giovedì 11 agosto 2011

Siccità nel Corno d'Africa: il Condizionale dei media e l'Imperativo dell'emergenza


Nella capitale Addis Abeba le TV estere raccontano la tragedia, i dati preoccupano, il realizzare che stiamo parlando di persone lascia senza respiro, il recarsi nei luoghi terrorizza.

La Somalia e la regione somala dell’Etiopia hanno visto fallire la stagione delle piogge che attendevano per riempire di nuovo i pozzi e far crescere le coltivazioni. I numeri sono esorbitanti, si parla di una zona con 8 milioni di persone in emergenza, 1500-2000 persone in arrivo ai campi di emergenza ogni giorno. Il confine tra Somalia ed Etiopia è uno dei punti più caldi, sono stati aperti già tre campi (zona Dolo Addo) ma la gente viene fermata al confine, il flusso è troppo alto e le condizioni sono sempre più difficili (le prime epidemie già iniziano a scoppiare all’interno dei campi).

Al momento sono due le regioni dell’Etiopia in ginocchio, mentre altre stanno attendendo di comprendere il loro destino ma i segni non lasciano ben sperare.

La parte sud dell’Etiopia ha visto praticamente fallire 4 stagioni consecutive e così anche le poche riserve sono state consumate. Ora il bestiame muore, perfino i cammelli sfiniti si accasciano a terra. Purtroppo ora si dovrà attendere la prossima stagione delle piogge che in queste zone è tra settembre e ottobre, quindi prima di novembre la situazione non si risolleverà, anche in caso di fenomeni climatici positivi in autunno. Il prezzo dei beni alimentari è alle stelle con un’inflazione del 38% nell’ultimo anno. Costi che impediscono alla popolazione di comprare il necessario per vivere.

Ma altre zone ora temono succeda lo stesso. Piove infatti nelle zone in cui ora è la stagione delle piogge, ma non abbastanza. L’acqua serve solo a inumidire il terreno e infangare le strade (piste), bloccando i mezzi in passaggio, ma non ricarica le falde superficiali da cui dipende la popolazione, da cui dipendono le coltivazioni. Anche qui (SNNPRS, come in Tigrai e Gambela) la precedente stagione delle piogge è stata molto modesta e ha quindi portato a livello di allarme la situazione. Se anche agosto e settembre continueranno con lo stesso trend di luglio, i raccolti saranno minimi, non sufficienti ad affrontare un anno, e le dimensioni della catastrofe si moltiplicheranno.

Il Wolayta, zona in cui CVM lavora, la gente teme il peggio. La popolazione dipende molto dalla produzione di mais e patate, ma quest’anno la situazione è critica, probabilmente il raccolto sarà quasi nullo. Con una densità di popolazione altissima, il Wolayta soffrirà di nuovo di crisi alimentari e sanitarie. Le richieste di aiuto dalle autorità locali aumentano ogni giorno. Difficile adattarsi ad un paradosso: un’area relativamente verde e con corsi d’acqua superficiali discreti soffrirà una siccità con pochi precedenti a causa della mancanza di infrastrutture.

Mentre nei media si combattono le guerre del “si poteva” e “si sarebbe dovuto”, la prima preoccupazione delle persone qui sono le risorse idriche, da cui dipende la loro vita.

CVM continua il suo lavoro per approvvigionare di acqua potabile le comunità locali. Purtroppo il Wolayta è un’area in costante emergenza, ove solo un lavoro continuativo e capillare con le comunità potrà cambiare la situazione.


Anna Rubert (Rappresentante Paese CVM - Etiopia)

lunedì 1 agosto 2011

WANAWAKE TUNAWEZA WANAUME WAWAJIBIKE – Noi donne possiamo rendere gli uomini responsabili


Wanawake tunaweza wanaume wawajibike… Questo il ritornello di una delle numerose canzoni intonate dalle ragazze durante il corso per educatrici alla pari promosso da CVM nelle comunità di pescatori del Distretto di Bagamoyo. Cantano, sorridono, unite ci credono… affinché queste parole non svaniscano nell’aria, ma si trasformino in realtà.


Giovani donne, belle, sorridenti, occhi vispi, alcune studentesse, altre già da alcuni anni a lavoro nonostante la giovane età… un frammento della gioventù tanzaniana e dei suoi problemi. Sono loro le sessanta ragazze beneficiare del corso, tutte di età compresa tra i 18 e 21 anni.

In classe sono stati trattati diversi argomenti: HIV e AIDS, come si trasmette e come si previene, diritti di genere e dell’infanzia, cambiamento comportamentale e life skills, le abilità necessarie ad affrontare le sfide e le difficoltà della vita quotidiana in maniera positiva. Ciascuno di essi allo stesso modo importante affinché le giovani, una volta tornate nei loro villaggi, siano in grado di promuovere un cambiamento comportamentale tra i loro coetanei e correggere le abitudini che espongono i giovani al rischio di contrarre il virus dell’HIV.

La loro stessa vita è testimonianza della condizione in cui vivono la maggior parte delle ragazze qui in Tanzania, intrappolate tra mille ostacoli che non consentono loro di sviluppare le capacità necessarie per dire no allo sfruttamento, in ogni sua forma, per uscire dalla povertà più assoluta, per far valere i loro diritti, nella vita quotidiana e all’interno del matrimonio.

Chausiku ha 20 anni, è già sposata e ha un bimbo di tre anni. Nei suoi occhi una vitalità e una gioia incredibili, nonostante immagino che la sua vita non sia stata proprio facile. Viene da Pande, un villaggio costiero dove si recano molti pescatori dall’isola di Mafia per riparare le proprie navi. Si fermano nel villaggio alcuni giorni e il tempo dell’attesa per la riparazione si trasforma in una vera e propria caccia alle ragazze… Ce ne sono molte ad attenderli, tra loro si passano voce quando li vedono arrivare, sanno che hanno soldi da spendere, abbastanza affinché possano guadagnare i soldi sufficienti per un pasto. È proprio così, numerose donne e ragazze non hanno abbastanza denaro per comprare cibo per sé e la propria famiglia, non hanno lavoro viste le scarse opportunità d’ impiego disponibili in questi villaggi e la via più facile rimane scambiare rapporti sessuali per pochi spiccioli.

Evodia, 19 anni, viene da Kiharaka, altra comunità costiera del Distretto. Nel suo villaggio tra le ragazze è diffusa l’abitudine di assumere comportamenti a rischio contagio non solo per ottenere un pò di cibo ma anche per avere la possibilità di acquistare luxuries, come vestiti, cellulare o permettersi l’entrata nelle discoteche locali. A volte è sufficiente l’acquisto di una semplice bibita affinché le giovani cedano alle avances di ragazzi e adulti.

Fatuma ha 20 anni e viene da Kaole. Ha abbandonato la scuola prima di concludere il secondo grado di istruzione, il Form IV, e ora è una sarta da circa un anno. Nel suo villaggio la maggior parte delle persone non sa come prevenire l’HIV, alcuni non conoscono nemmeno come utilizzare correttamente un preservativo. Le ragazze iniziano ad avere rapporti sessuali all’età di 14 anni e i casi di gravidanze precoci non sono rari. Accade anche che gli uomini che non vogliono prendersi cura e responsabilità del bambino paghino per farle abortire, mettendo in pericolo anche la loro vita. L’aborto è illegale in questo paese; le ragazze spesso ricorrono a metodi rudimentali che possono causare loro gravi infezioni o, se sono fortunate, i loro partner possono pagare un medico per effettuare l’operazione in condizioni clandestine.

Anna ha 18 anni e frequenta il college dove studia Hotel Management. Vive ad Ukuni, un piccolo villaggio vicino a Bagamoyo. Racconta che nella comunità in cui vive, le ragazzine iniziano ad avere rapporti sessuali all’età di 10 anni. Alcune, mentendo ai loro genitori dicendo che si recano a scuola, si portano i vestiti per cambiarsi quando escono di casa al fine di incontrare i loro partner. Avere il fidanzato rafforza il loro status sociale, per questo molte decidono di avere rapporti sessuali ignorando le conseguenze che queste relazioni possono portare alla loro salute. I loro partner sono principalmente conducenti di piki piki, anch’essi giovanissimi, inesperti, inconsci della possibilità di contagiare e a loro volta trasmettere il virus attraverso rapporti non protetti. Anche qui sono numerosi i casi di gravidanze precoci: Anna dice che il 90 % delle ragazze di età compresa tra 16 e 18 anni ha interrotto almeno una gravidanza.

Amina, 21 anni, viene da Razaba, un villaggio costiero particolarmente isolato soprattutto nella stagione delle piogge a causa dell’assenza di una vera e propria strada. Nel villaggio la povertà è dilagante, le famiglie non sono in grado di prendersi cura di tutti i propri figli e considerano i guadagni che le loro figlie portano all’interno del nucleo famigliare come modo per accrescere il loro reddito; ma non si chiedono come quei soldi siano guadagnati dalle loro bambine.

Questo solo un piccolo scorcio delle problematiche della gioventù tanzaniana: ragazze che non hanno il potere di opporsi ai desideri degli uomini perché dipendono economicamente da loro, siano essi mariti, partner occasionali, padri o fratelli; ragazze che non hanno opportunità di continuare gli studi perché le loro famiglie sono troppo povere o preferiscono dare precedenza all’educazione dei figli maschi; ragazze che per vivere la spensieratezza adolescenziale, stare al passo con i tempi e guadagnarsi uno status sociale tra i loro coetanei espongono la loro vita al pericolo delle malattie sessualmente trasmissibili solo per il desiderio di avere un cellulare o un vestito nuovo.

Quale la soluzione? Quale la via d’uscita? L’educazione e l’acquisizione delle capacità per decidere consapevolmente della propria vita e guardare al futuro con la volontà di raggiungere un pieno sviluppo della propria persona.

Ed è questo lo scopo delle attività che il CVM promuove nel Distretto di Bagamoyo, facilitare la nuova generazione a prendere coscienza dell’importanza del proprio ruolo nella diffusione delle conoscenze necessarie per sconfiggere l’epidemia dell’HIV.

Winnie è una ragazza come loro, ha 20 anni e attualmente sta svolgendo un periodo di volontariato presso la sede locale del CVM, a Bagamoyo. Sono rimasta colpita dalla testimonianza che ha deciso di condividere con le partecipanti alla conclusione del corso di formazione. Era piccola quando lei e sua mamma sono state abbandonate dal padre; sua madre è cuoca e ha cercato di non farle mancare nulla nella vita. Ha sempre frequentato scuole pubbliche, quelle in cui la maggior parte dei giovani tanzaniani studiano, poiché sua mamma non poteva permettersi la retta di quelle private. Winnie si è impegnata nello studio e sua madre ha fatto di tutto per farla proseguire negli studi… Ora attende la comunicazione per l’ammissione all’università e si trova di fronte alla sue coetanee dicendo: “Non abbiamo bisogno degli uomini per sopravvivere, ce la possiamo fare da sole… I 10.000 scellini che sono in grado di darci in cambio di favori sessuali non potranno mai cambiarci la vita in maniera positiva, ma solo permetterci di soddisfare qualche futile desiderio… L’importante è procedere nel nostro percorso educativo, trovare un lavoro e contribuire al cambiamento della mentalità e del comportamento dei giovani affinché possano pensare al proprio futuro in maniera positiva e costruttiva”.

Una via alternativa alla miseria e alla dipendenza economica esiste, è un processo che richiede tempo ma è realizzabile e Winnie e sua mamma ne sono la testimonianza. Winnie è in grado di decidere per sé, è in grado di evitare persone e situazioni che potrebbero mettere in pericolo la propria salute e sicurezza, è decisa e sa quello che vuole fare nella vita, ne è protagonista.


Valentina Romagnoletti (Volontaria CVM - Tanzania)


mercoledì 6 luglio 2011

Astri Nascenti


Sono seduta al tavolino di un bar in compagnia di Emmanuel, il mio collega, è notte fonda, ma un flusso continuo di persone scorre ai bordi della strada che rappresenta una delle principali vie di comunicazione del paese (collegando la Tanzania al Kenya) e che taglia a metà questo villaggio collocato nell’entroterra tanzaniano, Lugoba. Le uniche luci sono quelle dei numerosi camion che viaggiano o che si fermano per la sosta notturna, i lumi delle lampade a petrolio che fanno chiarore nei piccoli chioschi sul ciglio della strada ancora aperti a notte inoltrata, le luci fioche dei bracieri sui quali si cuoce la carne. Lugoba è viva di notte: autisti e lavoratori della vicina compagnia di costruzioni vi si fermano per la notte o solo per alcune ore per trovare ristoro dopo la pesante giornata lavorativa, gruppetti di ragazze passeggiano, donne sedute a tavolini, dove offrono ai passanti del cibo tenuto al caldo in contenitori termici, gruppi di ragazzi si riuniscono per bere insieme o per una partita a biliardo. Occhi più esperti dei miei, quelli del mio collega, mi dicono che l’essere un punto di passaggio rende questo villaggio un luogo di alta trasmissione del virus dell’HIV: gli autisti e il lavoratori nei paraggi vengono in cerca compagnia per la notte o solo per alcune ore e trovano ad attenderli numerose ragazze e donne che, spesso molto povere e con scarse opportunità di guadagnare qualche spicciolo per sopravvivere, considerano la vendita del proprio corpo un’alternativa e proficua fonte di guadagno.

Io ed Emmanuel siamo a Lugoba per il training rivolto a Formatrici di Animatori locali (TOA: Trainers of Animators), che opereranno a livello comunitario per costruire una solida base di conoscenza sul tema dell’HIV/AIDS, dei diritti delle donne e dei bambini a livello di villaggio. Le 88 persone selezionate, ragazze e donne provenienti dai villaggi di tutto il Distretto di Bagamoyo, sono prevalentemente contadine o proprietarie di piccoli punti di ristoro per la colazione e il pranzo e sono state scelte perché già attive all’interno dei propri villaggi come educatrici dei propri coetanei e sostenitrici dei diritti di donne e bambini. Il corso, di 5 giorni, ha lo scopo di fornire loro le tecniche di animazione e le linee guida per il ruolo che dovranno svolgere all’interno dei loro villaggi. Esse dovranno essere in grado di diffondere informazioni sul tema dell’HIV/AIDS, contribuire alla riduzione dello stigma nei confronti delle persone sieropositive e stimolare la comunità verso iniziative di supporto nei loro confronti, promuovere i diritti di donne, ragazze e bambini e sviluppare una rete di collaborazione tra i diversi attori presenti nelle loro comunità, come capi di villaggio, associazioni o gruppi informali, leader religiosi, al fine di promuovere eventi di sensibilizzazione sull’importanza dei diritti di genere e del bambino.
Tra i temi di discussione toccati durante il corso anche la questione dei matrimoni e gravidanze precoci e i rituali d’iniziazione, che costituiscono attuali barriere all’educazione delle ragazze e al loro diritto di aspirare a un futuro privo di miseria.

Le cerimonie d’iniziazione sono ancora molto diffuse in alcune parti della Tanzania e hanno la funzione di sancire il passaggio delle giovani ragazze alla vita adulta. In genere una delle signore più anziane del villaggio conduce la ragazza in un luogo isolato e le insegna a comportarsi da donna, come essere una brava moglie e come saper soddisfare i bisogni del futuro marito. Non si conosce ancora molto su questi eventi, considerata la ritrosia mostrata dalla maggior parte delle donne nel parlarne, quando interrogate su questo particolare episodio della loro vita. L’occasione è attesa con trepidazione in particolar modo dalla madre della debuttante per via della festa che segue il rito. È consuetudine infatti invitare a casa tutte le donne del villaggio e da ciascuna di esse la mamma della festeggiata attende un regalo: per questo l’occasione è considerata un’opportunità per arricchire la famiglia e, in particolare la mamma, con numerosi nuovi kanga (stoffe utilizzate comunemente come abiti) da indossare. Questo momento segna l’ingresso nella società della ragazza e la comunità apprende che è pronta al matrimonio e ad abbandonare la famiglia di origine.

Come emerge dalle discussioni delle partecipanti, è inoltre frequente venire a conoscenza di casi di ragazzine che hanno abbandonato gli studi perché destinate in matrimonio dai propri genitori in età precoce o ragazze costrette ad abbandonare gli studi per via di una gravidanza precoce. L’ultimo caso proprio qui a Lugoba: una studentessa, formalmente morta per malaria, in realtà, così come ci spiega il preside della scuola, è deceduta in seguito a complicazioni derivanti da una gravidanza extrauterina. Aveva 16 anni.
A conferma di quanto questo corrisponda a realtà, durante la sessione pratica delle tecniche di animazione, è stata messa in scena una vicenda sul diritto all’educazione: la questione sorta a livello di villaggio che la futura TOA doveva risolvere concerneva la volontà di un padre di famiglia di promuove solamente l’educazione dei figli maschi, dal momento che pagare per l’educazione della figlia sarebbe risultato nell’arricchimento di un’altra famiglia, quella del futuro marito, e non di quella di origine. Il caso, risolto dall’aspirante TOA nel miglior dei modi, fornisce uno spiraglio sugli ostacoli culturali che inducono la maggior parte delle ragazze, specialmente quelle dei villaggi rurali, ad abbandonare la scuola e a vivere in condizioni di estrema povertà.
La speranza è che l’energia e l’impegno dimostrati in questi giorni costituiscano i fili conduttori del loro lavoro e gli agenti di un cambiamento reale che possa iniziare a livello di villaggio. Ed è ciò che sembra emergere dalle loro stesse parole.
HIDAYA HAMISI, 25 anni, sposata e madre di una bambina di 4 anni, ora senza lavoro dopo che il terreno su cui sorgeva la propria attività di mamalishe (proprietaria di un piccolo locale per la vendita di cibo) le è stato espropriato dallo stato per la costruzione della strada che collegherà Msata a Bagamoyo. Sprizza vitalità da tutti i pori ed è già attiva nel suo villaggio come animatrice di giovani, mi dice: “Quando ritornerò nel mio villaggio, vorrei presentarmi al Consiglio di Villaggio e vorrei organizzare degli incontri con il comitato per la prevenzione all’HIV/AIDS e quello per la protezione dei bambini più svantaggiati per collaborare alla pianificazione delle attività da implementare a livello di villaggio. La difficoltà principale che ho incontrato finora con i giovani è trasmettere loro l’importanza di assumere un comportamento responsabile all’interno dei rapporti di coppia e di utilizzare il preservativo nella prevenzione dell’HIV. Spero che grazie a questo corso di formazione sarò in grado di diventare una buona formatrice per i miei coetanei”.
EDINA LUGANO, 39 anni, vedova, è una contadina e per aumentare gli introiti è proprietaria di un piccolo negozio dove vende kanga e kitenge (stoffe tradizionali normalmente utilizzati come abiti). Non è facile mantenere tre figli e affrontare da sola il costo della loro educazione: il più grande va già all’università, gli altri due frequentano rispettivamente la scuola secondaria e il college per insegnanti. “Ho trovato molto interessante questo corso perché i temi trattati mi hanno fornito spunti per affrontare problematiche precedentemente incontrate ma a cui non avevo saputo trovare una soluzione. Sono già un’attivista dei diritti delle donne all’interno di un gruppo di donne, soprattutto perché nel mio villaggio non c’è disponibilità d’acqua e le donne devono percorrere molti kilometri per accedere al pozzo più vicino. Mi presenterò al Consiglio di Villaggio e coinvolgerò il gruppo di donne nella pianificazione delle attività. Il mio sogno è quello di creare un centro per i bambini più svantaggiati, in particolare bambini orfani”.


Valentina Romagnoletti (Volontaria CVM - Tanzania)

lunedì 4 luglio 2011

"Feed the Future"... or someone else?


USAID, l’agenzia di cooperazione internazionale degli Stati Uniti ha recentement lanciato una nuova iniziativa per ridurre la fame e la povertà e migliorare la sicurezza alimentare in Tanzania, Etiopia e altri 18 paesi al mondo considerati prioritari per le loro condizioni di povertà e insicurezza alimentare. L’iniziativa si chiama “Feed the Future”, “Nutrire il futuro” e si focalizza sull’ aumentare la disponibilità e accesso ad alimenti primari com il riso e il mais attraverso migliori sementi, tecniche agricole moderne, costante irrigazione e affidabilti infrastrutture rurali. Altre componenti del progetto includono il miglioramento della nutrizione dei nuclei famigliari, riforme del settore agricolo, ricerca e sviluppo e partnership con enti pubblici e privati per favorire la crescita del settore agricolo.
In Tanzania il progetto è il linea con altre iniziative precedentemente approvate dal governo come Kilimo Kwanza (L’agricoltura per prima) e il corridoio per la crescita agricola in Africa meridionale (SAGCOT).

Finora, il progetto ha suscitato forti reazioni sia a livello nazionale che internazionale, ci sono forti dubbi sull’impatto che quest’iniziativa potrà avere per i piccoli agricoltori in quanto la loro voce è stata scarsamente tenuta in considerazione nello sviluppo del progetto. Il timore della società civile che rappresenta i piccoli agricoltori è che l’approccio scelto da USAID, incentrato su produzione meccanizzata, grandi estensioni a monocoltura e l’uso di pesticidi, fertilizzanti e sementi geneticamente modificati venduti da compagnie americane, non contribuirà a ridurre il livello di povertà della maggioranza degli agricoltori tanzaniani ma aumentarà i profitti per le grandi industrie e i grandi proprietari terriere marginalizzando e impoverendo ancora di più i piccoli agricoltori che si vedranno anche sottrarre la loro terra a vantaggio di grande compagnie agricole, spesso straniere.

Stefano Battain
(Country Representative CVM Tanzania)

"We Are The Children!"


The capital of Amhara region, Bahir Dar was seemed to be a city which is under the control of chil¬dren. The main road of the city was covered with the flood of boys and girls. A dozen of children whose faces clearly revealed self confidence were dancing collectively and singing various songs of the nation and nationalities of Ethiopia, some others were also doing different sport competitions with strength and endurance. Most of these children were dressed light blue t-shirt and white cape whose meanings refere to purity, birth, cleanliness, peace, humility, truth, confidence etc. Because, it was June/17/2011, the African’s Children Day, which brought the slogan – “Let’s support Orphan and Vulnerable Children with Community Based Alternative Care.”


Most of the passer -by were looking at these children in a very confused sprit of what is happening. When I first saw the children and their impressive shows, I asked my colleague if what I was looking was not in a dream; be¬cause it was something new to one Ethiopian to see such outshined and self confidential children, particularly girls. Although my my heart was in the way to join the hot dancing party of these role model children, my mind latter prohibited from doing it. What made me and the passer-by surprise was the chil¬dren’s dance skill that was almost perfect. It is still unanswered question to everyone who was there in the program, where and how have the children got the skill to dance dif¬ferent types of nation and nationality dances which are difficult to many people. I asked some people if there is government or non-governmental organization which taught all those dances to the children, but the answer I got was something amazing – “nobody taught them.” My colleague who participated in or¬ganizing the program told me that the region¬al Women, children and youth Affair collected the children directly from different elementary schools found in Bahir Dar city. Among the children there were even many street children.

The children transferred different key and strong messages ranging from calling the peo¬ple to be involved in the Community Based Alternative Child Care Program to indicating the importance of protecting children’s rights as to succeed the Ethiopian Millennium De¬velopment Goal. While following the activi¬ties of the children I asked myself my usual questions – “When the long time dreams of millions Ethiopian children such as peace, love, basic nutrition, cloth, education, health care and respect will turn in to a reality? when will these children be safe from being subjected to in human treatments, labour exploitation, differ¬ent HTP and other human right violation?”

As a part of the program, there were 1000 me¬ter children running. Although the children didn’t dress sport cloths and shoes, they com¬peted each other dressing their usual trouser and plastic shoes etc. What was more sad and amazing was to see while some children were running without shoes on the high way that was very hot by the strong sun of Bahir Dar. It immediately remembered me Abebe Bekela, the long distance famous and legend¬ary Ethiopian runner who run 45 kilometres without shoe and won the Rome Olympic Marathon gold medal. In here, although I hoped these shoe-less but courageous children to be the winners like Bekela, it couldn’t be more than hop. However, I hoped again as these courageous children to be a winner one day, in the felid they will be involved.

The music went on playing, the dance of the children as well. Although it was my wish to stay with the children shearing their future dreams, my further programs forced me to move away. In fact, de¬spite the fact that my soul was departed from the children, my sprit was remained with them in the fast, happiness and hope.

Betre Yacob
(IEC - CVM Amhara Regional Office, Etiopia)

venerdì 17 giugno 2011

Marmia Bet


Parlare amarico per uno straniero è impresa ardua e dopo due mesi che sono qui in Etiopia riesco solo ad afferrare qualche parola: quando ho sentito i colleghi del CVM dire che saremmo andati alla marmia bet, mi è quindi sembrato strano. Una affrettata traduzione in italiano potrebbe indicare la casa del miele –mar miele bet casa. In realtà qui in Etiopia la casa del miele non ha nulla di dolce, infatti in amarico indica la prigione ed una giusta traduzione potrebbe essere: un posto dove si entra in un modo e si esce migliorati.....

CVM porta avanti diversi progetti in tre prigioni nella zona di Debre Marcos –regione Amhara Etiopia- e lavora anche qui con la parte più debole della popolazione carceraria, cioè con le persone malate di HIVAIDS che sono per lo più maschi, donne e bambini, bambini che scontano la pena delle madri insieme a loro. Infatti in Etiopia le donne che scontano una pena in prigione sono per la maggior parte divorziate ed abbandonate dalla propria famiglia e, se non hanno nessun posto dove lasciare i propri figli, li portano con loro, in Etiopia infatti non esistono molte strutture adatte ad ospitare bambini.
Inoltre una volte uscite dal carcere, le uniche possibilità per le donne sono quelle di diventare donne di servizio - che in Etiopia è praticamente una schiavitù, o prostitute.
Gli interventi del CVM sono volti ad evitare questo destino comune a tutte le prigioniere e a dare la possibilità di lavorare all’interno del carcere per mettere da parte quel minimo che serve per far fronte sia ai bisogni quotidiani, come il lavarsi e vestirsi che alle emergenze, come il frequente bisogno di medicinali. Attraverso diversi tipi di training e all’avviamento di IGA, all'inizio offre materiali e formazione e poi una serie di sostegni, a cominciare dalla possibilità di aprire un conto personale. Adesso le detenute hanno un conto in banca comune ed uno personale e producono oggetti, abiti tradizionali e strumenti per la preparazione dell'ingera, il piatto nazionale etiope.
Tutte le donne sono state visitate e hanno fatto il test del HIV, e fortunatamente nessuna è risultata positiva: le persone supportate dal CVM che vivono con il virus dell'AIDS sono tutti uomini. Per loro è stata realizzata una piantagione all'interno della prigione e da un anno riescono a guadagnare 10.000 birr l'anno attraverso la coltivazione degli alberi di mele. Per altri invece si è organizzata una formazione per barbiere e si forniscono materiali per avviare l'attività di barbiere anche dentro il carcere.

Oggi dunque è indetto un meeting alla marmia bet per analizzare la situazione e vedere come vanno le cose, a cui partecipiamo io e Simeneh, Child and IGA Facilitator del CVM di Debre Marcos, che tra le altre numerose mansioni, è incaricato di seguire i progetti della sezione femminile della prigione. La sezione femminile del carcere in tutto misura non più di 400 mq, 200 dei quali all'aperto. E' formata da 2 verande dedicate in parte alle attività lavorative delle prigioniere, uno stanzone di 20 metri quadri con docce e bagni che lascio all’immaginazione, un piccolo appezzamento di terra coltivata, una recinto per i polli, una stanza di 20 mq per le guardie e infine due stanze di 40 mq – provviste di sola porta e niente finestre - per le detenute e alcuni dei loro bambini, 42 donne e 15 bambini.

Le due stanze sono stracolme di letti, vestiti appesi con delle corde calano dal soffitto, quando sono tutte dentro non si può camminare perchè occupano completamente tutto lo spazio, le più fortunate hanno un materasso di paglia, mentre le altre dormono direttamente per terra.
Qui io e Simeneh incontriamo Miheret Zelke, una donna di 26 anni che ne dimostra almeno 40. Probabilmente non avrà precisamente 26 anni, perchè qui in Etiopia è difficile trovare una persona sicura al 100 % della propria età, non essendoci registrazione immediata della nascita. Ora Miheret Zelke è la persona di riferimento del CVM nella prigione, ne ha frequentato tutti i training e ha la funzione di rappresentare le altre detenute. Deve scontare una pena di 18 anni, di cui 8 anni e tre mesi già trascorsi in prigione, per aver fatto quello che molti mogli e mariti almeno una volta nella loro vita hanno pensato di fare. Miheret ha ucciso con un'ascia la suocera dopo una violenta lite, scoppiata perché la suocera insisteva nel convincere il figlio a lasciarla per risposarsi con una donna più ricca. Con il marito ha avuto tre figli, due dei quali, che hanno 13 e 10 anni, non vede, come del resto non vede il marito, da quando è entrata in prigione. I figli non la riconoscerebbero neanche, così come la terza figlia, nata in carcere, non ha mai visto nè il padre nè i fratelli. La bambina, che ha 7 anni e 8 mesi, ha vissuto con la madre per tutta la sua giovane vita ed è destinata a vivere così finchè la madre non finirà di scontare la pena, non avendo nessuno fuori della casa del miele che si possa occupare di lei. Esce ogni giorno per quattro ore accompagnata da un altro prigioniero che la porta dalla prigione all'asilo dove rimane dalle 8 alle 12 dal lunedì al venerdì. In realtà dovrebbe già frequentare la prima elementare, che probabilmente inizierà l'anno prossimo, ma la dura realtà di un'infanzia in prigione le ha lasciato ferite psicologiche difficilmente guaribili che la lasciano indietro rispetto agli altri bambini della sua età.

D'altronde cosa si può aspettare da una bambina che non ha mai conosciuto la vita fuori dalla prigione - e di una prigione come questa- non ha mai vissuto la vita della comunità e non ha mai conosciuto i fratelli e il padre?
Durante la nostra chiacchierata Miheret ribadisce più volte come sia grave il problema dell'igiene: infatti specialmente durante la notte quando le prigioniere non possono uscire dalla loro stanza, queste sono costrette a fare i loro bisogni in bacinelle, la diarrea è frequente e quindi è facile capire come sia semplice soprattutto per un bambino ammalarsi nella prigione. All'interno del carcere c'è un centro sanitario ed un dottore che si occupa delle vaccinazioni, ma se il problema è grave, è necessario il ricovero all'ospedale, cosa permessa, ma il più delle volte troppo onerosa per le detenute che non hanno i soldi per comprarsi le medicine di cui gli ospedali etiopi sono cronicamente privi e che bisogna acquistare nelle farmacie private.
Miheret continua a dirci, con qualche pausa dovuta forse al fatto che siamo guardati a vista da una guardia che non sembra tanto gentile, che mancano i letti, il sapone, le medicine e i vestiti, che i bagni e la situazione sanitaria sono a dir poco precarie. Grazie alle attività intraprese con il sostegno del CVM, lei è almeno in grado di comprare sapone, vestiti e medicine per lei e sua figlia. Con i corsi del CMV ha acquisito delle competenze che le hanno permesso di realizzare dei prodotti e di venderli, e così è riuscita addirittura a risparmiare 4000 birr depositati nel conto in banca personale. Miheret non manca di ricordarci poi quanto sia grata al CVM, perché quando uscirà, avrà la possibilità di lavorare e potrà offrire una vita normale a sua figlia. Sa di aver fatto del male, ha accettato la sua pena, ed è consapevole dell'importanza di poter contare su una propria attività, quando uscirà dalla prigione.

Raffaele Fischetto (Volontario CVM in Etiopia)

lunedì 13 giugno 2011

Che avventura!


Sono appena tornata da Yombo, un villaggio nell’interno poco più a sud di Bagamoyo, in cui è stato selezionato uno dei 10 gruppi giovanili attivi nella mobilitazione e sensibilizzazione delle comunità locali sul tema dell’HIV che il CVM supporterà durante l’anno 2011. Il motivo della nostra trasferta è proprio la consegna di magliette che costituiranno l’uniforme che il gruppo utilizzerà durante gli eventi promossi nel loro villaggio e in quelli limitrofi, affinché possano essere riconosciuti come gruppo dalle comunità locali e come attore chiave nell’ambito della campagna di sensibilizzazione sul tema dell’HIV e sui diritti di genere e dell’infanzia.
Io ed Emmanuel siamo partiti a bordo della motocicletta dell’ufficio CVM, nonostante il tempo non promettesse granché bene. C’è il sole, ma è appena finito un temporale: il sole va e viene, è la normalità durante la stagione delle piogge.

Decido di prendere l’ombrello, anche se ho dei dubbi sulla possibilità di utilizzarlo a bordo della motocicletta, o piki piki, nella lingua locale.
Inizia il viaggio, sono seduta sul portapacchi della motocicletta, non molto comodo soprattutto con due borse in spalla, una mano con la busta delle magliette e l’altra con cui cerco di mantenermi più o meno stabile sul piki piki. Non sono molto brava a selezionare le cose che mi servono durante i viaggi, se pur brevi, e quindi parto sempre con minimo due borse, una solamente per tutti i documenti che potrebbero servire durante le nostre visite e il mio inseparabile quaderno dove prendo gli appunti.
Nonostante la strada che percorriamo sia piena di buche a causa delle copiose piogge di questa stagione e non sia proprio facile tenersi in equilibrio, mi diverte utilizzare la motocicletta, è un po’ come partire ogni volta per una nuova avventura.
E questa volta lo è stata davvero!

Ogni volta che viaggio rimango ammaliata dal paesaggio che ho di fronte ai miei occhi, dalla natura rigogliosa, dalle numerosissime specie di piante, dalle risaie, dalle piantagioni di cotone, dalle diverse specie di palme, dai giganteschi alberi di mango, dai numerosi uccelli che popolano le grandissime pozzanghere che si formano nei campi in questo periodo.
E rimango colpita, attonita nel vedere l’estrema fatica a cui le persone sono costrette per spostarsi o per trasportare qualsiasi genere di cose. Venditori ambulanti a bordo di biciclette che trasportano una montagna di oggetti tenuti insieme non so come sul portapacchi, uomini che trasportano sacchi enormi di carbonella caricati su biciclette che sono guidate a piedi perché i sacchi sono troppo ingombranti per lasciare libera la sella, le donne, rigorosamente a piedi, trasportano fascine di legna o secchi d’acqua, sistemati sul proprio capo. La strada è accidentata, piena di buche colme d’acqua che, al passaggio di auto e bus, inevitabilmente bagna i numerosi passanti.
Arriviamo all’incrocio in cui imbocchiamo la strada che ci conduce a Yombo, scorgiamo un cielo scuro, minaccioso, carico di pioggia. Emmanuel cerca di confortarmi raccontandomi di un precedente episodio in cui, nonostante la presenza di un tale cielo, aveva scampato fortunatamente la pioggia.
Man mano che procediamo l’aria cambia, diventa più fresca; incontriamo le prime gocce d’acqua, che dopo pochi metri diventano pioggia battente. Apro l’ombrello che riesco a malapena a tenere in mano, un po’ per via del vento e un po’ perché Emmanuel ha aumentato la velocità per raggiungere il primo posto più vicino dove ripararci.
Ci fermiamo nel villaggio di Matimbwa, al riparo sotto una struttura di cemento a bordo della strada. Incontriamo Husna, una delle ragazze beneficiarie del programma di microcredito promosso da CVM. L’avevo già incontrata, ma non avevo mai avuto l’opportunità di vedere i due piccoli negozi che ha potuto aprire grazie al prestito ottenuto. È stata una piacevole sorpresa poter scoprire con i miei occhi una delle tante attività economiche supportate dal progetto CVM.
Decidiamo di lasciare qui il piki piki e di proseguire il viaggio a bordo di un dalla dalla ( minibus utilizzato comunemente come mezzo di trasporto pubblico), che scorgiamo avvicinarsi al margine opposto della strada.

Il minibus ha un’entrata piuttosto bassa, sembra che non ci sia posto per noi, ma qui in Tanzania, si trova posto sempre per tutti, anche quando sembra impossibile far entrare qualcun altro. Lo sportellone d’ ingresso è senza finestrino, piove dentro, l’acqua filtra da ogni piccola fessura, dai finestrini, nonostante chiusi, e da alcuni punti arrugginiti della carena nella parte posteriore. Ad ogni buca attraversata, tutto traballa, i sedili, pezzi metallici del telaio penzolanti, i vetri dei finestrini… c’è chi prova persino a dormire, questa è la normalità, specialmente nella stagione delle piogge.
Arriviamo a destinazione, la pioggia è ancora battente e non accenna a smettere… scendiamo dal dalla dalla e ci ripariamo sotto la tettoia di una casa davanti alla fermata. Non scorgiamo nessuno dei ragazzi ad attenderci, prendiamo l’ombrello e andiamo alla loro ricerca. Scorgiamo il leader del gruppo giovanile venirci incontro e ci indica il posto dove avverrà l’incontro, l’ufficio delle autorità di villaggio. A causa della pioggia non tutti i membri sono presenti, solo sei su sedici: Saidi, Shukuru, Zaitun, Hadija, Asia e Raima. Nessuno di loro è a conoscenza che siamo venuti a portare la loro uniforme, è una sorpresa.
Prima di distribuire le maglie, io e Emmanuel vogliamo conoscere i progressi del gruppo dall’ultima volta che li abbiamo incontrati… sono attivi nel loro villaggio nonostante le malelingue del paese li additano come un gruppo poco serio, organizzano eventi sul tema dell’HIV e diritti delle donne nel loro villaggio e nei villaggi vicini e ora stanno condividendo le proprie conoscenze con un gruppo giovanile nascente vicino il loro villaggio affinché anche esso possa iniziare ad organizzare eventi di sensibilizzazione nelle comunità circostanti.

Nel gruppo c’è chi suona il jambee (tamburi della tradizione locale) e esegue musica Bongo Flavour, uno dei generi più in voga qui in Tanzania, utilizzata in particolare dal gruppo per richiamare il pubblico prima di iniziare gli spettacoli teatrali, c’è chi scrive poesie e poi le trasforma in testi musicali, c’è chi canta.
All’inizio sembrano timidi, in particolare le ragazze, ma poi i loro visi si trasformano quando vedono le magliette, la gioia esplode: sono fieri di indossare l’uniforme che porta il loro nome JINASUE KIJANA, “giovani che sfuggono dai problemi”.
Il tempo corre, è ora di tornare a Bagamoyo, Emmanuel mi chiama, il dalla dalla è in arrivo.
Sono felice di questa giornata, di vedere giovani con ideali che nonostante i pochi mezzi a disposizione e l’ambiente non sempre favorevole, si battono per i loro ideali, si impegnano per realizzare un cambiamento nelle loro comunità.
Sono divertita per l’aspetto avventuroso del viaggio, meravigliata dallo spettacolo offertomi ogni volta dalla natura tanzaniana, dal tramonto ed i suoi splendidi colori che ci accompagnano sulla via del ritorno a Bagamoyo.


Valentina Romagnoletti (Volontaria CVM in Tanzania)