martedì 15 giugno 2010

Le cento di Lugoba


Oggi piove a Lugoba!

E’sempre un piacere la pioggia da questa parti, perché rinfresca e perché il pensiero va ai campi dei tanti contadini che aspettano la stagione delle piogge con ansia, ma da qualche anno purtroppo porta meno acqua del previsto. Allo stesso tempo però aumentano le zanzare, che non attendono la sera per uscire allo scoperto ma si azzardano ad anticipare il tramonto aumentando i rischi di malaria, e le strade sono più inagibili del solito. E anche ora, camminando per le vie laterali di Lugoba - l’unica asfaltata è quella centrale - che di solito sono un semplice ammasso di polvere, dobbiamo fare attenzione a dove mettiamo i piedi per non scivolare nel fango.

Siamo in otto e stiamo andando al dispensario locale a fare il test dell’HIV….

Sono arrivata a Lugoba cinque giorni fa ormai e ci resterò per altri dieci. Quindici giorni di formazione per cento tra donne e ragazze provenienti da alcuni villaggi del distretto di Bagamoyo: Talawanda, Msigi, Kiromo, Mataya, Matimbwa, Msata, Miono, Mihuga, Rupungwi, Mbwewe, Kifuleta, Kimange.

Uno degli obiettivi principali del progetto a cui ho preso parte è facilitare, seguendo un approccio multisettoriale, l’acquisizione di maggiori competenze e consapevolezza della popolazione locale rispetto al grave problema dell’HIV/AIDS, e in particolare aiutare donne e ragazze a migliorare le proprie condizioni di vita. La particolare attenzione alla componente femminile è legata al fatto che la vulnerabilità di donne e ragazze, causata dalla povertà in cui sono costrette a vivere ma anche dalle discriminazioni di genere e dalle violenze, dalla dipendenza economica, da alcune pratiche tradizionali e dal basso livello educativo, le rende tra i soggetti più a rischio di contagio. Il sostegno viene dato a donne e ragazze attraverso fondi rotativi che permettono loro di avviare piccole attività economiche; il progetto prevede inoltre un supporto a ragazze che ogni anno sono ospitate in alcuni collegi del paese, dove hanno la possibilità di frequentare dei corsi di formazione professionale. L’idea di base è che l’indipendenza economica, oltre ad un maggiore livello educativo, possa renderle più consapevoli e meno soggette al rischio di contrarre il virus, trasmesso nella maggior parte dei casi durante rapporti sessuali scoperti. In tema di sessualità infatti la Tanzania sembra essere un paese per certi versi contraddittorio. Se da un lato la sessualitá è spesso considerata un tabù, visto anche che la maggior parte della popolazione, soprattutto sulla costa dove lavoriamo noi, è musulmana, allo stesso tempo inizia ad essere vissuta con leggerezza fin dalla giovane età, senza che però gli adolescenti abbiano informazioni sufficienti per viverla con consapevolezza. Una raccolta di diversi studi del “Teenege Girls’ Reproductive Health Study Group” mette in luce tra gli altri anche questo aspetto: come vi sia un grande ritardo nel fornire, in particolare alle giovani ragazze, informazioni adeguate sui temi della sessualità, della salute e della riproduzione, o più in generale strettamente legati al loro essere donne, che spesso le porta a correre il rischio di contrarre il virus dell’HIV o di avere gravidanze precoci e indesiderate. La pubblicazione prende il nome di un famoso proverbio tanzaniano “Haraka, Haraka, Haina Baraka”, “la fretta non è benedetta”, e sottolinea come la disintegrazione dei valori familiari e della comunità abbia fatto venire meno la responsabilità comune di educare i giovani e soprattutto le giovani ragazze su questi temi delicati ed allo stesso tempo molto importanti. Anche se il sistema educativo, in seguito al processo di alfabetizzazione di massa portato avanti alla fine degli anni settanta, ha aperto nuove strade a chi è in grado di raggiungere i livelli educativi più alti, lo stesso sistema non è in grado di formare le ragazze piú povere sui temi legati alla salute e alla riproduzione. E spesso le giovani ragazze si trovano esposte e disarmate. L’educazione, che ha certamente introdotto molti cambiamenti nella vita delle adolescenti, come per esempio la riduzione del numero dei matrimoni precoci, non è sempre in grado di svolgere la stessa funzione che per secoli è stata espletata dai rituali tradizionali, per lo meno in molte zone rurali. E qui emerge per certi versi un’altra contraddizione: da un lato è ancora forte il ruolo di alcuni rituali di iniziazione durante i quali ragazzi e ragazze vengono istruiti separatamente sui temi della sessualità - rituali che spesso consolidano le già forti differenze di genere e che pongono le ragazze in posizione subalterna, anche nella relazione sessuale - dall’altro la rapida corsa verso la modernità ha fatto venir meno l’accompagnamento dei giovani all’età adulta da parte dei "saggi" dei villaggi. Le informazioni ottenute durante i rituali di iniziazione non soddisfano più i giovani e le giovani che hanno avuto la possibilità di studiare materie quali scienze ed anatomia; allo stesso tempo il tema della sessualità viene trattato solo in modo molto teorico e per certi versi superficiale. L’anello mancante tra tradizione e modernità è spesso causa di confusione tra i giovani che devono trovare altre vie per informarsi ed essere all’altezza delle situazioni. In Boys’ Views on Sexuality, Girls and Pregnancies la sociologa Juliana C. Mziray approfondisce questo aspetto e mette in luce come nel caso dei ragazzi la maggior fonte di informazione in materia di sessualità sia il gruppo dei pari. I giovani trascorrerrebbero molto del loro tempo, spesso a causa della disoccupazione, nei cosí detti Kijiweni (jobless corner), dove il fulcro delle discussioni sono le ragazze e la sessualitá. Le informazioni trasmesse però non sempre sono corrette, e cosí si diffondono facilmente credenze come quella che ragazzini di 14 anni siano troppi giovani per causare una gravidanza, o miti per cui aver contratto una malattia sessualmente trasmissibile diventa motivo di vanto con gli amici, in quanto prova di una vita sessuale attiva.

Al contrario molte adolescenti entrano in contatto con il mondo della sessualità quando sono ancora fortemente inconsapevoli del proprio corpo e delle proprie capacità riproduttive, quando non è ancora permesso loro di sposarsi, e in un periodo della vita in cui le relazioni prematrimoniali sono fortemente scoraggiate. Facilmente si scontrano con due aspetti della sfera sessuale strettemnte legati alle differenze di genere, ancora molto forti in questo paese e per certi versi contradittorie (come lo sono state a lungo e lo sono in parte ancora in molti paesi occidentali). Se da un lato infatti sono considerate fin dalla giovane etá come oggetto sessuale di giovani e meno giovani, dall'altro vivono sulla propria pelle i tabú sessuali. Lo studio appena citato sottolinea l’evidente contraddizione tra il modo di comportarsi dei ragazzi, legato ai desideri sessuali, ed il modo in cui gli stessi considerano negativamente le ragazze protagoniste di un gran numero di relazioni prematrimoniali. Se un comportamento sessuale aperto è legittimato e stimolato dal gruppo dei pari nel caso dei ragazzi, lo stesso non vale certamente per le ragazze, la cui cattiva reputazione riduce la possibilità di trovare un buon marito. Questo a maggior ragione se la ragazza in questione ha avuto, in seguito a relazione sessuali scoperte, uno o più figli non riconosciuti in un secondo momento dal padre.

A questo si aggiunge il fatto che siano spesso le ragazze, in cerca di un sostegno economico, ma anche più semplicemente per qualche piccola necessità, a concedere il proprio corpo in cambio di qualche favore. Alala ha 23 anni ed è una delle ragazze che da quest’anno ha preso parte al nostro progetto. E’ sveglia, vivace, ed ha preso molto a cuore il ruolo, che dopo la formazione del CVM, riveste nel suo villaggio e con le amiche, nel diffondere informazioni sui temi legati alla sessualitá e ai rischi di contagio. Mi racconta di come molte delle sue amiche siano rimaste incinte molto giovani, come alcune siano già al secondo figlio e come, infine, nonostante ciò la maggior parte di loro non abbia un compagno. Quando le chiedo il motivo alza le spalle e con grande semplicità risponde: perchè avevano bisogno di un sapone, di un vestito, o semplicemente volevano passare una serata diversa bevendo una birra in compagnia.

Potrebbe stupire il fatto che dopo una gravidanza indesiderata, ve ne sia stata anche una seconda, ed in certi casi anche una terza. Ma come mette in luce Rosalia Katapa in Teenage Mothers in their Second Pregnancies è un fenomeno piuttosto diffuso. Sono molte le condizioni economiche e sociali che fan sí che le ragazze madri restino incinte una seconda volta, spesso da un uomo diverso dal primo.

L’ignoranza con cui sia ragazzi che ragazze vivono le loro prime esperienze sessuali ha spesso come conseguenza la diffusione del virus dell’HIV o gravidanze precoci che costringono le giovani ragazze ad abbandonare la scuola e le rendono soggetti deboli all’interno della società. La maggior parte delle ragazze che resta incinta precocemente ottiene informazioni sulla sessualità e sulla riproduzione quando è ormai troppo tardi.


Silvia Volpato
Volontaria in Servizio Civile - Tanzania

martedì 1 giugno 2010

Remoto magico ma duro


Viene difficile continuare a scrivere sul quanto siano remote le aree che sto visitando, ma ogni volta che vado in un posto nuovo rimango incredibilmente stupita e mi rendo conto che è un peccato non provare a trasmettere ciò che è cosi diverso da noi e che, se i tuoi occhi non vedono, la tua mente non immagina.
Da Addis Abeba ci vogliono circa 4 ore di macchina per arrivare a Shashamane, la città dove è concentrato il maggior numero di Rastafariani in Etiopia. Sto andando a Besketo per una visita sul campo di circa una settimana. A 20 km da Shasha, l'autista attacca a raccontarmi tutta la storia del perché i Rastafariani sono venuti in Etiopia, che Hailè Selassie è il loro profeta, che lui gli ha dato la terra e bla bla bla, io avevo già letto tutta la storia sulla Lonely Planet, ma lui era così entusiasta di raccontarmela che non l'ho potuto interrompere... Arrivati a Shasha, è costretto a concludere il suo racconto, ormai soddisfatto di avermi mostrato il suo sapere, lo saluto per aspettare l'altra macchina che arriva da Soddo per prendermi e per proseguire fino a Sawla nella stessa giornata. Visto che mi trovo a Shashamane e devo aspettare per un'oretta approfitto per andare a trovare gli amici di LVIA che hanno l'ufficio di progetto lì. Mi accoglie Valentina, una ragazza simpatica e carina che, pensate un po’, è di Pavia!!! Incredibile, la mia stessa città.. è proprio piccolo il mondo!
Arrivata la macchina si parte per Sawla con tappa a Soddo, capoluogo di woreda, nonché sede dell’ufficio di progetto del CVM. Da lì in avanti pochi villaggi e un parco nazionale ci separano dalla tappa notturna. Raggiungiamo (la project facilitator Freihwot, l’animatrice Tamralech, il tecnico Assegeid, l’autista Sinishaw ed io) Sawla alle 7 di sera, dopo che eravamo partiti alle 11.30 da Shashamane, questo per rendervi conto delle distanze, senza contare che da Soddo la strada diventa tutta sterrata e addio asfalto... L'intenzione è di raggiungere Besketo e, dopo Besketo, Galila. Abbiamo degli schemi a Besketo e vorremmo iniziare a fare qualcosa anche a Galila... Dovreste vedere dove sono localizzati questi due posti: dalla cartina non si vede neanche la strada che ci arriva... mi hanno detto tutti quelli che ci sono già stati che la zona è abbastanza lontana e isolata, ma fino a che non ci arrivi non ti puoi mai ben immaginare. Il giorno dopo ripartiamo da Sawla; il tempo è buono, non piove e questo ci fa ben sperare in un viaggio tranquillo. Ci mettiamo in macchina, l'autista sembra contento, procediamo a velocità normale fino a che, senza capire bene perché, a una certa l'autista inizia ad accelerare e correre per queste stradine sterrate in mezzo alle montagne, solo dopo mi diranno che quello è un parco nazionale e c'è una probabilità su un milione di incontrare un leone (ce ne saranno rimasti 2 di numero in tutta l'Etiopia); il nostro coraggioso ometto aveva paura di trovarsi faccia a faccia con una bella criniera... Peccato, magari sarebbe stata la mia occasione buona dato che non ne ho ancora visti!
Comunque è stato bravo: raggiungiamo Besketo per pranzo; dopo che 5 camion si erano impantanati sulla strada, siamo riusciti a svincolare, aiutarne uno e proseguire per la nostra missione. Mangiamo! Ora, che Besketo non sia Milano Marittima e quindi un posto turistico l'abbiamo capito tutti, ma che non ci siano posti neanche per mangiare senza continuare a pregare che non ti venga niente, quello non l'avevo ancora realizzato. Mangio ad occhi chiusi, anzi più che altro direi a volo d'uccello sperando che le mie mani zozze appena lavate con acqua nera, unta e con oggetti poco identificabili all'interno, tocchino il meno possibile il cibo e la mio bocca... La cosa risulta alquanto difficile e buffa, considerando che in Etiopia non si usano forchette e si mangia con le mani tutti dallo stesso piatto... Va be’, non ho ancora visto tutto.
Arriviamo facciamo i nostri incontri di routine, autorità locali, associazioni, prepariamo il piano della giornata, prendiamo informazioni e andiamo a vedere la prigione in cui abbiamo intenzione di sviluppare un impianto di biogas connesso alle latrine (che ora sono delle pit abbastanza oscene, col termine pit si intende principalmente un buco nel terreno). La giornata è stata proficua e piena di avvenimenti.
Adesso è il momento di andare a nanna e riposarci, per la sera decido di non mangiare, onde evitare una notte di sofferenza... Vado nella mia stanza, e lì la bella sorpresa… perché, se non siamo ben integrati e abituati alla scena, a noi non piace: un buco fatto di terra e paglia, con un controsoffitto molto basso e tutto bucato, con un letto con un materasso talmente sporco che si vedono le pulci giocare e saltare allegramente da una parte all'altra... va be’, CVM lavora in aree remote, lo sappiamo, e grazie al cielo abbiamo per stanotte un posto dove dormire e almeno non piove nelle stanze.
In queste situazioni ringrazi sempre tutti gli angeli e santi del paradiso di essere quello che sei, di avere la possibilità di scelta che gli altri non hanno, e ti metti a letto un po’ pensando che sei contento di essere li in mezzo alle pulci che ti fanno le feste e, in qualche modo, speri e credi che anche il tuo piccolo contributo possa essere utile.
L'indomani Galila ci aspetta.
Se Besketo è remoto, Galila lo è 3 ore di macchina di più. In mezzo a campi e vallate ancora più lontano del primo. Il paesaggio dalla macchina è bellissimo, sembra che in un posto del genere non ci possano essere problemi, ha un qualcosa di magico, queste valli continue e questi verdi che si alternano ti fanno perdere il contatto con la realtà e iniziano a far volare la mente nei pensieri più disparati..
Arriviamo a destinazione e parliamo con il capo dell'ufficio dell'acqua... tutta quella zona, ai miei occhi bellissima, non ha copertura d'acqua potabile e non ha un minimo di infrastrutture sanitarie... in pratica, quella gente è sempre malata. L’acqua la trovano da sorgenti naturali, dove essa scorre tutt’altro che limpida e cristallina: si tratta, infatti, di pozze marroni puzzolenti che le persone sono costrette a condividere con il bestiame. Ciò le rende ancora più inquinate di quello che potrebbero essere all'origine, il risultato è quindi vermi per tutti!
Il lavoro sarà complicato in quell'area, perché molto lontana e senza risorse primarie come pietre, sabbia, cemento, bisognerà far portare tutti i materiali da Sawla e ciò renderà il lavoro non solo più difficoltoso, ma anche un balia del tempo. Le piogge detteranno quando lavorare e quando no. Dipenderà da ciò se le macchine riusciranno a raggiungere il posto.
Scendiamo per rientrare a Besketo Frehiwot, Sinishaw l'autista ed io; dopo 3 km da Galila, la pioggia ci assale e la macchina si blocca impantanata in una salita. Inutili i mille tentativi.. pietre da una parte, pietre all'altra… niente, intanto piove e siamo fuori dalla macchina tutti a capire e cercare una soluzione geniale, intanto ci bagniamo... La soluzione geniale purtroppo non arriva e continuiamo testardi a provare e riprovare, urlando a destra e a manca per recuperare persone che possano aiutarci a spingere la macchina fuori dal fango. Arrivano finalmente, dopo 2 ore riusciamo a muoverci... siamo tutti bagnati fin nelle mutande, la terra rossa si è appiccicata ovunque, ma lo sforzo comunitario, vedere la gente che trainava la macchia con noi, senza scarpe, con i pantaloni stracciati e senza interesse che non quello di darci una mano, ci ha aiutati ad essere tutti semplicemente contenti di essere riusciti insieme a sbloccare la macchina e continuare nel nostro percorso.
CVM ci mette il cuore e le persone con cui sto collaborando sono consce di questo. Ciò è bello, mi fa apprezzare il lavoro, mi fa apprezzare l'impegno che tutti ci mettono, mi trasmette motivazioni quando sono giù di morale, mi stimola e mi fa pensare.
Stessa storia per riscendere a Sawla e concludere la nostra visita, in questo periodo sta stranamente piovendo troppo e quindi ancora ci siamo ritrovati a dover spingere la macchina ad affrontare pioggia e strada di consistenza burrosa.
Pare che da adesso e per un po’ di tempo in avanti gli scarponi e l’impermeabile diventeranno gli amici più fidati delle visite sul campo.

Tabata Fioretto
Volontaria in Servizio Civile - Etiopia

martedì 4 maggio 2010

Il Sarto


Sono appena stata dal “mio sarto”…
Nei mesi passati ho osservato con invidia la mia capo progetto, Ellineth, sfoggiare una serie di vestiti bellissimi, ricavati da dei semplici pezzi di stoffa colorata. Ogni volta che le chiedevo chi li avesse prodotti la risposta era: un sarto a Lugoba. Una delle mie prime missioni qui pertanto è stato trovare il famoso sarto! Mi aspettavo un uomo di una certa età, con tanti anni di esperienza e una grande “sartoria”, e invece mi sono trovata davanti un giovane e sorridente ragazzo. Fare il sarto è stato il suo sogno fin da bambino e poiché la sua famiglia non aveva i soldi per farlo studiare dopo le scuole elementari, appena ha potuto ha iniziato a fare la gavetta da un sarto del villaggio… e ora ha la sua piccola sartoria ed una fama che arriva fino a Bagamoyo! La sartoria non è altro che un bugigattolo sulla strada, tutto aperto, dove ci stanno a mala la pena due macchine da cucire e appesi i vestiti appena confezionati… per terra tutti gli avanzi delle stoffe utilizzate formano un tappeto soffice e colorato. Lui di solito, con la sua macchina da cucire, si apposta a lavorare subito fuori dal locale e se, come stasera, si ferma anche dopo il calare del sole (qui diventa buio intorno alle 18.30), poiché non ha ancora abbastanza soldi per permettersi l’elettricità, accende una candela, la fissa con la cera alla macchina da cucire e continua con il suo lavoro. E il lavoro a quanto pare non gli manca. Ogni volta che passo è circondato da bellissime ragazze di ogni tipo, che vogliono questo o quest’altro vestito con questa o quest’altra rifinitura e lui a quanto pare riesce sempre ad assecondare i loro desideri.
I sarti non mancano, così come le stoffe, in questi villaggi, però non sempre è facile ottenere quanto si vuole… e questo, come per molti altri settori, è un problema in tutta la Tanzania: l’assenza delle competenze adatte dovute ad un sistema formativo carente ed inadeguato. E così, sempre più in fretta, in tutto il paese sta prendendo piede il commercio dei vestiti usati provenienti dall’occidente: economici, su misura e pronti! Commercio che tutto sommato frutta poco a chi lo fa, ha notevoli impatti ambientali dovuti al trasporto della merce, e impoverisce un settore tradizionale, che andrebbe invece valorizzato, anche perché strettamente legato alla cultura e alla tradizione locale. Credo che la Tanzania senza i colori dei kanga e dei kitenge che ogni giorno, indossati dalle donne, riempiono le strade e gli occhi della gente, avrebbe tutto un altro sapore….

Silvia Volpato
Volontaria in Servizio Civile - Tanzania

mercoledì 28 aprile 2010

Tutte a lezione, tra un "pannolino" e una poppata


Terzo giorno in classe....sono un po’ stanca perché stanotte alle 4.30 mi ha svegliato la voce del Mujahidin che dal megafono chiamava i fedeli alla moschea. A Bagamoyo non capita perche’ viviamo lontani dalle moschee, ma qui a quanto pare mi dovro’ abituare: la moschea infatti e’ in pieno centro e la voce risuona in tutto il villaggio cinque volte al giorno.

E’ il terzo training a cui partecipo da quando sono arrivata in Tanzania e, finalmente, grazie a qualche piccolo progresso con la lingua riesco a capire un po’ di più, ma soprattutto parlare con le donne e le ragazze e andare un po’ oltre ai soliti saluti. Sono divise in quattro classi ed io passo da una all’altra cercando di memorizzare volti ed espressioni, se possibile ricordando anche qualche nome, impresa piuttosto ardua: Fatuma, Hadija, Sikudhani, Kwege, Rukia, Ratifa, Mwajabu, Zainabu, Aisha, Nasma, Asma, Juma....

In due classi oltre alle donne ci sono una moltitudine di bambini e mi perdo ad osservarli per ore... giocano, ridono, piangono, e la lezione va avanti come se niente fosse, grazie anche alla grande pazienza degli insegnanti. Alcuni bambini vanno e vengono con spigliatezza, ogni tanto cadono e piangendo cercano la mamma, che li aspetta senza battere ciglio continuando a seguire la lezione, incuranti del fatto che il loro figlio stia disturbando tutti. Altri bimbi sono un tuttuno con la mamma, sempre in braccio, sulla schiena sorretti da un kanga colorato o attaccati al seno, che fino ai due anni e il loro principale compagno di vita e di giochi... da un lato infatti qui, secondo la tradizione musulmana, le mamme se possono allattano fino ai due anni, dall’altro, poiche’ non esistono i ciucci è il seno a svolgere la stessa funzione.

Se da un lato quindi la maggior parte delle donne tende a coprirsi a mostrare il meno possibile il proprio corpo, dall’altro il momento dell’allattamento e’ vissuto in modo estremamente naturale anche in pubblico e non c’e’ imbarazzo a stare anche per ore con il seno scoperto con il bimbo che poppa o che ci gioca. E riescono ad allattare con grande spontaneità nei modi più strani e particolari... i bimbi piu’ grandi per esempio si attaccano al seno della mamma stando in piedi, mentre lei intanto continua a scrivere o a parlare con l’insegnante. Altre mamme, sedute per terra appoggiate al muro allattano i bimbi a testa in su e nel frattempo cambiano loro il “ pannolino” ... eh gia’ il pannolino... il solito kanga, multi funzione, arrotolato e poi avvolto in un telo di plastica. Se da un lato il sistema non danneggia l’ambiente allo stesso tempo spesso le condizioni igieniche non sono le migliori. Raramente infatti le mamme hanno la possibilita’ di lavare i bambini tra un cambio e l’altro e spesso il kanga bagnato viene fatto asciugare al sole per poi essere riutilizzato poco dopo....


Silvia Volpato
Volontaria in Servizio Civile - Tanzania

martedì 30 marzo 2010

Atti Poetici



L’anno in Etiopia è stato significativo e memorabile.
Una sorta di perpetuazione di atti poetici “Aprire fessure vitali nell’ordine pietrificato”, interiore ed esteriore…sberle.
Il mondo occidentale produce un tot di rifiuti l’anno che potrebbero servire per sfamare mezza Africa, il concetto di rifiuto è relativo…all’“inferno” si ricercano, nel “paradiso” chi ne ha non se ne cura.
Vedere da qua il mondo come un incanto e come una catena, sentirsi in una fusione che libera energia e pena.
Avevo creduto fosse tutto bellezza e meraviglia, messa alla prova da condizioni limite, non credo più ma sono nata e rinata. Ho percepito la mia libertà come una cosa rara, difficile mai scontata, sempre da difendere e riconquistare.
E così…poter guardare in faccia le cose per quello che sono…sembra una banalità una normalità ma è una scoperta, una difficile acquisizione.

Laura Andena
Volontaria in Etiopia

martedì 9 marzo 2010

Dove gli schiavi lasciavano il cuore




Bagamoyo 18.02.2010

Questa settimana ho riscoperto la mia piccola grande Bagamoyo, che, pur vivendoci da due mesi ormai, conosco poco e riesce a stupirmi ogni volta…
Domenica, dopo una giornata trascorsa per la prima volta nel mio enorme lettone con la compagnia della musica, della grammatica swahili, di un buon libro e dell’immancabile ventilatore, sono uscita nel tardo pomeriggio con l’intenzione di avventurarmi tra le strade impolverate di Bagamoyo e andare verso il mare per godermi le ultime ore di sole…
Inaspettatamente mi ha accolto una Bagamoyo più movimentata e allegra del solito e alla mia curiosità è stata presto data risposta… più di una persona infatti al mio passaggio si è avvicinata per farmi gli auguri di San Valentino….eh già, San Valentino, chi l’avrebbe mai detto: un evento per questo piccolo porto di mare… La curiosità è aumentata quando a pochi passi da uno dei locali più frequentati, Corner, ho scoperto un folto numero di persone intente ad osservare un gruppo di ragazzini girare un video musicale! Considerato l’avvenimento particolare, ho deciso di cambiare i miei piani, sedermi al bar a bere una “soda” e osservare il movimento intorno a me! Più che il fatto in sé - due “cantanti” vestiti da rapper, due ragazze alla moda, musica, un microfono, un computer ed una telecamera - a richiamare il mio interesse è stato il variegato gruppo di persone fermatesi ad osservare: bambini al collo delle mamme, bambine con vestitini arrangiati e sporchi, ragazzine con il velo insieme ad amiche più spigliate con jeans attillati e magliette aderenti, donne con i secchi appena riempiti al pozzo, altre pronte a vendere qualcosa, ragazzi in cerca di un incontro, uomini di una certa età con il tipico berretto tanzaniano, donne anziane accompagnate da un bambino… tutti lì, incantati, quasi il tempo si fosse fermato! Per poi disperdersi un attimo dopo, una volta finita la musica.
Concluso lo spettacolo, ho ripreso la mia strada verso il mare… Fino a domenica ero stata in spiaggia sì e no quattro volte, mai da sola e sempre nella parte di spiaggia dove si trovano i vari resort che ospitano i turisti occidentali… dove non mi sento troppo a disagio a mettermi in costume, perché la gente che passa è sempre poca e io posso comunque fare finta di essere una turista, invece che una volontaria che lavora con una Ong locale. Generalmente la spiaggia di domenica è sempre vuota, perché non ci sono i pescatori al lavoro e perché difficilmente la gente di Bagamoyo vede la spiaggia come luogo in cui trascorrere il tempo libero e magari rinfrescarsi un po’ nel mare.
Ma il giorno di San Valentino a quanto pare tutto cambia… Questa volta mi sono portata verso il “porto”, da cui durante la settimana partono le barche dei pescatori e che ospita pertanto il mercato del pesce. Passando tra le numerose rovine risalenti all’impero coloniale tedesco, che “ricordano un passato triste e allo stesso tempo glorioso” della cittadina, si arriva alle rovine di un vecchio forte arabo, dove venivano un tempo concentrati gli schiavi da inviare a Zanzibar... E che, per certi versi, forse è anche il luogo che ha dato origine al nome della cittadina. Bagamoyo vuole infatti dire “lascio qui il mio cuore”, frase probabilmente riferita agli schiavi che venivano portati qui per essere venduti oltremare e che, quindi, proprio qui abbandonavano ogni speranza. E infatti:
“L’atmosfera sonnolenta e in apparenza tranquilla di Bagamoyo cela trascorsi di tutt’altro genere. Nei secoli trai il XVIII e XIX, i sultani omaniti che regnavano a Zanzibar controllavano anche molte città costiere e fecero di Bagamoyo il punto di arrivo di molte carovane che giungevano sulla costa dal cuore del continente. Carovane cariche d’avorio, ma soprattutto di “legno d’ebano”, un eufemismo con cui i negrieri definivano la tratta. Bagamoyo divenne il principale centro di smistamento degli schiavi che venivano raccolti ed inviati al grande mercato di Zanzibar distante solo 42 km di mare, prima di esser inviati alle loro destinazioni finali.”
Se di solito, nella desolazione più totale della spiaggia, te li puoi quasi immaginare, gli schiavi, tutti in fila pronti per essere imbarcati, non è stato così questa domenica… diversamente dal solito, infatti, un fiume di persone mi ha accolto lasciandomi a bocca aperta… qualche famiglia con bambini, qualche uomo solitario, ma soprattutto tantissimi giovani… tanti puntini neri per alcuni chilometri di spiaggia: lo “struscio” di Bagamoyo. E non solo, fatto piuttosto insolito, tante persone in acqua. Tra queste anche qualche ragazzina! Solo un paio, più coraggiose con pantaloncini e costume, tutte le altre con tanto di vestiti (e paradossalmente molto più sensuali delle amiche)… e poi, ragazzi impegnati in esercizi di capoeira, altri a bere birra e ballare al ritmo della musica proveniente da una macchina poco distante, altri ancora semplicemente a passeggiare mano nella mano avanti e indietro sulla spiaggia… Una spiaggia diversa, che temo non avrò modo di vedere di nuovo per molto tempo e che pertanto ho voluto godermi fino alla fine, rischiando un po’ a restare fino all’imbrunire… pericoloso in quanto donna, in quanto bianca, in quanto sola… ma le persone erano talmente tante che era difficile avere paura...

Oggi, con ancora in testa le immagini della domenica appena trascorsa, ho pensato di correre a casa, prendere un libro e tornare sulla spiaggia… Una volta arrivata, ho capito in fretta che non mi sarei fermata…la situazione di domenica era solo un ricordo. La spiaggia quasi non esisteva a causa dell’alta marea e per quel poco era occupata dai pescatori… tanti, tutti uomini, intenti nel loro lavoro, qualche ragazzino in acqua, nessuna donna… mi sono sentita un’intrusa, non a disagio, ma intrusa! e ho colto la perplessità nei loro sguardi al mio passaggio. Non mi sarei mai sognata di sedermi a leggere in quella situazione e non mi è rimasta altra scelta che allontanarmi… per nulla amareggiata, anzi, con un sorriso per essere stata partecipe almeno un po’ di un “pezzettino” di vita quotidiana di quella che è una delle principali attività economiche di questa cittadina. Troppo carica di entusiasmo, non avevo però voglia di rientrare a casa e mi sono incamminata tra “le suggestive rovine che si innalzano tra le palme da cocco che delimitano la spiaggia…”. Proprio qui sono stata attirata da una vivace musica di tamburi e ovviamente mi sono avvicinata. Tra i resti di due vecchie case, ho trovato un gruppo di ragazzi e ragazze a ballare al ritmo dei tamburi le tipiche danze locali. La tentazione è stata di buttarmi insieme a loro senza pudore, ma mi sono limitata ad unirmi agli altri osservatori. La situazione era buffa, poiché il gruppo di ballerini era composto principalmente da ragazze, ma di tutte le età a partire dai dieci anni… e poi sei ragazzi circa a suonare i tamburi, uno xilofono ed una batteria davvero molto improvvisata. Il tutto è andato avanti per più di un’ora e, poiché ogni tanto si fermavano e si davano consigli l’un l’altro su come muoversi, ho immaginato che stessero facendo delle prove. E infatti, perché ovviamente come mzungo non sono passata inosservata e alla fine ho avuto modo di scambiare due parole con loro, si trovano due/tre ore ogni giorno a provare nella speranza di poter offrire un giorno il proprio show ai resort sulla spiaggia, per intrattenere i turisti. Nonostante non fossero proprio professionisti, sarei rimasta per ore ad osservarli incantata, a riempirmi della polvere che si alzava ai loro passi… e a sorridere come una scema! Più il ritmo incalzava più anche i loro movimenti diventano spontanei e naturali, nel vero senso dei termini… movimenti semplici, ma che io, anche provando, non potrei imitare per quel famoso “ritmo nel sangue” che loro evidentemente hanno.

Silvia Volpato
Volontaria in Servizio Civile - Tanzania

martedì 2 marzo 2010

Giovani Tanzaniani crescono


I miei monitoraggi in giro per le regioni del distretto di Bagamoyo mi hanno portato la scorsa settimana nel villaggio di Talawanda, che prende il nome dall’omonima regione, una delle zone più remote e difficili da raggiungere, caratterizzata da una foresta che si estende a perdita d’occhio, panorami mozzafiato e qualche villaggio di capanne sparso qua e là.
In quest’area, le costruzioni che denotano la presenza umana si limitano a due scuole, una primaria e una secondaria, qualche piccolo shop per permettere agli abitanti di comprare beni di prima necessità, l’ufficio del capo villaggio, le case per lo più di fango e lamiera degli abitanti e nulla più. Ma esiste anche l’AIDS. Ed anche nella regione di Talawanda l’azione del CVM cerca di portare attenzione, presa di coscienza e conoscenza per limitare la diffusione di questa epidemia.
La gente di Talawanda, a tre anni dall’inizio del nostro intervento sta rispondendo alla chiamata del CVM, e sta rispondendo bene, con impegno, attenzione e partecipazione. E la partecipazione, per essere efficace, deve essere sì monitorata e sviluppata dall’alto, ma deve anche partire dal basso, dal grassroot level, dai giovani.
Proprio con i più giovani, gli adolescenti, i più esposti a contrarre il virus dell’HIV, ho avuto modo di confrontarmi in occasione dell’ inaugurazione di un Anti-Aids Club fondato nella scuola secondaria di questo villaggio.
Per comprendere l’importanza di questo evento, bisogna capire come è stato possibile che ciò sia avvenuto e quali risultati questo processo potrà portare a questa comunità.
La creazione di questo club, composto da una quindicina di adolescenti di età compresa tra i 12 e i 17 anni, è frutto di un lavoro partecipativo sviluppato in questi mesi dagli insegnanti della scuola, dal personale locale formato dal CVM (Trainers of Animators) e dal Comitato Regionale di lotta all’HIV (WMAC), che si sono presi la cura, l’impegno e la pazienza di gestire e formare i ragazzi e di affiancarli nella realizzazione di questo progetto.
La presentazione del club si è poi trasformata in un momento di gioia e partecipazione di tutta la comunità del villaggio, che ha assistito allo spettacolo messo in atto dai giovani, sviluppando recite che in modo semplice ma efficace pongono l’attenzione del pubblico sulla conoscenza di concetti chiave come la prevenzione dall’AIDS, la parità di diritti tra uomo e donna, gli effetti della violenza domestica, la prevenzione dello stigma nei confronti dei bambini orfani e delle persone affette dall’ HIV e l’importanza di educare le figlie femmine dando loro le stesse possibilità di studiare offerte ai figli maschi.
In un contesto di estrema povertà sia economica che educativa come è Talawanda, il fatto che questi ragazzi possano esprimere questi concetti liberamente, siano formati e provvedano a formare la comunità tutta su queste nozioni chiave riveste un’importanza fondamentale per lo sviluppo di questa zona.
La recita, semplici gesti e battute, mimando stralci di vita quotidiana, sono lo strumento più efficace per sviluppare conoscenza anche in quelle persone, che non hanno avuto l’opportunità di ricevere un’educazione dignitosa e che difficilmente potrebbero apprendere questo genere di nozioni attraverso altri canali di comunicazione. Il lavoro di questi giovani è prezioso per gli adulti e per i loro coetanei visto che, grazie al contributo economico della regione di Talawanda, avranno la possibilità di viaggiare andando ad esibirsi in diverse scuole, ma non solo: grazie al network esistente tra i vari comitati locali di lotta all’ HIV (VMACs), potranno esibirsi anche durante le assemblee pubbliche dei villaggi stessi ed anche al di fuori della regione di Talawanda; questo darà loro l’opportunità di confrontarsi e scambiare idee e concetti con altri Anti-Aids Club operanti in aree lontane dalla loro zona di provenienza.
La nascita di questo club è frutto del lavoro di tante persone che gratuitamente hanno speso il loro tempo e le loro competenze, per far sì che questo progetto fosse sviluppato, ed è parte delle attività che il CVM facilita attraverso i suoi corsi di formazione.
Vedere tutto questo partire dal basso, dai giovani, dalle aree rurali dove noi lavoriamo e vogliamo lavorare, stando nell’ombra e lasciando al popolo tanzaniano la scelta di aiutare se stesso, ci dà forza, coraggio e fiducia per andare avanti cercando di migliorarci ogni giorno di più, con la consapevolezza che i problemi sono ancora molti e il lavoro da fare è ancora tanto, ma con la speranza che esempi come questo possano moltiplicarsi giorno per giorno per dare a queste persone la dignità di un futuro migliore.

Stefano Ammannati
Volontario in Servizio Civile - Tanzania