giovedì 13 novembre 2014

Raccontare Storie

Quando a inizio Settembre ho lasciato Bagamoyo per trascorrere qualche giorno a casa, mi sono trovata nella difficile situazione di raccontare a parenti ed amici quello che questi sei mesi in Tanzania hanno rappresentato per me. Ho sempre trovato difficile raccontare a terzi pezzi di viaggi, esperienze, storie sentite e persone incontrate. Alla luce di questo, al ritorno dopo ogni periodo passato lontano da casa, ho sempre atteso con un certo timore il momento in cui parenti ed amici avrebbero iniziato con  le domande di routine “Com’è andata?”, “Ma ti è piaciuto?”, “Cosa hai fatto?”, “Come ti sei trovata?”, “Cos’hai imparato?”.  Dopo anni di esperienza, posso dire con un certo orgoglio di aver ormai sviluppato tecniche di risposta tali da permettermi di condividere quello che io definisco “il giusto necessario”, ovvero quanto basta per dare qualche informazione ma allo stesso tempo trattenere per me il cuore dell’esperienza appena vissuta.
Di conseguenza, quando sono salita sul volo diretto a Milano Malpensa, avevo la consapevolezza che da lì a qualche ora, mi sarei trovata a dover raccontare i mesi trascorsi a Bagamoyo e che difficilmente i miei amici e la mia famiglia si sarebbero accontentati di qualche elusiva informazione perché, si sa, sei mesi in Africa sono qualcosa che stuzzica la curiosità delle persone.
Sorprendentemente, tuttavia, una volta giunta a casa qualcosa di nuovo è accaduto: per la prima volta ho provato il desiderio di condividere la mia esperienza. Ho raccontato a ruota libera i diversi aspetti della mia vita qui, dalla quotidianità a Bagamoyo, a quella in villaggio, dal lavoro in ufficio, alle attività durante le visite di monitoraggio nei villaggi del distretto di Bagamoyo, dai momenti di ilarità a quelli di sconforto e rabbia, perché se è vero che ci sono i primi è anche vero che le storie di vita che ascolti ti restano dentro come macigni e non hai altra scelta se non quella di diventarne testimone e di condividere con altri quella sofferenza per renderli consapevoli, per denunciare.
Mi sono così trovata a raccontare di quando, una mattina, durante un incontro nel villaggio di Msoga con il Education Committe locale, ovvero i gruppi di volontari che a livello di villaggio hanno il compito di sensibilizzare le famiglie in riferimento all’importanza dell’educazione dei bambini, io e Peacy, la facilitatrice di CVM alla quale sono affiancata, ci siamo trovate a fare visita a una famiglia dove era stato denunciato un caso di maltrattamento. Nello specifico, il caso riguardava un bambino, con handicap mentali fin dalla nascita, al quale non solo era negato il diritto all’istruzione, ma che era solito passare giornate legato ad un palo fuori casa e il cui stato fisico faceva sorgere molti dubbi anche sul suo stato di salute, mostrando evidenti segni di malnutrizione.
Oppure ho raccontato delle ragazze che fanno parte di Muungano, l’associazione di barworkers di cui CVM sta sostenendo la nascita nelle Wards di Bagamoyo. Ho raccontato di quanto sia difficile per queste donne, spesso solo ragazze, parlare di diritti in una realtà in cui non esistono contratti di lavoro, ferie o orari di lavoro precisi, in cui la paga è misera e in cui essere cameriere spesso significa dover vendere anche il proprio corpo ai clienti.
Ho raccontato le tante cose belle che questa esperienza mi sta donando, ma anche la concretezza che assume l’assenza di diritti per alcuni, i più deboli e vulnerabili.




Giulia Letizia Spezzani
Volontaria Servizio Civile Tanzania



giovedì 16 ottobre 2014

Mangiala!

Non nascondo la mia difficoltà a condividere in un blog un’esperienza così profondamente personale.
Cerco l’ispirazione in una calda domenica tanzaniana, di fronte ad un mare che repentinamente non riconosci più. Prima la bassa marea faceva apparire tutto più limpido e spazioso, ora un mare in burrasca sembra voler deglutire tutto quello che trova. Ripercorro a ritroso i giorni passati qui, dalla partenza in aeroporto con le lacrime in viso, a questa giornata malinconica.
Sembra facile per chi è rimasto, è facile dire “dai te la caverai”, “devi farci l’abitudine”, “i primi giorni sono sempre così”.  Altrettanto difficile è comunicare con chiarezza quello che si sente, quello che si respira e le mille domande che ogni giorno ti attanagliano. Perché sono qui, cosa troverò, cosa imparerò, cosa donerò, cosa cambierà.
Tutto è già cambiato molto.
Appena arrivata a Bagamoyo non mi sembrava di stare in un luogo appartenente al pianeta Terra, ora le sue strade, i suoi bambini, i rumori, la musica e gli odori sembrano essere diventati la mia casa, un posto che forse mi aspettava, e che non mi aspettavo. È la mia prima volta in Africa. E come mi ha suggerito Perfect, l’autista di CVM, “Se non mangi, sarà l’Africa a mangiare te”. È esattamente questa la prima sensazione che ho provato, essere divorata.
Le paure e le malinconie a volte arrivano, le lascio passare, perché non posso perdermi niente qui, nemmeno uno sguardo, un angolo dell’affollato e puzzolente mercato, una mano da stringere, una foto rubata dalla macchina. Perché sono in Africa, precisamente di fronte all’oceano Indiano! Avete presente bene dov’è? La quotidianità che cerco spesso me lo fa dimenticare, ma basta immaginarmi il mappamondo, farlo ruotare velocemente e stopparlo nel punto esatto in cui mi trovo e tutto ritorna ad essere nuovo, eccitante, e sorprendente.
Dalla prima settimana ad oggi ho già imparato più di quanto anni di università e tirocini mi abbiano mai insegnato. Gli staff meeting, gli interminabili database da compilare, i giorni passati in monitoraggio nei villaggi dove CVM ha i suoi progetti, le idee per i progetti da implementare in futuro, la peer education nelle scuole con BAGEA…
Una full immersion di sensazioni che ti fanno scordare il tempo che passa. E sono passati già nove mesi. Mesi nei quali non c’è stata una notte in cui non ho alzato il naso al cielo, perché so che sarà la prima cosa che mi mancherà quando sarà arrivato il momento di tornare a casa.Perché non si può fare a meno delle luce di queste stelle, non si può fare a meno del buio vero della sera, dell’immensità di questo cielo, delle forme strane che assume questa luna, dei colori dei vestiti delle donne, dei piedi sporchi di questi bambini, del sapore del chapati e dei mandazi.
MANGIALA! È l’augurio che mi faccio.

Che arrivi a tutti i volontari come me sparsi in questo immenso continente.




Valentina Corbucci
Volontaria SVE - Tanzania

giovedì 2 ottobre 2014

Un giorno a Talawanda

Quando il Martedì di quasi ogni settimana si parte per 2, 3 o 4 giorni di visite di monitoraggio dei progetti nei vari villaggi del Distretto di Bagamoyo, il primo pensiero che mi passa per la mente è: “chissa cosa accadrà, chi incontreremo questa volta”; perché ogni incontro lascia sempre qualcosa: un mix di emozioni che è difficile da spiegare a parole e tanto meno da scrivere; troppi eventi si succedono, e tante realtà diverse si mescolano.

Nell’ultima settimana di Agosto, io, Giulia e Peace – facilitatrice CVM - siamo andate in monitoraggio a Talawanda, un villaggio sulle colline nel Distretto di Bagamoyo. In quest’area CVM ha raggiunto diverse donne e ragazze attraverso il suo progetto di Microcredito e la più recente cooperativa Wandele SACCO, ed è proprio per monitorare lo stato delle cose che siamo arrivate lì Martedì mattina.

La caratteristica che differenzia Talawanda da altri villaggi è che per la prima volta 2 anni fa CVM ha coinvolto le donne della tribù Masai nel progetto di Microcredito e Wandele SACCO. A differenza di altre zone all’interno del Distretto di Bagamoyo, in questa provincia la tribù Masai è presente in grandi numeri, ed è impossibile guidare lungo la strada da un villaggio ad un altro senza incontrare o trovarsi circondati da una loro mandria di mucche. Coinvolgere le donne Masai nei progetti non è semplice, specialmente quando si cerca di coinvolgere un gruppo piuttosto che una singola persona, ma gli sforzi e il duro lavoro di CVM hanno portato ad un coinvolgimento di  6 donne di età tra i 20 e i 60 anni. Quattro non sono in grado di leggere e scrivere ma grazie all’aiuto di figli e nipoti hanno dimostrato di essere tra le più capaci a gestire le loro finanze e, nel caso del progetto di micro-credito, a tenere in ordine i conti. 

L’incontro e l’affetto dimostratole dalle donne Masai a Talawanda è un ricordo che mi accompagnerà per sempre. In tutti i villaggi in cui andiamo Peace è sempre accolta con molto affetto e rispetto, ma a Talawanda abbiamo ricevuto un’accoglienza unica. Le ‘mame Masai’ ci hanno accolto con abbracci, canti di gioia e sorrisi enormi e la loro gioia ed entusiasmo ci ha accompagnato per tutta la durata della visita.

In particolare a colpirmi è stato il modo in cui Magdalena, la donna Masai più anziana del gruppo, ci ha accolto. La sua gioia nel vedere Peace era palpabile, il suo abbraccio era come quello offerto ad una sorella dopo un lungo periodo di lontananza: ricco di felicità. La sua dimostrazione d’affetto chiara si é però mischiata ad un po’ di rabbia, dettata dal fatto di aver saputo troppo tardi del nostro arrivo in paese. Non ha così avuto modo di prepararci un’accoglienza degna di nota: un pranzo ricco di carne (almeno una capra) accompagnato da prelibatezze locali.


Grazie al sostegno economico iniziale dato dal progetto CVM, tutte e 6 le donne Masai, così come le altre beneficiarie, sono state in grado di iniziare attività economiche che le hanno rese economicamente indipendenti e stabili. Magdalena ha allargato la sua attività di allevatrice, acquistando polli e iniziandone la vendita in aggiunta a quella di latte prodotto dalle sue mucche. Le altre ‘mame Masai’ hanno acquistato pannelli solari e avviato individualmente delle attività incentrate sull’offrire luoghi in cui è possibile ricaricare cellulari e altri apparecchi elettronici dato che l’intera area non è ancora stata raggiunta dai cavi della corrente elettrica.

Peace e Mama Masai

Chiara Crenna
Volontaria Servizio Civile - Tanzania

venerdì 19 settembre 2014

La Seconda

“Ma se capirai,
se li cercherai fino in fondo
se non sono gigli
son pur sempre figli
vittime di questo mondo

De André, La città vecchia


Da quando ho messo piede in Africa sicuramente sono ancora tante le emozioni e le sensazioni che devo sedimentare prima di poterle raccontare. E’ come quando si sviluppa una fotografia in modo analogico. La carta sensibile colpita dalla luce deve essere messa a bagno in diversi liquidi. Solo seguendo meticolosamente tempistiche e processi, i reagenti faranno comparire le immagini. All’inizio non ci sono che macchie che via via si definiscono e diventano delle figure.

Quando mi guardo alle spalle, quando mi volto a guardare la strada percorsa fino ad ora vedo tante immagini che sono ancora nel processo di prendere forma. A volte si fanno degli incontri, a volte è più semplicemente  l’incontro con la realtà che ti fa riflettere. Tra le “fotografie della mente”, probabilmente c’è una mattina a Lugoba, un villaggio che come altri è attraversato dall’autostrada e alla sera si vedono parcheggiati lungo i margini della carreggiata camion e tir, che nel buio sembrano possenti mostri addormentati. A Lugoba pernottiamo spesso durante le nostre visite di monitoraggio ed è sempre molto interessante osservare la vita, la quotidianità quasi rituale, che si svolge ai lati della strada, come fossero le sponde di un fiume.

Una mattina come altre abbiamo iniziato la giornata con un chai ya rangi (the nero) e chapati per colazione. Il locale in cui ci rechiamo è essenzialmente una tettoia con dei tavolini e sedie di plastica di vari tipi. Le ragazze, cameriere e cuoche,  bollono l’acqua o il latte per il the o destreggiano padelle sui fuochi.  Ci sediamo a un tavolo e ci viene incontro una delle cameriere. È una ragazza alta, robusta. È difficile darle un’età. Potrebbe essere una mia coetanea. Forse ha qualche anno in più, forse qualche anno in meno. D’altronde qui sono in molte le persone che non conoscono la propria età e che talvolta non riescono nemmeno a formulare una stima credibile. 

Mi è parso di sentire qualcuno chiamarla Pili. Non sono sicura sia il suo nome, ma le calza bene. Pili è uno dei nomi femminili più diffusi in Tanzania. Significa “la seconda”, e questa ragazza non ha proprio l’aria di essere un “numero uno”, una vincente. Pili ha gli occhi piccoli incastonati in un viso tondo dai lineamenti grossolani. Li tiene socchiusi e li sbatte come chi ha molte ore di sonno in arretrato, ha un’aria stravolta. Si appoggia con i palmi delle mani al nostro tavolo e per un attimo sembra ci stia per cadere addosso, invece resta lì e attende che le si ordini la colazione. Porta un vestito di maglina sintetica fucsia che le fascia un corpo procace, ma goffo.

Quando sono arrivata nel pomeriggio del giorno prima, l’avevo vista seduta a un tavolo dello stesso bar in cui ora serve. Accanto a lei c’era già una bottiglia di birra vuota. Una di una lunga serie.  E’ rimasta lì tutta la sera a perdere il suo tempo, a consumare le ore di una vita che pare non aver senso. La sera voleva che un cliente del locale le comprasse un libricino che un venditore ambulante proponeva assieme ad altra mercanzia di dubbia utilità. Farsi fare un regalo, ho pensato seguendo la scena, doveva essere un modo per provare anche per un solo istante l’ebbrezza disperata di un briciolo d’amore.

Di questa ragazza non so nulla. Non so da dove viene, né se mai ha avuto un sogno. L’ho osservata e ripenso a lei come a una fotografia all’incontrario… l’immagine sta diventando “macchia”. La sua immagine sembra essere lo specchio di una vita che invece di diventare più definita, sta perdendo forma e via via si fonde e confonde nello sfondo fino a venir fagocitata dal contesto. Nei miei seguenti passaggi a Lugoba non l’ho più vista o forse semplicemente non l’ho riconosciuta. Dopotutto Pili, come tante altre ragazze nate nei villaggi del distretto di Bagamoyo, non è che una delle molte comparse nel grande film della vita. Le si nota solo se si impara a dare significato ai dettagli in secondo piano.

Veronica Weffort
Volontaria Servizio Civile in Tanzania


Monitoraggio gruppo microcredito - Lugoba, Tanzania

martedì 26 agosto 2014

Di casa in casa, di sogno in sogno

La prima volta che entrai nel compound dell’ufficio del CVM a Debre Tabor quasi non la notai – complice forse la struttura minuta e quella sua timidezza reverenziale – tanto ero curioso ed emozionato di visitare il sobrio ma accogliente edificio che da lì in avanti avrei imparato a chiamare birò, o semplicemente office. Non credo se la sia presa, ma ciò non mi consola.

Tiruwork Mesfin ha 25 anni, professione yebet serategna, in inglese cleaner o housemaid. Lo sguardo luccicante, copertina di un volto vissuto, trasmette una semplice bellezza, e la confonde con il timore di mostrarla. Vive da dieci anni a Debre Tabor, ma è nata in una provincia rurale, distante qualche decina di kilometri. Città e campagna sono strettamente collegate in questo angolo di mondo, vivono in una simbiosi millenaria e si nutrono l’una dell’altra. Tiruwork fu una delle tante a decidere di migrare, di abbandonare quel pezzo di terra che per molti lunghi anni aveva chiamato casa.

Prima di quattro figli, fin da bambina aiutava la madre a trasportare i prodotti al mercato. Quei pochi birr (moneta locale) costituivano l’unica fonte di reddito per la famiglia. E non bastavano: non per la scuola, non per i vestiti. Alla morte del padre, Tiruwork aveva 10 anni, nessuna istruzione, qualche straccio, pochi amici e tre fratelli da mantenere. Viveva là dove il mondo finisce, dove uomini e donne perlopiù passano, piccoli e insignificanti tra imponenti montagne e sconfinate verdi distese. Le sole cose che conosceva allora erano i prezzi del mercato del sabato; sapeva che il giorno si alterna alla notte, le piogge al sole, che gli animali non hanno pensieri e che qualcuno più in là poteva ciò che voleva. Fu così che la ragazza divenne moglie, e senza volerlo Tiruwork si ritrovò donna, sposata ad una promessa di futuro.

Arrivare a Debre Tabor a 15 anni non è semplice, non lo è lasciare la madre e i fratelli. Fu l’orgoglio, o il dolore delle ferite, profonde sul corpo fragile, o forse il coraggio di inseguire il mondo, di correre la propria vita e di scegliere la scelta. In cerca di lavoro, Tiruwork si rivolse alle poche amiche in città da più tempo di lei, che la indirizzarono da una famiglia benestante. Il fatto di avere vitto e alloggio sembrò un’opzione allettante per la ragazza, che del resto non aveva doti professionali oltre a quelle di casalinga. La sistemazione avrebbe dovuto essere provvisoria, ma finì col durare tre anni, durante i quali Tiruwork non vide alcuna retribuzione per i suoi servigi.

In Etiopia la legge non riconosce le housemaids come lavoratrici; di conseguenza l’Ufficio del Lavoro e degli Affari Sociali non ha mai stilato un contratto per esse. Così, resta a discrezione del padrone decidere le mansioni, le ore settimanali, la presenza o meno di una retribuzione. Nel migliore dei casi l’impiegata può strappare un “contratto orale” (in italiano suona quasi come una contraddizione in termini), cioè un accordo di massima tra le parti. Il CVM si batte da diversi anni per restituire dignità alle molte donne, troppe, che per pochi birr sono costrette a qualunque tipo di attività la famiglia disponga. Tiruwork si considera fortunata perché nonostante le difficili condizioni, il padrone le permise di frequentare la scuola serale, la cui tassa era inizialmente di 23 birr mensili, poi negli anni salita a 50 (circa 2 euro). Grazie ai suoi sforzi ora Tiruwork ha conseguito il grado 10, corrispondente alla fine del liceo.

In seguito, sotto consiglio di un’amica, la diciottenne decise di lasciare la famiglia, per ricominciare da capo, per trovare un’altra casa. Oggi Tiruwork lavora come inserviente part time in quattro diverse case, per una media di 4 ore giornaliere. In più, lava vestiti per alcuni conoscenti e cucina l’injera (pane locale) che poi consegna a diversi rivenditori.

Da cinque anni Tiruwork cura la contabilità di Tesfa Hiwot (Speranza di vita), l’associazione delle housemaids di Debre Tabor, fondata con l’aiuto del CVM. Ad oggi sono 108 le donne che periodicamente si incontrano per discutere, promuovere l’educazione delle più giovani, seguire training sulla prevenzione dell’HIV, amministrare collettivamente una copisteria per risparmiare del denaro da destinare ai membri più bisognosi. L’associazione ha come obiettivo ultimo quello di restituire dignità alle lavoratrici domestiche, ottenere un contratto scritto con un salario minimo garantito dal governo regionale, fermare il flusso di donne migranti verso i paesi arabi.

Tiruwork è coinvolta nelle attività dell’associazione in ogni momento che trova. Quel che le avanza lo dedica agli altri, consapevole che l’unità e la solidarietà sono le sole armi a disposizione di chi non ha nulla. In futuro vuole smettere di sognare, vuole avere una propria famiglia e una casa. Questa volta tutta per lei. E spera di poter un giorno regalare ai suoi figli la giovinezza che lei non ha vissuto.



Simone Franceschi
Volontario Servizio Civile in Etiopia



martedì 5 agosto 2014

Quando il pensiero non basta...

Biruh Tesfa (dall’amharico “futuro luminoso”) è un’associazione di bambini poveri ed orfani con sede a Debre Markos, in Etiopia, nata con lo scopo di aiutare questi bambini a crearsi un avvenire migliore, ad affrontare e conoscere i problemi e i rischi della vita, a ridare loro una speranza e fornire quel supporto senza il quale molti rimarrebbero a vivere per strada. Le attività che porta avanti sono: ricongiungimento familiare dei bambini di strada insieme a CVM, sostegno scolastico, formazione, attività sportive e ricreative, microcredito.

Portare avanti queste attività non è sempre facile, spesso infatti non ci sono i fondi necessari per farlo e può capitare che i volontari si trovino in difficoltà. In particolare, Giovanna e Sara – volontarie SVE – ci hanno recentemente fornito un breve resoconto sulle attività che stanno seguendo proprio a Debre Markos, in collaborazione con CVM:

"Da alcune settimane siamo entrate in contatto con gruppo di street children che lavorano intorno alla zona dell'ufficio di Biruh Tesfa. Uno di loro ci ha chiesto di tornare a casa e l'abbiamo riportato al suo villaggio; ora, con la collaborazione dello staff CVM e di alcuni membri di Biruh Tesfa, stiamo monitorando la situazione per far sì che il ricongiungimento familiare vada a buon fine. Per quanto riguarda gli altri ragazzi la situazione è più complicata, quindi per il momento non è possibile pensare al loro ritorno in famiglia.In questo periodo fa parecchio freddo, piove sempre e loro sono in strada giorno e notte senza riparo né vestiti adatti. Così ci siamo informati sull'esistenza o meno di una struttura temporanea a Debre Markos ma per il momento, purtroppo, non ci sono strutture di questo tipo. Ne abbiamo parlato con Geremow (Responsabile CVM del Progetto a Debre Markos), con il Child Expert  (Women and Children Office – Ufficio Donne e Bambini) e con le autorità locali e abbiamo deciso di costruire una struttura temporanea in lamiera per ospitare i ragazzi durante la notte. La polizia ci ha dato il suo appoggio e ci ha offerto uno spazio utilizzabile nell'area dei loro offici. Purtroppo, non abbiamo denaro a sufficienza per comprare la lamiera, ma abbiamo deciso di contribuire personalmente per i costi di costruzione che si aggirano intorno ai 10,000 Birr (400 Euro). Inizieremo questa esperienza con il gruppo dei 5 ragazzi che già conosciamo e che si sono dimostrati entusiasti della proposta. Geremow e il responsabile dell'ufficio di polizia ci hanno assicurato che in una decina di giorni il lavoro sarà fatto e potremo iniziare ad usare le struttura. Intanto continuano le visite alle OVS (Orphans and Vulnerable Students – Studenti orfani e vulnerabili), le attività con Biruh Tesfa e i trainings; siamo molto soddisfatte, anche per l'aiuto che ci sta dando il nuovo volontario, Binyam, e il membro di Biruh Tesfa, Wendale."

Giovanna e Sara





martedì 29 luglio 2014

Essere un bambino

"Una domanda banale, senza pensarci troppo come si fa tra due persone, due amici che si stanno conoscendo, che si stanno raccontando:
“Ma quando è il tuo compleanno che organizziamo qualcosa di bello?”
“Non lo so, non ho mai saputo quando sono nato, non ho mai festeggiato il mio compleanno.”

La risposta che non ti aspettavi, ma che dovevi immaginare, dopo tutti questi mesi e tutte le persone conosciute, tutti quei bambini senza compleanno e senza famiglia e di nuovo ti soprendi.
Forse perchè questo ragazzo ad Addis sembra così vicino a me, con i pensieri, il modo di vedere il mondo, il modo di cantare mentre cammina, però due storie diverse,una con 27 compleanni tanto attesi e l’altra senza un giorno proprio in 20 anni. Se penso a quell’aspettativa perenne per il mio compleanno, come se ogni volta in quel giorno dovesse succedere qualcosa di unico e incredibile, il mio giorno, quel giorno speciale che si aspetta come la notte prima che arrivi il Natale. E poi ci pensi bene su, un giorno come un altro in fin dei conti ma comunque unico per te...ma lui non ce l’ha né speciale né anonimo...quel giorno non sa quale sia.

Tanti bambini qui non hanno quel giorno, chissà se sono nati in estate quando piove a dirotto o in inverno quando fa caldo e tutto è verde e meraviglioso, chissà se sono nati di giorno o di notte.

Durante un workshop per OVC, bambini orfani e vulnerabili, dove con tutto il mio impegno cercavo di seguire al meglio la conversazione, con qualche aiuto da un ragazzo che mi traduceva come poteva ciò che veniva detto, ad un certo punto una ragazza si alza e ciò che comprendo è che sta recitando una poesia. Non so altro perché sono tutti zitti a guardarla e anche il mio giovane traduttore ammutolisce di fronte a questa splendida recita.
Non voglio disturbare questo momento, aspetto e mi godo l’attimo, quelle parole che per me purtroppo sono solamente suoni, ma che percepisco come parole importanti, si percepisce anche dall’imbarazzo e dallo sforzo che questa ragazza sta facendo per leggere di fronte a tutti ciò che da sola ha pensato, scritto, composto.
Un bellissimo applauso arriva e lei sorride contenta, contenta di essere riuscita a condividere quelle parole e poi mi guarda e mi fa un cenno che vuol dire "tranquilla dopo te la spiego in una lingua comune". E infatti nell’intervallo arriva si siede insieme ad un'amica, che conosce l’inglese un po’ meglio di lei, e insieme mi dicono che questa poesia M. l’ha scritta sugli “Early Marriages”, matrimoni precoci se così si può tradurre, e racconta di una ragazza che tutto ciò che vuole nella sua giovane vita è andare a scuola.
I suoi occhi hanno visto cose terribili e le sue orecchie sentito cose che nessuno vorrebbe ascoltare, aveva una vita semplice, una famiglia molto rigida, nessun compleanno per lei, nessuna festa, nessuno sfogo, ma non le importava, lei solo voleva andare a scuola, quello era il suo sogno.
Ma questo sogno troppo presto divenne un incubo, quell’uomo che lei non conosceva e che le faceva paura cominciò a chiedere alla famiglia di poterla sposare e suo padre accettò di buon grado.
La ragazza non si oppose perché non aveva altra scelta, la volontà del padre non poteva essere messa in discussione e il matrimonio si celebrò e lei pianse tutto il tempo.
Sapeva che la scuola e la possibilità di una vita erano svanite per sempre, era una moglie ora, anche se era ancora una bambina. Una bambina che pochi mesi dopo si accorse di avere una creatura in grembo. Ebbe una bambina quando lei era ancora una bambina che solo voleva andare a scuola. Promise a se stessa che quella bambina sarebbe andata a scuola e avrebbero festeggiato insieme il suo compleanno.

Ho guardato M., la scrittrice, aveva gli occhi lucidi, in inglese forse quelle parole sembravano ancora più forti e quella storia più vera. L’ho ringraziata per aver condiviso con me quei pensieri e lei mi ha sorriso spiegandomi che era una storia vera di una ragazza che vive vicino a lei a Debre Tabor e che purtroppo ce ne sono mille di storie così.
L’educazione serve a tutti perché queste cose smettano di esistere, mi ha detto, e perché i bambini possano finalmente avere un'infanzia. Già, ogni bambino dovrebbe avere il diritto di essere davvero un bambino.

A questa poesia ho pensato quando quel ragazzo mi ha risposto che non sapeva il giorno in cui era nato. Abbiamo stabilito una data, il suo mese preferito e il suo numero preferito.

Quest’anno festeggeremo il suo compleanno non vi sono dubbi e sarà un giorno meraviglioso."

Francesca Peirotti
Volontaria Servizio Civile in Etiopia