem. Therefore, he said “we are happy to strength your association establishing networks at different level and providing all necessary supports.”

Of many questions raised on the orentation program, the role of BWCYA and its respective departments in the establishment process was the most pertinent.  Regarding this, Ato Awo-
ke explained that the team togther with Zone and Woreda departments would be involved in
every process of the establishment. Following this, the associations’ representatives
exchanged their address with the team for future collaboration.

In order to prepare all necessary documents and manuals for the networks, the team has started collecting data regarding the associations. In line with this,  CVM Regional Ofice has been requested to bring the administration manuals of the associations found in West Amhara.


Betre Yacob
(CVM Regional IEC Department)

lunedì 5 settembre 2011

E tu, cosa vuoi fare da grande?


Quando ero alla scuola elementare una media tra le 100 e le 250 persone tra famigliari, conoscenti e persone incontrate per poco usavano fare sempre la solita domanda: che cosa vuoi fare da grande? All’epoca si risponde che si vuole diventare archeologi, dottori, astronauti o inventori, anche se in fondo non si sa bene di cosa si stia parlando. Poi, non so per quale motivo, quando cresci questa domanda non te la fa più nessuno e diventi a tua volta quel familiare, quel conoscente o quella persona incontrata per caso che si trova a fare sempre la solita domanda. Qui a Bagamoyo, quando si chiede ad un ragazzo o ad una ragazza cosa vuole fare da grande, non sempre si ha una risposta perché è difficile pensare a quello che succederà in futuro tra i banchi di scuola. Ancora più difficile immaginarlo al di là delle mura scolastiche.


Secondo il Ministero delle Finanze e degli Affari Economici tanzaniano, il 50,3% dei bambini tra i 7 e i 14 anni sono iscritti alla scuola primaria, il 49,7% sono bambine. Solo 52,7% riesce a completare la formazione primaria. In particolare, sono prevalentemente le bambine a lasciare la scuola a causa di gravidanze precoci, matrimoni concordati, mancanza di risorse economiche o per la perdita di uno o entrambe i genitori. Di conseguenza solo il 35% delle ragazze continua la formazione secondaria. Quando studiare è un privilegio, qual è la risposta alla domanda che cosa vuoi fare da grande?
BAGEA - Bagamoyo Girls Education Association – vuole dare la possibilità alle ragazze tanzaniane di poter trovare una risposta a questa domanda. BAGEA è un’associazione che ha lo scopo di promuovere il diritto allo studio delle ragazze e i diritti delle donne attraverso programmi di supporto scolastico e lo sviluppo di reti di collaborazione con le autorità locali e altri soggetti interessati del Distretto di Bagamoyo, al fine di sviluppare strategie d’azione comuni. Legalmente registrata nel 2009, BAGEA è nata dalla volontà delle ragazze che nel 2008 hanno beneficiato del programma di sostegno scolastico promosso da CVM, in collaborazione con alcune donne delle comunità locali che volontariamente hanno deciso di costituire un comitato distrettuale a favore dell'istruzione femminile.


Il programma di sostegno
all'istruzione promosso da CVM si basa su un sistema di borse di studio-prestito per permettere alle ragazze l'accesso alla formazione tecnica post-primaria, al college oppure all’università. Dopo che le ragazze hanno trovato un’occupazione, inizia la restituzione della somma della borsa di studio-prestito a piccole rate cosi che un nuovo prestito sia disponibile per sostenere nuove ragazze. Negli ultimi 2 anni, BAGEA ha lavorato al fianco di CVM nell’implementazione di tale programma, oltre che a promuovere una serie di iniziative di sensibilizzazione rivolte ai giovani del Distretto su temi quali: salute riproduttiva, diritti delle donne, HIV/AIDS e altre malattie sessualmente trasmissibili. Oggi, 160 ragazze di età compresa tra i 15 e i 28 anni sono membri di BAGEA, esiste un comitato a livello di distretto e 5 comitati per l’educazione in 5 ward (unità provinciali) del Distretto di Bagamoyo.


Quest’anno BAGEA ha rinnovato leadership e rafforzato il proprio impegno sul territorio implementando un nuovo programma di supporto scolastico che interesserà 15 ragazze e lanciando una serie di iniziative per la raccolta fondi. La nuova leadership è giovane e motivata, pronta a fare esperienza e a far fronte al problema delle risorse non sempre sufficienti. Tutti i membri credono nell’associazione e nella missione di cui si fa promotrice, sono convinte che attraverso l’istruzione le ragazze abbiano la possibilità di costruire la propria dignità ed integrità, conquistare il diritto ad immaginare il proprio futuro e provare a realizzarlo perché, a volte, poter rispondere a domande banali come quella che cosa vuoi fare da grande significa più di quanto possa sembrare.



Daniela Biocca

(Volontaria CVM in Servizio Civile - Tanzania)

Una cartolina da... Debre Marcos


Una mamma e una figlia parlano del futuro, come in ogni paese del mondo; ma in questo paese la mamma parla a Tigisti, la figlia appena dodicenne, della possibilità di sposarsi come unica soluzione alla povertà che la circonda. Tigist si confronta al riguardo con le sue amiche a scuola che le consigliano di fuggire dal villaggio rurale in cui vive per evitare di venir sposata a un uomo adulto precludendosi la possibilità di crearsi una propria autonomia studiando e lavorando. Fuggendo magari in una grande città, le consigliano le amiche, troverebbe un lavoro, magari in un bar, e sarebbe felice. Tigist arriva in città ed effettivamente un lavoro lo trova facilmente, presso una famiglia, come donna di servizio. Le offrono un tetto sotto cui dormire e dei pasti caldi in cambio del lavoro domestico. Le sembra una buona opportunità. Ben presto però Tigist si accorge di non avere per le mani quello che si aspettava, gli orari di lavoro sono prolungati, i riposi inesistenti, il carico di lavoro smisurato. La padrona di casa inizia a mal trattarla e il figlio maggiore abusa più volte di lei. Un giorno, esausta per la situazione che sopporta quotidianamente, decide di abbandonare l’abitazione in cui lavora e di fare ritorno al suo villaggio, a casa sua. La gravidanza indesiderata e frutto di un abuso è un tabù che non può affrontare in casa quindi, sempre sotto consiglio delle amiche, si reca da un wogesha ossia il “medico” del villaggio che le da un infuso di erbe locali da bere per perdere il bambino che porta in grembo. La bambina-madre fa quindi ritorno a casa e dopo aver salutato la famiglia si chiude in una stanza per assumere la medicina preparatale dallo stregone. Dalla stanza proviene un urlo, un gemito e poi più nulla. Tigist è morta, avvelenata.

Tigist in questo caso è il personaggio interpretato da Tena, una bambina della Brue Tesfa,
l’associazione di bambini orfani a Debre Marcos. I bambini dell’associazione hanno
preparato questa recita per dare il benvenuto al gruppo Teatro Verde che per due settimane
lavorerà con loro per scoprire come il teatro e l’attività creativa in generale possa aiutare nell’elaborazione dei traumi in situazioni problematiche come la vita di un bambino orfano in un paese povero come l’Etiopia. La storia di Tigist è purtroppo la storia vera di migliaia di bambine e ragazzine etiopi che per sfuggire a situazioni disagiate finiscono per vivere vere e proprie tragedie a causa di diverse ma altrettanto difficili condizioni di vita e di lavoro. Tigist non è quindi un personaggio frutto della fantasia di un “regista” ma è la pura realtà che questi bambini si trovano davanti agli occhi ogni giorno. La tranquillità, la naturalezza e la serenità con cui i bambini recitano questa trama mi lascia intuire quanto questa storia si ripeta quotidianamente nelle loro piccole vite; le loro risate davanti allo stupro e alla morte della ragazza si potrebbero giustificare con scuse come superficialità o incomprensione dovuta alla tenera età degli spettatori, o forse dovrei dire che sarebbe bello poterle spiegare così. La realtà purtroppo è diversa. La realtà è che ridono di fronte a queste scene per sdrammatizzare la sofferenza che portano dentro di loro. Ridono per poter affrontare l’oggi e arrivare al domani. Ridono e mettono le loro vite in una rappresentazione teatrale per esternarle, per affrontare e poi provare a rielaborare tabù e realtà che sono insite nelle loro vite.

Il lavoro del gruppo di teatro comincia. I bambini pian piano entrano in sintonia e in relazione con i nuovi arrivati che parlano una lingua strana (“se magna”?), hanno la pelle bianca (con numerosi puntini rossi … a causa delle pulci) e fanno cose strane come urlare, camminare sulle mani o tenere un legnetto sul naso alla cui sommità gira un piattino colorato. L’amarico e l’italiano si mescolano con un pizzico di inglese (q.b.) fino a ottenere un variopinto vocabolario di
neologismi che solo chi frequenta questo gruppo variegato può veramente capire. Fin da subito si fanno protagonisti i bambini dei quali risaltano i particolari caratteri che verranno poi associati con i personaggi da interpretare. Alla fine delle due settimane Negus sarà un perfetto Hansel e Desta sarà Gretel. Nasanet e Abaynesh interpreteranno la doppia natura della strega. Negus sulla scena sarà un bambino abbandonato come lo è nella vita. Ma nella vita vera lui una sorella non ce l’ha. Ha solo una povera e anziana nonna che lo ha accolto quando la madre è morta di AIDS e il padre, militare, è andato via senza più dare sue notizie. La nonna vive vendendo semi bolliti vicino al mercato. Negus si occupa di tutto in casa, pulisce, lava, raccoglie la legna e aiuta la nonna cucinando quel poco cibo che quotidianamente possono consumare. Negus ha 12 anni ma a vederlo sembra averne massimo 7. Quando con Ennio andiamo a visitare la sua casa per fare alcune riprese la nonna ci racconta di come, nonostante i vicini le consigliassero di abbandonare sulla strada quel bambino che crescendo malato e irregolare nel suo sviluppo le toglieva solo le ben poche risorse, con enormi sacrifici e con l’aiuto di
altrettante buone persone sia riuscita a farlo sopravvivere e guarire. Negus sarà il protagonista sulla scena del teatro ma la nonna non potrà assistere allo spettacolo altrimenti quella sera cosa mangeranno lei e Negus?

Una altra ragazzina della Brue Tesfa non avrà parenti alcuni a vederla muovere le braccia come foglie mosse dal vento nel bosco di Hansel & Gretel. Si chiama Zahara, ha 19 anni ma è ancora minuta. Ha la pelle rovinata, gli occhi doloranti ma cerca di sempre di nascondere la sofferenza dietro un flebile sorriso. Vive da sola in una stanzetta in affitto sul retro di una casa nel sobborgo di Debre Marcos. Nella sua stanza, appese alla parete, si scontrano versi di preghiere, foto di coppie innamorate e frasi malinconiche con una marcata ridondanza sulla relazione madre e figlia. Non c’è speranza in quella stanza, nemmeno una briciola. Zahara ha visto morire la mamma e sa anche di avere la sua stessa malattia. Conosce bene quello che l’aspetta ed è convinta anche che non c’è posto per la speranza. Va a scuola, cerca con tutte le sue forze di costruirsi il suo domani, prende le medicine e ringrazia tutti quelli che credono e vogliono credere nel suo futuro, ma la stanza dice anche quello che lei non ci dice. Lei vuole guardare avanti e vuole imparare a sperare ma quando troppo spesso il passato, come una spina
di un rovo quando si passeggia nel bosco, le prende un lembo del vestito e tira in direzione contraria, e tira tanto forte che ogni volta le strappa un pezzettino di quel bel vestito a fiore e toppe.

Ogni tanto, durante le prove, compare un ragazzetto basso e magro con degli occhialetti calati sul naso e una bicicletta sempre con se. È Tesfaye, ha 21 anni e studia infermieristica all’ospedale di Debre Marcos. Anche lui è un membro della Brue Tesfa. Si preoccupa che tutto vada bene, essendo uno dei più grandi tra gli orfani della associazione si sente un fratello maggiore e si comporta di conseguenza supervisionando i piccoli. Tesfaye ha perso la mamma quando era poco bambino, non si ricorda molto; di lei sa quello che gli hanno raccontato vicini e parenti. Pare
sia morta per liberare la sua famiglia da una profezia predetta da un wogesha secondo la quale con la sua morte avrebbe salvato 7 generazioni da lei discendenti. Per amore della famiglia la donna si sarebbe quindi suicidata lasciando i figli orfani di madre. Lasciando aperta una porta su altre possibili interpretazioni (come malattie talmente tabù da preferire un suicidio alla verità) rimango comunque esterrefatta dalla crudeltà subita dalla donna.
Arriva il giorno dello spettacolo finale, i bambini, chi più e chi meno, hanno lavorato arduamente per due settimane ininterrotte alla preparazione di un Hansel & Gretel rivisitato e riadattato. Nella versione etiopica i due fratellini vengono presi in trappola dalla
strega non attratti da una casetta di marzapane e cioccolato bensì da olio, carne e zucchero, beni di primissima necessità altamente desiderabili e desiderati dalla popolazione a causa di indisponibilità sul mercato. Lo spettacolo è poi stato arricchito con intermezzi di
giocoleria e di teatro comico per dare spazio a tutti le diverse abilità personali dei piccoli attori.

All’esibizione accorre un vastissimo e caloroso pubblico attirato al teatro dalla musica e dalle esibizioni di giocoleria per la strada. Nonostante lo spettacolo sia di bambini per bambini, oltre a un elevato numero di orfanelli di strada tra il pubblico si trovano altrettanti adulti, uomini e donne. Tra questi riconosco due ragazze. Le abbiamo intervistate qualche giorno prima e lavorano in un bar. Una di loro è la presidentessa dell’associazione di ragazze che lavorano nei bar creata con l’aiuto del progetto CVM. Queste ragazze hanno una storia simile a quella di Tigist, spesso infatti fuggono dai loro villaggi per cercare una alternativa alla povertà che le circonda sperando di trovar fortuna nelle grandi città. Una volta arrivate nei centri urbani finiscono nella rete dei broker e vengono sfruttate con condizioni disumane o come domestiche o come prostitute. La quasi totalità delle volte che una ragazzina (la maggior parte sono tra i 12 anni e i 25) viene ingaggiata come cameriera in un bar lavora senza una retribuzione e con la sola promessa di un letto in cui dormire e il vitto da pagare a parte. L’unica retribuzione che ottengono, una volta dedotta la percentuale dovuta al proprietario del bar, è quella derivante dalla vendita del loro corpo. Quando accettano questo lavoro, per il quale non hanno molta alternativa, mettono in serio pericolo la loro stessa vita; la maggior parte di loro di fronte al cliente non ha alcun diritto, molte volte rischiano di non essere nemmeno pagate o di non aver la possibilità di proteggersi dalle malattie attraverso l’uso del preservativo. Parlando con alcune di loro sono rimasta colpita e anche sinceramente piuttosto amareggiata dalle loro visioni, dalle loro speranze per il futuro; Meseret infatti mi racconta che essendo la povertà molto diffusa anche la prostituzione risente di un calo di mercato e che, per questo motivo, spera di riuscire ad andare a lavorare in un bar più grande dove i guadagni per le sue prestazioni sono maggiormente retribuiti. Quando siamo andati a trovarle nel bar dove lavorano per renderci meglio conto della realtà in cui lavorano e vivono siamo rimasti colpiti dai tratti
somatici della bambina che una di queste ragazze-cameriere-prostitute portava legata dietro la
schiena: la piccola ha i lineamenti marcatamente cinesi.


Marta Bonalumi
(Volontaria CVM in Servizio Civile - Etiopia)

Il lavoro in fattoria



Camminando per Ayeho, una kebele in Awi Zone, sembra di rivivere una novella verghiana. E' roba di Al-Amoudi, è tutta roba sua..dello sceicco Al-Amoudi, l'uomo più ricco d'Etiopia e il 63° uomo più ricco al mondo come dichiarato dalla rivista americana Forbes. Ad Ayeho ha comprato tutto il territorio disponibile ed, ora, ospita nella sua tenuta una scuola, degli uffici di amministrazione municipale, una stazione di polizia e un'immensa fattoria, coltivata con mais, girasole, banane, mango, arance.

Ayeho è una kebele di 65,68 kmq, dieci anni fa è stata acquistata e trasformata in una fattoria "Ayeho Agricultural Development Organization", proprietà del suddetto Al-Amoudi. La fattoria è molto vasta, percorrendo la strada sterrata che vi si inoltra, dopo un quarto d'ora di tragitto in macchina, ci si trova davanti un cancello che blocca la strada, ma il passaggio è lasciato aperto poiché la sbarra è alzata abbastanza da permettere il transito. Subito dopo inizia il villaggio di Ayeho, appaiono case e minuscoli negozi, tra i campi, sui bordi della strada e vi si trovano anche gli uffici dell'amministrazione municipale, la polizia, la scuola, quelle piccole istituzione che dovrebbero servire la comunità...eppure è strano trovarle all'interno di quel marchio di proprietà posto dalla sbarra.

Gli abitanti sono 7880 (di cui 4175 donne), vivono in case di terra e legno poiché è proibito edificare costruzioni in cemento in quella proprietà, agli abitanti, che sono quasi esclusivamente lavoratori della fattoria, è anche proibito allevare animali poiché non è concesso loro di sfruttare in alcun modo il territorio in cui risiedono. Inoltre molti di questi lavoratori provengono da altre zone, non hanno quindi un tessuto sociale che possa sostenerli in caso di bisogno, tutto ciò rende le condizioni di vita estremamente precarie, una donna si esprime così: "noi stiamo lavorando qui soltanto perché non abbiamo altro di che sopravvivere, non c'è altro".

Eppure qui manca la voce narrante siciliana che dipinge con sincera pietà le ingiustizie e le tribolazioni di chi quella roba non l’ha, ma la lavora...In Etiopia lo sceicco è noto come filantropo e benefattore del suo Paese benché, nella sua fattoria ad Ayeho, i lavoratori sono assunti per contratti trimestrali con paghe giornaliere che vanno dai 12 ai 15 birr lordi (circa 50 centesimi di euro) a secondo delle differenti mansioni per cui si è assunti: segretarie, manovali, coltivatori, personale per le pulizie, etc..


I lavoratori possono essere assunti con due tipi di contratto: assunzione a tempo parziale o permanente. La prima forma di contratto è rinnovata trimestralmente ed espone i lavoratori ad una continua precarietà. Spesso i contratti sono rinnovati consecutivamente, anche per diversi anni di fila, così lo sceicco si assicura di potersi liberare di dipendenti inutili in modo celere (in Etiopia le leggi per il licenziamento sono al quanto rigide) e di conservare a costi minimi solo il personale più efficiente. La condizione di questi lavoratori è terribile, la maggior parte di loro è donna, per cui oltre al lavoro nei campi assolve tutti quegli oberi domestici che le comportano ulteriori fatiche.

L'Etiopia ha ratificato la convenzione di ILO (International Labour Organization) per cui, per legge, l'orario lavorativo giornaliero non può superare le 8h con almeno un giorno di riposo settimanale ed ai lavoratori deve essere garantita l'assicurazione sanitaria e la maternità. Tutto ciò è riconosciuto dalle condizioni contrattuali, ma nella realtà i manovali ed i coltivatori assunti qui lavorano 11h al giorno, senza pausa per il pranzo, le donne hanno riferito che non è concesso loro neppure di fermarsi per bere, questo è un privilegio maschile. Inoltre, benché le condizioni salariali siano definite a giornata, il personale che lavora meno di 20 giorni al mese non riceve alcun retribuzione mensile.

Per ovviare alla possibilità di dover pagare la maternità alle sue dipendenti lo sceicco fa eseguire un test di gravidanza pre-assunzione, ed infine, benché tutti contribuiscano alla copertura assicurativa sanitaria, pare che ne riescano a beneficiare solo i lavoratori permanenti o quelli con buoni contatti con la direzione.

Inoltre, una parte dello stipendio è in natura, mensilmente vengono elargiti 50kg di mais di seconda qualità ad ogni lavoratore come equivalente di 68 birr di salario. Ogni anno, durante il raccolto del mais, quello di scarto viene immagazzinato e lentamente sarà smistato al personale. In questo modo, il filantropo si assicura un congruo profitto da mais di cattiva qualità che avrebbe fatto fatica a vendere, ricavandone 68birr mensilmente da ogni lavoratore, senza sostenere alcun costo di trasporto.


Il CVM sta svolgendo un training sui diritti del lavoro e della donna e la prevenzione dell'HIV/AIDS per venti lavoratrici a giornata di questa zona. Il training si indirizza specificatamente alle donne perché normalmente vengono sottopagate rispetto agli uomini in questo genere di mansioni.

In questo caso, l'esistenza di un contratto previene queste lavoratrici da tale rischio, ma le donne ci raccontano che ciò avviene lo stesso, per vie trasversali, gli uomini ricevono mensilmente dei bonus (ad esempio: una borsa di vestiti nuovi) che non viene loro distribuita. Esse aggiungono che tutti i lavoratori a giornata sono sottoposti al controllo di "cabò" (devo dire che il termine mi impaurisce), ogni cabò è responsabile di supervisionare 150 braccianti circa, li sprona al lavoro, li rimprovera e segnala il loro andamento. Solo gli uomini possono essere cabò, a volte, abusano delle donne, e loro non hanno parola, accade senza che nessuno lo denunci.

Questa zona è piena di boschetti, di campi di alti girasoli e mais, qui, di sera è facile nascondersi, molti sono gli stupri commessi all'imbrunire. Le donne non possono aggirarsi sole dopo il tramonto, ma le distanze da compiere per raggiungere la propria casa dopo il lavoro sono ampie e capita di attardarsi troppo, gli uomini approfittano di ciò anche perché la polizia non è attiva nel bloccare questo genere di reati. Le donne non possono vivere sole, per questo i matrimoni precoci sono frequenti.

Ma nessuno sembra interessarsi a questa moltitudine di ingiustizie e violenze, dopotutto è la fattoria di un filantropo, gli uffici amministrativi non hanno quasi nessun dato sulla reale situazione della kebele e sembrano dirigersi qui solo per la distribuzione di pesticidi anti-malarici.

Una di queste donne ci dice "noi siamo senza voce, nessuno ci pone attenzione", ora lo staff del CVM sta preparando degli incontri con gli uffici di woreda e di zona per tentare un coordinamento.

Penso a quei 50 kg di mais di scarto che i lavoratori si devono portare a casa ogni mese e ci vedo qualcosa di molto perverso, ci vedo la negazione di ciò che dovrebbe essere. Un'alternativa sincera sarebbe la produzione per se stessi, l'autogestione, la formazione di cooperative di agricoltori e l'espropriazione almeno di parte del territorio. Si dovrebbe tentare la gestione diretta della terra che si abita per rispondere alla precarietà a cui la povertà espone.. il governo avrebbe anche il potere di farlo, ma, la "Ayeho Agricultural Development Organization" appartiene ad un Tal dei Tali.



Benedetta Sercecchi

(Volontaria CVM in Servizio Civile - Etiopia)