martedì 9 aprile 2013

Toni e sfumature




Ed ecco passato un mese dal mio ritorno in Italia, un mese in cui ti fermi a riflettere, a cercare di decifrare tutto ciò che hai visto e vissuto per un anno, a cercare di convincerti che in Africa ci sei stata veramente, perché quelle donne che vedi in foto, perché quelle storie che senti, perché quei numeri ora sono persone, sono nomi.. perché quel desiderio che avevi da una vita si è realizzato, e ora è passato troppo in fretta e ti ha lasciato dentro un vuoto, che si riempie di lacrime ogni volta che senti parlare di Africa.
E’ stato duro partire, rialzarsi e camminare in una nuova terra.. è stato duro sapere i miei affetti lontani.. è stato duro pensare che avrei “saltato” un anno di vita italiana.. è stato duro scoprirsi bianca, fuori e dentro.. è stato duro andare oltre i pregiudizi, che non pensavo di avere, per ritrovarsene vittima.. è stato duro passare 3 mesi ad osservare senza avere la minima consapevolezza di cosa avvenisse intorno a me.. è stato duro allargare le proprie categorie mentali e capire che il mondo era ben lontano dalla finestra di casa..
Non è sempre stato semplice..
MA…
è stato facile innamorarsi della Tanzania e delle persone che la rendono così speciale..
è stato facile lasciarsi trasportare dai loro ritmi ed iniziare a ballare con loro..
è stato facile dare loro fiducia, per poi perderla, e riacquistarla di nuovo..
è stato facile condividere il buio e il silenzio senza sentirsene sopraffatti..
è stato facile credere di poter cambiare il mondo, per poi accorgersi che erano loro che cambiavano me..
è stato facile piangere per le persone che vedevi sparire intorno a te, per poi capire che non era “giusto” farlo..
è stato facile ammalarsi di malaria, togliere un animale dal piede con un bastoncino e sentirsi finalmente un po’ meno straniera..
è stato facile ritrovarsi a piedi scalzi, bagnati dalle acque dell’oceano per lasciarsi trasportare dalle maree.. è stato facile innamorarsi dei rossi tramonti e scoprire che la Creazione e la Natura esistono ancora..
è stato facile condividere gesti veri, ma sinceri, gesti che credevi non potevano più essere concepiti..
è stato facile farsi prendere per mano e giocare insieme senza comprendere una parola..
è stato facile tornare a vivere seguendo i ritmi della natura e ringraziare il cielo perché finalmente era tornata la pioggia..
è stato facile farsi inebriare dai profumi, camminare tra antichi resti e ritrovarsi nella culla dell’umanità..

Ed ora?
Ed ora, superato il ritorno in Italia, tutto sembra così stretto, a volte soffocante; tutti sembrano non capire e non riuscire a guardare oltre; tutti sembrano bloccati nella propria routine e nei propri problemi.. senza una prospettiva, senza un perché..immersi in una vita che non vogliono, ma che non hanno la forza di cambiare.. ma è proprio qui, tra una corsa e l’altra, che ritrovi la bellezza di un sorriso, il calore di un abbraccio, l’emozione di una canzone, la gioia di dare se stesso.. è qui che un gesto gratuito diviene ancora più duro, è qui che il senso del donarsi e del servizio sono un impegno quotidiano riservato a pochi.. pochi pazzi che hanno ancora la forza di credere che non ci si può accontentare, che le mani bisogna sporcarsele prima di poter criticare, che le parole servono a poco se non sono seguite dall’esempio personale, che il tempo non è perso se tu lo doni a chi ne ha bisogno, che un anno di Servizio Civile in Tanzania non è stato la scelta di una ragazza incosciente che voleva scappare dalle sue responsabilità, ma una scelta consapevole: la fortuna di poter dedicare un intero anno della propria vita al prossimo, dalle mie compagne di strada, ai bambini che riempivano casa, alle donne che incontravo ogni giorno lungo il mio cammino.
La mente vola lontano, ogni azione ora ti riporta indietro nel tempo e nello spazio, tornare con i piedi per terra non è semplice. Riprendere le solite abitudini, dare di un nuovo un senso al tutto, dare un nuovo perché al mio essere qui ed ora.. dare un perché al mio essere bianca in un paese “sviluppato”.. Dare un perché alla realtà che mi circonda, una realtà che non condivido, di cui non mi sento parte, ma di cui sono il perfetto paradigma.
Tutti i colori a cui i miei occhi si erano ormai abituati, non mi circondano più, i toni accesi hanno lasciato il posto al grigio e nero, ma comincio a intravedere qualche sfumatura, qualche accenno di luce, qualche gradazione che va attenuandosi, lasciando spazio a nuove tinte.
Saranno le “lenti colorate” con cui adesso ho deciso di vedere il mondo, ma ora sembra l’alba di un nuovo giorno.

Serena Morelli, Servizio Civile a Bagamoyo - Tanzania 

mercoledì 27 marzo 2013

Africa, oltre i 4 anni






Kosovo! Kosovo!” grida il controllore del minibus, “Acha!” risponde una grassa signora avvolta in un vestito che è un caleidoscopio di colori brillanti e vivaci: giallo, rosso, verde, blu, sudata, si alza con 2 enormi sachetti di plastica nera, scende lentamente dal minibus. Asciugandosi il sudore dalla fronte sotto il sole cocente e abbacinante del meriggio equatoriale, si guarda intorno alla ricerca di una moto-taxi (piki-piki). Kosovo non è lo stato dei Balcani, ma la penultima fermata dei mezzi pubblici sulla tratta che da Dar es Salaam, Dar per gli amici, porta a Bagamoyo, Baga per gli amici.
Sono arrivato a Bagamoyo per la prima volta il 23 novembre 2008, non sembra ieri, sembra tanto tempo fa, molte cose sono cambiate. Tornare ancora qui, oltre quattro anni dopo fa uno strano effetto e avendo tempo per riflettere mi trovo a pensare a quante cose siano cambiate in questi anni e a quante invece siano rimaste le stesse.
Per fortuna la spiaggia è rimasta la stessa, a volte tranquilla e silenziosa, a volte movimentata e rumorosa, fitta di pescatori intenti avendere il pesce, scaricatori di porto che scaricano le immancabili taniche di plastica gialla dai barconi che commerciano con Zanzibar e compratrici di pesce, sdraiate a pulirlo o a contrattare il miglior prezzo possible. Le corde che ancorano le barche a terra sono sempre là, e noi, a schivarle, a passare sopra o sotto. L’odore della spiaggia è lo stesso, alghe, pesce imputridito ma anche la brezza dell’Oceano Indiano, che rinfresca e risolleva il corpo e la mente. Due grandi alberghi sono andati a fuoco 3 anni fa e non hanno più riaperto, mentre un colosso di cemento sbiancato è sorto a pochi centinaia di metri dalla croce che ricorda i primi missionari cattolici che alla fine del XIX secolo sono arrivati a Bagamoyo per predicare il Vangelo. Ora, oltre all’opera evangelizzatrice, hanno costruito e gestiscono un albergo, i tempi cambiano.
Alcune strade, prima di sabbia sono state asfaltate, di certo sono più comode, ma significa anche che i giovani e spericolati guidatori delle moto-taxi e i pazzi guidatori di camion e minibus possono sfrecciare a velocità nettamente superiori, mettendo a repentaglio la vita dei passanti, soprattutto quella di bimbi distratti e anziani dalla vista scarsa e dai movimenti rallentati. Ora a Bagamoyo ci sono 2 banche con il relativi bancomat, di cui uno allacciato ai circuiti internazionali, quando sono arrivato io, per prelevare bisognava andare a Dar es Salaam. Più banche non significa necessariamente che la gente abbia più soldi, anzi l’impressione di tutti è che nei locali pubblici, alberghi e ristoranti ci sia sempre meno gente, locali che una volta erano il fulcro della vita serale e notturna di Bagamoyo (sì, anche in Africa si fa festa…) sono ora smorti e popolati solo di qualche indomabile bevitore e qualche dolce coppietta che sorseggia una bibita sussurrandosi frasi d’amore.
I prezzi di alcuni beni di consumo sono aumentati in maniera spropositata: la farina di mais per l’ugali, il piatto base dell’alimentazione tanzaniana è passata da 6-700 scellini al kilo (0,33-0,38 cent di euro) a 1.200-1.400, esattamente il doppio; il riso è passato da 1.200-1.300 scellini (66 cent di euro) ad attorno 2.000-2.200 scellini al kilo; la birra ha subito lo stesso aumento del riso, da 1.300 scellini nel 2009 a 2.000 scellini nel 2013. I salari e i prezzi per i contadini non sono aumentati di pari passo e questo ha avuto terribili conseguenze alimentari. Le famiglie più povere, che sono spesso anche le famiglie più numerose, si sono trovate e diminuire il numero di pasti mettendo i bambini a rischio malnutrizione. L’aumento del prezzo della birra ha anche indotto ad un aumento del consumo di alcol prodotto localmente con relativo rischio di salute. L’alcol locale, infatti, viene spesso “tagliato” con sostanze tossiche in maniera da renderlo più potente. Mezzo litro, al costo di circa 500-600 scellini (un quarto di una birra) basta allo sballo per una serata ma spesso costa ai consumatori l’integrità o la funzionalità di fegato, del cervello o la perdita della vista.
Alcune cose cambiano, altre rimangono uguali, spesso sia in un caso che nell’altro capire il perchè è complicato , difficile, l’Africa è un continente complesso, imprevedibile, credo, in un certo qual modo inconoscibile, inafferrabile e inspiegabile. Dopo quattro anni qua non credo di capirne molto di più, si, ho imparato molte cose, parlato con centinaia di persone, mi sono confrontanto e scambiato idee con gente di tutti i tipi ma non credo di aver migliorato di molto la mia compresione delle dinamiche interpersonali, comunitarie e sociali di questo angolo d’Africa. Al contrario, sono convinto che forse, per vivere bene qui, a volte bisogna lasciar stare le spiegazioni razionali e i mille dubbi, la ricerca di un perchè e semplicemente vivere, assaporare, nel dolce e nell’amaro, il gusto di un continente altro, ricco di drammi, ma anche di idée, sogni e speranze.
Al buio, seduto su una scomodissima sedia di plastica, ascolto le rane che nel vicino stagno gracidano fragorosamente, osservo la sagoma nera delle palme, si stagliano contro il cielo blu scuro punteggiato di luci, le fronde si muovono, la brezza soffia leggera sulla pelle e solleva un brivido piacevole. Col naso all’insù, ad ammirare lo scintillio della via lattea e questo meraviglioso spettacolo notturno smetto di pensare, ecco, l’Africa.

Stefano Battain, ex volontario CVM ora in Sud Sudan 

lunedì 18 marzo 2013

L'acqua del vicino 

Mercoledí ho cominciato a prendere lezioni di amarico da una ragazza che vive vicino a casa. Ci vado dopo lavoro, alle 6, quando rientra anche suo marito che si diverte un sacco a guardarci e poi vuole fare lui il maestro. Hanno un bambino di 5 mesi sempre con il culetto fuori, non so se gli tagliano apposta un buco dietro sulle tutine, o se gli hanno regalato tutti I vestitini di seconda mano già bucati. Il pannolone non è ancora arrivato a Bonga.
Gennet, la mia insegnante, ha una casa di fango, sempre piena di galline, pulcini, gatti e cani. Al calar del sole arrivano tutti perchè fuori diventa pericoloso (scimmie, serpenti, cani randagi..) sicchè la lezione è interrotta da una gran confusione. Due chioocce si mettono in riga con I pulcini su una panca a dormire, altre due galline vanno da Gennet che le lancia in alto così si piazzano su una trave di legno del soffitto e dormono lì.
Venerdí sera Gennet ha organizzato un “coffee programme” per il compleanno di Sally, la mia amica del Peace Corp americano che ha compiuto 28 anni questa settimana. C'erano lei, in vestito di garza bianca elegantissima per l'occasione, suo marito e il piccolo Geremia con il culetto fuori, le 3 sorelle di lei con I figli e qualche bambino dei vicini. Hanno piazzato me e Sally al posto d'onore e ci hanno riempito due flûtes con il tej, un liquore di miele. Poi hanno fatto la preghiera (tutti pregano prima di mangiare, o almeno fanno un segno della croce al piatto), ed è stato davvero commovente. Il marito di Gennet, pensando a lungo le parole in inglese, ha detto qualcosa tipo” Non sappiamo cosa succederà domani, cosa ci sarà nel nostro futuro, ma oggi siamo qui tutti insieme, Signore concedi la salute a Sally, a Giulia e a tutti, facci stare under your holy umbrella” quando ha detto così mi è quasi venuto da piangere per l'impegno che ci stava mettendo nel trovare le parole giuste e per quanto ci credeva in quello che stava dicendo.
La stanza era tutta addobbata con cartelli stampati in ufficio “Happy birthday Sally” e avevano preparato l'angolo per la cerimonia del caffè. Vuol dire che si sparpagliano delle erbe per terra, erbe che crescono sulle sponde dei corsi d'acqua, per ricreare l'ambiente naturale all'interno della casa, foresta e acqua. Per le grandi occasioni, come questa, si mettono anche un sacco di fiori attorno al tavolinetto del caffè. Questo di solito è di legno, piccolino, alto un 30-40 cm, pieno di tazzine sopra. Accanto c'è la jebena sul braciere a carbone, è una brocca di ceramica nera usata appositamente per il caffè. Cerimonia del caffè vuol dire:
  1. tostatura dei grani su un piatto di ferro largo
  2. macinatura su una specie di zancola per il burro, non lo mai guardata bene da vicino, comunque è una specie di pestello gigante.
  3. infusione della polvere ottenuta nell'acqua calda nella jebena
Insomma, è un procedimento abbastanza lungo ed elaborato, e ti accorgi di quanto ti considerano importante come ospite da quanti fiori hanno messo intorno e quante fasi della cerimonia vengono fatte davanti ai tuoi occhi (a volte alcune si saltano per ovvie ragioni...tipo non perdere un pomeriggio per una tazza di caffé...). Dimenticavo, col caffé sempre si accompagna anche un piatto di pop-corn.
Per l'occasione Gennet aveva preparato anche una specie di torta, cioè un pane intriso di boh...qualcosa di oleoso e dolciastro, e sopra ci aveva spennellato una specie di sciroppo colorato. Non esistono dolci nella cucina etiope, per cui aveva cercato di fare qualcosa che venisse incontro ai nostri gusti da ferenji...
Io avevo trovato in città dei mars e un bounty, e li avevo messi su un piatto insieme a del pane con la marmellata, che a Bonga non esiste perchè non c'è molta varietà frutta (io l'ho portata da Addis, è importata dall'Olanda). I bambini erano tutti in riga ordinati sulla panca davanti a noi e hanno fatto I seri per tutta la sera, visto che era una festa importante, ed hanno molto apprezzato questa cosa della marmellata. È stato davvero bello.



Il mio vicino è un insegnante in pensione, si chiama Alemayu. Ha avuto anche il nostro autista Agegno come studente. Vado a casa sua ogni tanto perchè mi ha gentilmente invitato ad andare a prendere l'acqua da lui. La mia casa è a secco e lo rimarrà fino alla stagione delle piogge, per cui ogni 2-3 giorni vado a riempire un secchio da 20 litri. Ho scoperto che con circa 40 litri d'acqua in una settimana posso lavarmi, cucinare, lavare stoviglie e bucato, non l'avrei mai detto dopo 30 anni di vita in Italia, dove aprendo il rubinetto esce tutta l'acqua che voglio.... Per bere compro delle bottiglie, in attesa di procurarmi un filtro per rendere l'acqua potabile.
Ho il permesso di entrare nel cortile di Alemayu a qualsiasi ora e rifornirmi di acqua. Qui a Bonga basta spingere il cancello per entrare nelle case, non ci sono molte serrature. La zona in cui abito è la più alta del paese, si chiama Mishin per via della Missione Cattolica (mission in inglese). L'acquedotto cittadino ci arriva, per cui alcune case hanno un rubinetto in cortile (quelle in cui la tubazione arriva fin dentro casa per la cucina o il bagno sono pochissime, forse nessuna), molti altri invece vanno a riempire le taniche a una fontana costruita recentemente. Io non ci posso andare per il momento, dovrei andare all'Ufficio dell'Acqua e pagare l'apposita tariffa, non mi sono ancora organizzata, per cui....dal vicino!
Ieri mentre aspettavo che il mio secchio si riempisse quest'uomo anziano, con radi capelli bianchi, è venuto a farmi compagnia. Mi ha raccontato che è nato ad Addis Abeba, ma la sua famiglia è originaria del Nord dell'Amara. Ha studiato per diventare insegnante e appena ha finito è stato preso dalla Chiesa Cattolica Etiope per la scuola di Bonga. È venuto a vivere qui 44 anni fa. Ha sposato una ragazza giovanissima, di 14 anni, che stava frequentando l'ottava classe (questo potrebbe scandalizzare più di qualcuno, ma dobbiamo tenere conto che qui in Etiopia è la prassi nelle zone rurali, e che la speranza di vita oggi, mediando tra città e campagna, non arriva a 50 anni, quindi chissà quanto poteva essere in questa zona rurale più di 40 anni fa, 30 anni?). Quando si sono sposati vivevano con lo stipendio da insegnante di lui, con il quale hanno pagato gli studi di lei prima alla scuola superiore e poi al college di Jimma (a circa 150 km da qui), così è diventata insegnante pure lei.
In seguito in Etiopia ha preso il potere il regime comunista, chiamato Derg, che ha nazionalizzato tutte le scuole, per cui entrambi sono diventati dipendenti statali e hanno continuato a lavorare alla scuola pubblica. Hanno avuto 5 figli, Alemayu si esprime abbastanza bene in inglese ma non capisce molto quello che gli dico, per cui più che altro ascolto e mostro interesse o stupore con la faccia, ad ogni modo sono contenta che mi voglia raccontare sua storia... Oggi I 4 figli maggiori, 2 maschi e 2 femmine, sono in America. Uno è medico, un'altra è infermiera specializzata, degli altri non mi ha detto che cosa facciano. Ogni tanto I genitori li vanno a trovare e rimangono qualche mese in America. La figlia più giovane sta studiando ingegneria civile ad Awassa. “Ho avuto una bella vita, lunga e bella” mi dice **NOME** concludendo. “Ho anche avuto una brutta malattia allo stomaco e mi hanno operato in America”, aggiunge, “ e grazie a Dio da più di un anno sto bene. Mia moglie deve lavorare ancora qualche anno prima di andare in pensione, e poi ci riposeremo tutti e due. I figli stanno bene. Sono vissuto molto felice a Bonga per 44 anni, pensa, 44 anni!!”. È bello sentirglielo dire. Un'insegnante etiope oggi prende poco più di 50 euro al mese, lo stretto necessario per vivere. Alemayu sottolinea un po' il suo trasferimento dalla capitale anche perchè la maggior parte delle persone nate e cresciute a Addis non verrebbero qui molto volentieri, e chissà com'era questa cittadina negli anni '70, senza strade, senza luce, senza telefono, senza dottori o medicine... Oggi io ci vivo bene perchè posso comunicare facilmente con il resto dell'Etiopia attraverso il telefono, e con il resto del mondo attraverso internet, ma appena fuori del centro abitato di Bonga non funziona ancora nulla di tutto ciò. E soprattutto, motivo per cui sono qui, la quasi totalità degli abitanti della zona rurale della Kaffa tuttora si rifornisce di acqua presso pozze, torrenti o comunque fonti non sicure.

Giulia Baldissera, ingegnere CVM in Etiopia 

lunedì 4 marzo 2013

Bentiu, ultima corsa






Fiato corto, il fango secco scricchiola sotto i piedi, una mattina di gennaio a Bentiu, la mia ultima corsa in sud Sudan. Per la verità sono state poche, pigrizia, lavoro, alta mobilità fra i 2 campi rifugiati e la base di Bentiu, tanto fango e poi la pesante malaria di Ottobre hanno contribuito a rendere le mie corse davvero sporadiche. Tempo di bilanci e di “ultime volte”.
L’ultima tappa alla panetteria di Mohamed, l’allegro signore, anzianotto e pacioccone, dalla pelle color del rame, incorniciata da una barba d’argento ed un cappello bianco, cilindrico e un po’ consumato, il suo negozio è nel souk (mercato) di Rubkona, nelle vicinanze l’ufficio di CARE International e di un paio di agenzie delle Nazione Unite, vende il più buon pane di tutta Bentiu, morbido, lievitato, soffice, al contrario dell’ esh, piatto, bianco, non lievitato e senza sale, quello che spesso in Italia chiamiamo “pane arabo”. Mohamed è stata una tappa fondamentale di ogni visita sul campo. Sveglia presto, preparativi pre-partenza, un occhio alla mail, una saluto a Daniela su Skype e poi via, Land Cruiser carico di materiale, telefono satellitare carico, radiotrasmittenti accese e quell’eccitazione mista ad entusiasmo che sempre c’è nell’aria all’inizio di ogni visita sul campo, che poi altro non è che un viaggio, di lavoro, ma pur sempre un viaggio.
L’ultima visita sul campo, l’auto dondola lenta per le vie di Bentiu, donne magrissime con enormi carichi in testa oppure sedute al mercato improvvisato a vendere zucchero, di cui i sudsudanesi sono assai ghiotti. Polvere, c’è tanta polvere in questo periodo, da due mesi niente piogge, l’ultima pioggia che ho visto è stata quella che mi ha fatto passare la notte in macchina con Afayo, a fine Ottobre, bloccati nel fango in attesa di soccorsi. Appena fuori Bentiu tappa da Mohamed, pane e qualche soda, compro anche un po’ di sale, da aggiungere al pane di Mohamed per insaporirlo un po’. Poi via verso nord, attraversando i campi petroliferi, le enormi pianure dominate da branchi di centinaia di mucche al pascolo, controllate da magrissimi pastori dinka, a volte provvisti di mitra AK-47, anche conosciuto come Kalashnikov, secondo voci ben informati reperibile senza in zona (ovviamente senza licenza) per circa 200 dollari, lo stipendio mensile della nostra donna delle pulizie-cuoca.
Ultima visita a Pariang, qualche successo e molte battaglie perse, 6 mesi intensi fra campi rifugiati allagati, campi che sono acquitrini, i ragazzi del progetto che cercano di far crescere pomodori, melanzane e cipolle su una terra difficile, prima molle come argilla poi dura come il carbone. Le lunghe giornate a camminare per Pariang con Kuol e le centinaia di buche scavate per niente per piantare alberi che poi abbiamo dovuto spostare di nuovo, alti a bassi di 6 mesi vissuti intensamente, fra la mancanza di elettricità, la rete del telefonino che c’è come se non ci fosse e tanti piatti di riso e lenticchie (a proposito, incredibile a dirsi ma mi mancano già un bel po’ le lenticchie).





L’ultima volta a Nyeel, il campo rifugiati in miniatura ma dove si trova gente dal cuore grande, e a volte anche dalla testa dura, gente do montagna, montagne Nuba, diretti, pronti a criticare errori ma anche a riconoscere quando le cose vanno per il verso giusto, gente orgogliosa ma anche africanamente ospitale e sorridente.
Ultimi sguardi su una terra aspra, dalla savana secca che dall’altro diventa una pelle di leopardo a causa degli enormi ed estesissimi incendi di questo periodo dell’anno, volontari o meno rendono l’aria carica di cenere che penetra in casa e si deposita ovunque, il cielo diventa più opaco e aleggia, portato dal vento, un forte odore di erba bruciata.
Ultima serata al Grand Hotel, con i colleghi di altre ONG, sedie di plastica, una notiziario in kiswahili lla TV, birra Red Horse calda, qualche verde latina di Heineken sul tavolo, sigarette keniane di sottomarca, chiacchere indistinte, racconti di incertezza e frustrazioni, io alzo gli occhi e guardo il cielo stellato di questo Sud Sudan così instabile e cosi complesso, affascinante e selvaggio.




Ultimo abbraccio a Michael nel buio della notte e penso ai 6 mesi trascorsi insieme, un grande amico, tante serate, tante ore di lavoro e sudore insieme, tante notti in tenda, ognuno chiuso un po’nel suo mondo a ritrovare le energie per affrontare la giornata successiva, come lumache che si ritirano nel proprio guscio, la sera si parla poco, bisogna staccare, musica, affetti, qualche telefonata oltre confine e qualche serie televisiva.
Sto sedimentando ora l’esperienza in Sud Sudan, ci impiego tempo ad elaborare emozioni, esperienze, punti di vista, da fuori sarà più facile ora che ho lasciato la terra dei pastori dinka, dei falchi e delle pianure del Nilo a perdita d’occhio




Stefano Battain,
ex volontario CVM ora in Sud Sudan 

martedì 12 febbraio 2013

Da nord a sud - In viaggio in Etiopia insieme a CVM


È il 28 Dicembre 2012 quando giungono all'aeroporto di Bole, Addis Abeba, Arianna,
Giuseppina, Silvana, Sebastiano e Nazzareno. Arrivano separati, con due voli diversi e con
differenti ore di volo: Sebastiano e Nazzareno arrivano all'alba, verso le 06,30 con il volo Ethiopia
Airlines, mentre il trio femminile raggiunge la terra etiope alle 23,00 con un lunghissimo volo e con
diversi scali, operato da Lufthansa.
Il primo giorno è dedicato al riposo del padre e del figlio, Sebastiano è il padre di Nazzareno, il
quale ha deciso di accompagnare il padre, settantasettenne, per permettergli di realizzare il grande
desiderio che serbava nel cuore: vedere l'Africa e in particolare entrare in contatto con i progetti del
CVM cui ha sempre contribuito con personali finanziamenti annuali. A pranzo, grazie alla
disponibilità di Said, l'autista dell'ufficio del CVM di Addis, i due ospiti hanno potuto godere di un
giro per la Capitale con sosta in un bel ristorante tradizionale, in cui è stata molto gradita la njera. In
realtà è stata gradita solo da Nazzareno e dagli accompagnatori. Sebastiano ha avuto qualche
problema ad accettare un piatto così lontano dalla pasta, tradizionale italiana. Il dover mangiare con
le mani – la njera è un disco di pane spugnoso e morbido, un po' acido, ottenuto dal tief, il cereale
locale, con sopra diverse pietanze quali verdure, lenticchie, patate, diversi stufati di carne che si
mangiano staccando una parte di njera che accompagna così la pietanza- ha messo a disagio il
signore dalla barba bianca, il quale ha deciso che da quel momento in poi avrebbe mangiato solo
pasta o, eventualmente, carne. Il pomeriggio è trascorso serenamente e con molta calma per le vie di
Addis Abeba, affollate di auto e di persone. Soprattutto agli incroci, affollate di disabili. Aspetto,
questo, che ha scosso davvero molto Sebastiano. In Etiopia non esiste alcuna assistenza medica per
i disabili, in Italia sì. E Sebastiano, molto sensibile al tema per questioni personali, è molto
dispiaciuto nel vedere riversarsi per strada quella moltitudine di persone con seri problemi fisici che
non hanno altra possibilità che sopravvivere chiedendo l'elemosina. Che lui, Sebastiano, vuole dare
a tutti quelli che incontra.
Alla sera, i due uomini, si uniscono agli accompagnatori per una cena più internazionale in
zona Bole. Bole è un cantiere: dissestata dai lavori in corso. Ma tutti e cinque gli interessati sono
riusciti ad attraversare alcuni punti un po' difficili, soprattutto per l'uomo dalla barba bianca, per
poter degustare una cena più “semplice” del pranzo. Gli accompagnatori, finita la cena, si sono
diretti all'aeroporto per accogliere il trio femminile proveniente da Bergamo, dopo aver sorvolato i
cieli di mezza Europa e mezza Africa. L'accoglienza è avvenuta tardi, verso le 23, a causa di un
imprevisto: lo smarrimento di una delle valigie. Il primo posto che il trio femminile ha avuto modo
ddi vedere è stato il bel compound delle Suore Francescane, dove sarebbero state ospiti per due
notti, prima di ripartire per il nord dell'Etiopia.
Il primo vero giorno in Etiopia è stato dedicato a una visita storico-turistica della Capitale. I
partecipanti del viaggio hanno avuto così modo di integrarsi a vicenda e di conoscere gli aspetti più
caratteristici di Addis Abeba, come la Cattedrale della Trinità (una grande chiesa ortodossa che è
stata ben illustrata da una guida locale) e la casa-museo di Menelik, a Entoto, la collina sopra Addis
Abeba. Il pranzo è stato un bel momento per i partecipanti: non tutti si conoscevano. È stato
importante poter scambiare alcune parole per un primo approccio, una prima conoscenza. Così si
scopre che Silvana e Giuseppina sono sorelle e che vivono nello stesso paese di Arianna, vicino a
Bergamo, dove da dieci anni (dal 2003) si incontrano almeno una volta alla settimana per produrre i
ravioli ripieni che vendono a privati. Su richiesta. Negli ultimi anni questa attività è così gradita dai
privati della zona che, alle volte, sono costrette rifiutare alcune ordinazioni o a posticiparle. L'idea è
venuta ad Arianna, quando rientrata da una visita in Etiopia, si è resa conto che il CVM per
realizzare tutti progetti che realizza ha sempre più bisogno di soldi. Tutti i proventi, infatti, vengono
donati al CVM. Tutti i visitatori erano, inoltre, entusiasti del bel posto in cui erano stati condotti dal
fidato Said: Hotel Taitu, il primo hotel d'Etiopia, aperto dalla moglie dell'Imperatore. Nazzareno,
fotografo naturalista, ha girovagato per i vari piani e le varie stanze cercando e trovando scorci
suggestivi. Le signore di Bergamo erano piacevolmente sorprese di trovarsi nel primo albergo
d'Etiopia. Sebastiano, dal canto suo, era contento di mangiare con le posate e di poter pulirsi la
bocca con un tovagliolo. Altro elemento che gli mancherà molto durante i pasti: i tovaglioli costano
cari e nella quasi totalità dei locali non ci sono.
All'imbrunire, dopo aver apprezzato una bella vista della Capitale dall'alto, scendendo dalla
collina di Entoto, e dopo aver fotografato e commentato le diverse figure femminili che scendevano
dalla collina piegate e appesantite da lunghe e spesse fascine di legna, gli ospiti sono rientrati nelle
ristoratrici camere del compound delle Suore. Il gruppo ha iniziato a incrociare immagini che con i
giorni del viaggio diventeranno più familiari, ma che da principio colpiscono e sono emblematiche
di due condizioni: la condizione della donna e la condizione di molte comunità, prive di acqua.
Infatti, lungo la strada che porta a Entoto, quindi poco fuori dalla città, colonne di taniche di plastica
gialla erano in attesa di essere riempite. Saranno immagini che si troveranno molto spesso lungo i
cigli delle strade che il land cruiser percorrerà per andare a nord e a sud. Un primo approccio alla
dura quotidianità etiope è stato offerto agli occhi dei visitatori già il primo giorno. Temi che
verranno toccati nei vari discorsi che si terranno durante tutto il viaggio: miseria, disabili,
condizione della donna, acqua.
Il mattino seguente Mesfin, l'autista di Debre Markos è venuto a prendere tutti i partecipanti
per portarli a visitare i diversi progetti sociali che si sviluppano in East Gojjam, a trecento
chilometri a nord di Addis Abeba. Il viaggio è stato un po' faticoso, soprattutto per le due sorelle.
Ma il paesaggio e le diverse soste, richieste da Nazzareno per poter scattare foto naturalistiche di
impatto, hanno reso più percorribili le sei ore di viaggio. Il cielo limpido, il sole caldo e sovrano, il
paesaggio agreste e quasi del tutto incontaminato, i colori verde e giallo dei campi che si
alternavano e le belle case tradizionali di fango e a forma circolare, i tukul, hanno reso il viaggio un
piacevole salto, reale, in un contesto diverso, nuovo. Molto diverso da quello cui il gruppo, a
eccezione di Arianna (la quale è stata una volontaria in Etiopia del CVM per tre anni negli anni
Ottanta e questa era la terza volta che tornava in visita, dopo il rientro definitivo in Italia), è
abituato. Le più sorprese erano le due sorelle. Colpite soprattutto dalla povertà che è stata una fedele
compagna di viaggio.
Geremew, il responsabile dei progetti di Debre Markos-East Gojjam, è venuto ad accogliere i
visitatori in una cittadina a circa un'ora e mezza da Debre Markos, meta finale. Dejen, il nome della
piccola cittadina, accoglie un'associazione di orfani, che si sono esibiti per l'occasione in una bella
performance teatrale, centrata su temi attuali e problematici: il matrimonio precoce delle bambine e
le mutilazioni genitali femminili. L'uomo dalla barba bianca e le due sorelle sono stati molto colpiti
dai temi presentati e dai ragazzi e bambini dell'associazione, vestiti di Povertà. Nazzareno guardava
il tutto con l'occhio del fotografo, più scenografico e per questo, forse, più incisivo. Le sue foto
sono state viste da tutto il gruppo, commentate e soprattutto apprezzate: mettevano in risalto gli
aspetti intimi degli attori o degli alti ragazzi spettatori. Gli sguardi, profondi e cupi, i visi, sempre
sorridenti. Forti contrasti che risaltano la contraddizione della loro realtà, realtà africana, etiope.
Uscito dalla sala in cui era avvenuto lo spettacolo, tutto il gruppo, compresi Mesfin e Geremew, è
stato circondato da un caloroso saluto di tutti i ragazzi e bambini membri dell'associazione. Il
fotografo ha subito colto l'occasione per scattare una foto in cui i membri del gruppo di visitatori
erano miscelati e sparpagliati fra i membri dell'associazione di orfani.
I giorni successivi, a Debre Markos, sono stati molto intensi in quanto sono state visitate
diverse associazioni e il gruppo ha avuto modo di porre domande direttamente ad alcuni beneficiari.
Le associazioni che sono state visitate riguardavano persone che vivono con HIV e AIDS, orfani,
housemaids (collaboratrici domestiche) e barworkers (cameriere). Le due sorelle, in particolare,
sono state molto colpite da queste due ultime categorie. Le ragioni sono diverse. L'età, tutte molto
giovani, in particolare le housemaids, le quali sono delle collaboratrici domestiche che non hanno
alcun contratto, non sono pagate, ma sfruttate e abusate e che spesso sono scappate da un
matrimonio precoce o da un marito, imposto. Le barworkers, invece, sono cameriere quando
servono ai tavoli e prostitute quando un cliente ne fa richiesta. Queste due categorie sono molto
vulnerabili. Tutto il gruppo, nessuno escluso, era affranto nel percepire una realtà così distante da
quella che le donne italiane, occidentali per estensione, possono vivere. Nel mondo cosiddetto
sviluppato alle donne vengono riconosciuti i loro diritti, così come ai bambini, ma soprattutto ne
sono consapevoli. Grazie alla consapevolezza, possono anche lottare per ampliare i propri diritti o
migliorare comunque la propria condizione. Quanto è più rimasto impresso agli ospiti è la grande
importanza di acquisire consapevolezza. Solo tramite questa ci può essere un cambiamento. Una
lotta. Quello che i visitatori hanno vissuto sono stati incontri rivelatori: persone che parlavano delle
loro esperienze. Simili, purtroppo. Ma al contempo in evoluzione. Molte di loro hanno apportato
notevoli cambiamenti alle loro Vite grazie a corsi di consapevolezza, corsi professionali o supporti
economici, che hanno permesso loro di aprire delle attività. Ogni supporto economico (IGA:
Incoming Generated Activity) elargito dal Cvm ad alcune donne selezionate, sole, senza marito e
con figli ha permesso alle beneficiarie di dare una possibilità a sé stesse e ai propri cari (madri, figli
o nipoti a carico), responsabilizzandosi: infatti ogni finanziamento viene rimborsato in rate mensili.
In questo modo, oltre a migliorare la propria condizione di vita viene offerta loro la possibilità di
acquisire autostima. Riescono da sole in questo cambiamento personale. Alla base di un
cambiamento sociale.
Durante il viaggio si è parlato molto di queste donne: ciò che ha colpito, oltre la loro
condizione di housemaids, barworkers o semplicemente di donne abbandonate da uomini
fondamentalmente deboli, è stata la forza che dimostrano ogni giorno nell'andare avanti e nel voler
comunque migliorarsi per i propri cari, non solo per sé stesse. Alla fine, comunque, è sempre
emersa l'importanza della consapevolezza e della differenza con il mondo in cui i partecipanti al
viaggio sono abituati a vivere. Lassù, nel Nord del Mondo, si danno molte cose per scontate: la
consapevolezza è un fatto insito. Quasi innato. Ma anche là ci sono stati periodi bui, specialmente
per le donne, e anche là c'è stato un processo di acquisizione di consapevolezza. Divenuta poi
innata.
Di Debre Markos, il gruppo in generale e le donne in particolare si sono portate in Italia e nei
loro cuori la condizione veramente difficile del vivere quotidiano della donna etiope. Se in città,
anche a Debre Markos, seppur piccola cittadina, la donna ha già qualche possibilità in più di
riscatto, in campagna, come il gruppo ha avuto modo di vedere durante l'escursione in una woreda
fuori Debre Mrkos, la donna prima di poter pensare al proprio sviluppo, deve rispondere alle
esigenze quotidiane che la tradizione vuole che sia lei a soddisfare e non l'uomo: acqua, legna,
cucina, figli...per sé stessa non rimane più tempo.

La seconda parte del viaggio è stata centrata sui progetti idrici, al sud dell'Etiopia.
Lo spettacolo che ha accompagnato la macchina lungo tutto il percorso è stato quello di lunghe
colonne di persone in cammino sul ciglio della strada, di donne con lunghe e grandi fascine di legna
sulla schiena o, ancora, di asinelli che trasportavano sul dorso taniche gialle colme d'acqua. Acqua,
elemento molto prezioso, ancor più dove raro. Come nei villaggi, piccoli villaggi avvolti nella
natura verde, senz'altro che natura verde e strade di polvere rossa, dove l'acqua diventa un bene a
pochi disponibile. Le immagini più impresse sono quelle di taniche gialle, file di taniche gialle, ai
diversi water points (punti di raccolta dell'acqua realizzati tramite una fontana collegata a un bacino,
pozzo, con delle lunghe tubazioni, in alcuni casi lunghe anche quindi chilometri) in attesa di essere
riempite. Con loro ci sono molti bambini, i portatori di taniche insieme alle donne. . I water points e
i pozzi visitati sono stati realizzati grazie al supporto finanziario e logistico del CVM.
In questa parte di Mondo, è emerso più volte durante le conversazioni fra i partecipanti al
viaggio, l'acqua, la poca acqua raccolta nelle taniche, viene centellinata. Il suo utilizzo è ben
ponderato. La donna, nella casa, dopo aver portato la tanica o la tradizionale brocca di terra cotta
(troppo pesante e fragile e quindi volentieri sostituita dalla tanica gialla, la cui prima funzione è di
contenere olio di girasole, segnando così una rivoluzione nella vita quotidiana della donna e dei
bambini), si dedica ai lavori domestici, tra cui quello di dare da bere alle mucche e alle pecore.
Queste, nella maggior parte dei casi, vivono nei tukul insieme alla famiglia, in un'area separata da
un pannello di paglia. In ogni villaggio visitato, il gruppo ha potuto constatare il cambiamento
avvenuto nel villaggio in cui è stato aperto un pozzo o un water point. Una vera rivoluzione
confermata dai volti gioiosi delle donne.


Ha fatto riflettere molto questa difficoltà di raggiungere l'acqua, di non poterne disporre a
piacimento. Si è anche riflettuto sul fatto che ciò non è relegabile a un problema di villaggi.
Certamente lì è più forte, più sentito, più vissuto. Ma lo stesso, in minor misura, avviene nelle
cittadine. Quante volte si può rimanere senza acqua. Anche a Sodo, nella cittadina che ha ospitato il
gruppo nei giorni di permanenza in Wolayta, a sud appunto. Case private, alberghi, compound
ecclesiastici, tutti sono dotati di un tank (un serbatoio di diversi litri), mentre i più ben abbienti
possiedono un pozzo che preleva l'acqua direttamente dalle profondità del suolo.
Ogni giorno Arianna, Silvana, Giuseppina, Sebastiano e Nazareno sono stati accompagnati da
una natura vivida, calda. Dal cielo azzurro, di quel terso limpido in cui il Sole può padroneggiare
con il suo calore e la sua luminosità, che porta vita ai colori e alle persone, di ogni dove. Tutto
risplendeva, dalle immagini che scorrevano veloci all'esterno della macchina, agli animali che
sorprendevano la vista degli stranieri (dagli uccelli, come le aquile che vivono sia sull'altipiano in
mezzo al nulla, sia in città, alle scimmiette nascoste fra gli arbusti). L'Uomo è parte integrante della
Natura. Questo è anche entrato nei cuori dei visitatori. Qui la Natura è parte integrante del contesto.
Uomini, animali, piante, prati e fiumi (spesso solo letti di fiumi) convivono in un'apparente
armonia. L'apparenza è dovuta al fatto che alle volte manca la collaborazione: in città, ad esempio,
domina la Miseria e in campagna l'Acqua preferisce l'oscurità alla luce del sole, impedendo alle
persone e agli animali di poter ringraziarla del suo prezioso contributo alla Vita.
Anche questo il trio femminile e il duo maschile si sono portati in Italia. Il rispetto che bisogna
avere, sempre, di Madre Natura. Della delicatezza con cui la si deve curare e trattare. Non abusarne,
mai.



Lisa Repetto, volontaria CVM in Etiopia 



martedì 8 gennaio 2013

MARRONE





L’ombra del falco si muove leggera strisciando sulla sabbia, fine e marrone, bimbi nudi in braccio a bimbi dai vestiti stracciati, rotti in più punti e sporchi. Vestiti un tempo belli, su bambini europei puliti, pasciuti e coccolati ora qui, a Nyeel, brutti e invecchiati, la gonna da ballerina bianca è diventata color terra, terra marrone e secca. Il contrasto con il viso gioioso ed il sorriso aperto dei bambini è netto. “What is my name?” dice la voce squillante di una bambina dai capelli intrecciati con elastici colorati apposta per il Natale. In realtà intende chiedermi come mi chiamo io, ma non importa, l’importante è capirsi. Le rispondo: “Stefano, and you?”, lei non mi risponde e se ne va timida. Immergersi a Nyeel fra pance rotonde, gonfie, nasi mocciosi, bocche sporche, piedi scalzi e sentirsi chiamare kawaja (uomo bianco) mi da gioia e mi fa sentire sereno, sicuro e protetto dalla presenza di centinaia di bambini grandi, piccoli e piccolissimi tutti interessati morbosamente alle bottiglie di plastica vuote, chiamate kristal. Rari i giochi, un bastone senza corteccia, il coperchio di una lattina che conteneva l’olio delle razioni di cibo, un chiodo dimenticato da carpentieri sbadati ed ecco un’automobile; qualche hoola-hop nuovo ricevuto per Natale, una corda attaccata ad un bastone da far vibrare nell’aria ed ecco un passatempo musicale, la fantasia di sicuro non manca.



Il vento soffia sopra il Sud Sudan marrone, in questo periodo il Sud Sudan, o almeno questa sterminata pianura di nera terra del Nilo ricoperta di erba secca, diventa marrone. E’ marrone l’acqua degli hafir (serbatoi scavati nella terra per accumulare l’acqua) dalle ultime piogge ormai sono passati quasi due mesi, l’erba è di un marroncino chiaro, quasi giallo, ma senza vita. E’ il tramonto di un giorno qualsiasi e le mucche tornano dal pascolo, sono marroni anche loro, provo a contarle, impossibile, in lento movimento disordinato, si fermano a bere ad un hafir, muggiscono, il sole, arancione e stanco di tanto brillare va a riposarsi, e la brezza serale, rinfrescante dopo un giorno secco e torrido, entra nei capelli portando con se anche la polvere, marrone anche lei. 



Sono marroni i falchi che volano in tondo, leggeri piu’ in alto di tutti, in agguato, superbi e aggressivi a dominare sopra enormi e dolcemente sibilanti stormi di migliaia di passeri. E’ marrone il sorgo maturo, le canne, alte anche 2-3 metri, cariche di palline marroni, è tempo di raccolto, un raccolto marrone. Sono marroni le case della gente, di fango I muri e di paglia il tetto, Jackline sta lisciando il fango nuovo che ha appena spalmato per coprire le vecchie crepe sul muro esterno di casa. Jackline, sudata e circondata di bambini, ci invita ad entrare: “Pranzate?”, sostiene Kuol che ha fame ed è ora di pranzare, oggi si mangia akob, fatto di farina di sorgo fatto di sfere marroni delle dimensioni delle palline del polistirolo e acidule foglie di acacia, verdi, fresche, il tutto arricchito e insaporito da una sorta di burro, amaro e saporito, quasi formaggio liquido. Il primo cucchiaio mi intimorisce un po’, ma il sapore non è male, certo, non è un sapore della nostra cucina ma si lascia mangiare. Jackline e sua sorella prendono 2 cucchiai giusto per farci compagnia ma lasciano il cibo quasi tutto per noi, un piatto solo, 4 cucchiai, si mangia insieme ma, in quanto ospiti dobbiamo rendere onore all’invito e finire tutto. Intorno, muri marroni, ben levigati e senza finestre, gli occhi abituatisi all’oscurità si incrociano con quelli di bambini giocherelloni e spensierati che ci guardano fra il curioso e il divertito. Il figlio più piccolo di Jackeline, pochi mesi, gattona impacciato sul pavimento di terra battuta e sabbia, le mani grattano sul pavimento ruvido, il sedere nudo ricoperto di polvere marrone e la piccola canottiera, più marrone che bianca,che doveva essere il suo colore originale. Mani piene di sabbia impastata con la saliva da mettere in bocca ed un braccialetto di stoffa nera allacciato al polso per proteggere il bimbo dalle malattie. La mamma di Jackline entra nel tukul (abitazione tipica Sudanese) è tornata dai campi, salute con salam alekum, sopra il letto una croce di legno, pitturata di rosso ad un estremo, fatta con due bastoni, credo serva per pregare, questo accostamento mi fa provare una sensazione strana perchè mi accorgo di aver sempre associato questo saluto in arabo a persone musulmane. La mamma di Jackline si siede e mangia, dietro di lei il muro con verniciato di fresco il numero “2013” e dalle due parti “Buon Anno”, a sinistra in inglese, a destra in arabo, sintesi di un Sud Sudan ancora sospeso fra le sue due lingue coloniali. Jackline è cresciuta a Khartoum, scappata dalla guerra che divampava in tutto il Sud, è tornata solo nel 2006 dopo gli accordi di pace. Sostiene Kuol che si nota dal suo comportamento e dai suoi atteggiamenti che è cresciuta al Nord, sostiene Kuol che chi è cresciuto a Khartoum è più pigro e indolente di chi è cresciuto al Sud o come rifugiato in Uganda o Kenya, come lui. Sara’…annuisco e chiedo il perche’, farfuglia qualcosa che non capisco mentre usciamo da casa di Jackline, lei mangiera’ akob anche stasera, a meno che non prepari la kisra, una specie di enorme piadina fatta con la farina di sorgo e da accompagnare alle lenticchie. Questi sono i due piatti base della cucina dinka, niente scelta per Jackline e i suoi figli. Sostiene Kuol che, chi è cresciuto a Khartoum ha abitudini diverse da chi è rimasto sul posto. Sostiene Kuol, balbettando, che nella tribù dinka, la moglie, quando è incinta del primo figlio, va a partorire a casa della sua famiglia originaria e ci rimane anche per un anno o due, cosi la mamma le può insegnare come prendersi cura del neonato, come lavarlo, vestirlo, allattarlo e svezzarlo. Nel frattempo si vede solo raramente col marito, il quale comunque, nel frattempo, se ha abbastanza mucche, può anche sposare una seconda, terza o quarta moglie. Penso che questa forma di trasmissione della conoscenza da madre ha figlia sia originale ma sensata. Sostiene Kuol che cammino troppo piano, camminiamo sotto il sole cocente da stamattina e a me piace anche guardarmi in giro. Nel frattempo una signora, alta, magra, in un lungo vestito, sporco e stracciato, marrone, ci insegue, borbottando in lingua dinka, è “la matta del villaggio” e porta con se sua figlia di circa 4 anni. Provo dolore nel pensare a come viva quella bimba, lei, silenziosa e serena al fianco di sua mamma mi guarda con aria felice. Sostiene Kuol, che vendendo alcol fatto in casa a Khartoum la signora oltre a venderlo, lo assaggiava pure, probabilmente per non sentire i morsi della fame e della disperazione in cui viveva, questo ha le sue conseguenze. Camminiamo insieme, si alza il vento da nord, polvere marrone e sottile fra i capelli, mi passo la mano sulla fronte sudata, mi guardo la mano, è marrone anche quella.




 Stefano Battain, 
ex volontario CVM, ora in Sud Sudan

mercoledì 5 dicembre 2012


UNITY, BERE ACQUA AVVELENATA PER NON MORIRE DI SETE





Il camino fuma in lontananza, “hanno fatto ripartire la produzione di petrolio”, sostiene laconico Afayo: piccolo, magro, spalle larghe, capelli rasati a zero come la maggior parte dei sudsudanesi, viene dal sud Afayo e ha molti caratteri in comune con gli africani che già conosco, parlando in inglese usa frasi come: “Mangerò il Natale a Bentiu” per dire “Trascorrerò il Natale a Bentiu” oppure usa la parola “dolce” per riferirsi a qualsiasi cosa saporita, anche fra quella salate: quell’animale (una specie di faraona selvatica) è piu dolce del pollo”, un uso molto strano per noi italiani. Afayo ha lo sguardo timido, spesso abbassa la testa quando gli si pone una domanda, parla poco e mai a caso, a volte quando non vuole dire le cose si morde le grandi e larghe labbra carnose, ha una bocca larga ma la usa poco, in compenso sorride molto, sorride spesso. Quella bocca la ricorderò per sempre, dopo aver trascorso una domenica sera ad illuminarla con la luce del mio telefonino (la luce sul telefonino ha cambiato la vita di chi vive in Africa) mentre un dottore ugandese gli strappava un dente cariato. Afayo è uno degli autisti della nostra organizzazione, avrà 25 anni ma è un ragazzo calmo, posato e responsabile, non beve e guida a velocità moderata, sempre, non suona troppo il clacson, qualità rara qui, non insulta passanti distratti, bimbi giocosi e lenti vecchi cenciosi che pullulano sulle polverose strade del Sud Sudan. Afayo è una brava persona ed è facile lavorare con lui, mi piace davvero molto e quando viaggiamo insieme è bello fare una chiacchierata con lui.




Sono in Sud Sudan da 4 mesi ormai, ma se penso ai miei primi e ormai già lontani ricordi mi sembra di aver vissuto in due paesi completamente diversi. Sono arrivato che le pianure del Sud Sudan settentrionale erano una distesa di smeraldo peloso, una coperta verde di erba alta punteggiata da alberi verdi e rigogliosi, tanti acquitrini, vaste pianure allagate a perdita d’occhio, il fango era il compagno delle mie giornate. Nei campi profughi regnava il fango, mescolato alle tracce biologiche dell’esistenza di questi esseri umani fuggiti dalle montagne Nuba. sulle montagne si spara, e queste anime disperate sono finite nel fango di Pariang a tirare avanti mangiando polenta di sorgo e lenticchie, ricevute una volta al mese dall’Altro Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Sulle montagne Nuba si continua a sparare e la gente continua a fuggire, circa 2,000 a settimana passano il confine ma qui il fango si è asciugato ed è diventato rossa terra polverosa che il vento di fine novembre alza e porta, sulla pelle, negli occhi, fra I capelli e più lontano.
Ad Addis Abeba i pasciuti politici di Juba e Khartoum hanno firmato scartoffie simbolicamente importanti ma che difficilmente risolveranno una delle questioni più complesse dell’attuale situazione geo-politica internazionale. La creazione dello Stato del Sud Sudan ha creato almeno altrettanti problemi di quanti non ne abbia risolti: incertezza sui confini e molti territori contestati, traffici commerciali bloccati con pesanti conseguenze sulla sicurezza alimentare ed il costo della vita per gli Stati del Sud Sudan settentrionale legati a doppio filo a Khartoum, tensioni fra i due eserciti alle prese con la guerriglia del Darfur, delle montagne Nuba e dello Stato del Nilo Blu, tutti situati in Sudan ma al confine col Sud Sudan, tutti alleati contro Khartoum e ora saldati in un Fronte Nazionale, segretamente ma poi neanche tanto, appoggiato dal governo Sud Sudanese. Ma il fattore di gran lunga più importante della contesa è la maledizione nera, chiamato anche, ingannevolmente, “oro nero”.





Lo Stato di Unity (cioè Unità) galleggia letteralmente sul petrolio, niente a che vedere con gli immensi giacimenti petroliferi dell’ Iran, dell’Iraq, della Nigeria o del Venezuela ma pur sempre importanti riserve di petrolio. Il  territorio è piatto, appoggiato sui detriti millenari del serpeggiante e maestoso Nilo bianco e ricoperto di una spessa vegetazione secca e giallastra, almeno in questo periodo dell’anno. Questa non è l’Africa da cartolina, non è l’ Africa di turisti con cappelli ridicoli e vestiti come David Livingstone e nemmeno l’Africa delle spiagge bianche con le mucche e le donne avvolte da vestiti colorati, questa è l’arida terra dei falchi e a giudicare dal numero di falchi, anche la terra delle vipere e dei serpenti. Un ambiente duro, secco, primitivo, dove ogni goccia d’acqua è preziosa e i falchi la fanno da padroni. In mezzo a questa campagna dura ed incontaminata ci sono stormi di uccelli bellissimi, gialli, in stormi di alcune centinaia che volano di campo in campo a mangiare il sorgo dei poveri contadini, oppure rossi, come il sangue versato durante le battaglie combattute da secoli fra Dinka e Nuer, tribù sorelle impegnate da sempre in una eterna ed infinita lotta all’ultima mucca. Le mucche sì, talmente importanti e rispettate che l’impostazione culturale dinka impone alle donne di starne lontane dalla cura delle mucche, troppo importanti perché se ne occupino degli essere “deboli ed inaffidabili” come le donne. L’unica cosa che le donne possono fare con le mucche è mungerle, per tutto il resto l’uomo la fa da padrone e decide, e spesso è l’unica cosa che fa. L’uomo solitamente delega alle donne tutto il resto: il compito di crescere i bambini e le bambine, sfamarli, lavarli, educarli e pensare a tutto ciò che serve per la casa dalla legna all’acqua, dall’agricoltura al piccolo commercio. Dinka e Nuer popoli guerrieri e fieri, dall’orgoglio feroce, impulsive, distruttivo e autodistruttivo, un orgoglio che si riflette nella vita di tutti I giorni con conseguenze violente in una terra dove sopravvive solo il più forte. Basta guardarli in faccia i Dinka e I Nuer, sguardi severi, volti spigolosi, fronti basse, rigate per lungo da cicatrici rituali che affondano le radici in una storia senza tempo, profondità e memoria.
La piatta pianura intatta e selvaggia è stuprata da oasi di modernità volgare, dietro una curva compare un mastodontico deposito di petrolio, appena fuori un villaggio di fango e malaria ecco le tubature dell’ oleodotto che porta questo veleno nero a Port Sudan. E allora forse si capisce perché questa zona di confine sia cosi importante ed ambita. Ecco che forse si spiegano le lunghe colonne di auto con mitragliatori, mortai e cannoni di gruppi ribelli in sfilata in pieno giorno, braccia di menti fredde e corrotte che siedono a pancia piena dietro agli scranni dei parlamenti nazionali. Sulle montagne Nuba si uccide e si è uccisi, si fugge dalle bombe la vera partita si gioca altrove: Juba, Khartoum, Washington, Pechino, Bruxelles. I falchi , I corvi e gli avvoltoi che giocano sulla pelle dei sudanesi, giovani e vecchi, Dinka o Nuer non importa, tutti fili d’erba della battaglia fra elefanti malati che combattono per un mondo sempre più a rischio.
Basta guardarsi attorno mentre si percorrono le polverose piste di polvere di Unity per capire perché il 100% dei pozzi d’acqua della contea di Koch sono gravemente contaminate e l’acqua non adatta per il consumo umano. Pozzi avvelenati da metalli pesanti che staranno nella terra argillosa, dura e secca per secoli, souvenir ai posteri di una maledizione nera che prima o poi finirà. E le ONG che fanno? Al momento raccomandano che è meglio berla quell’acqua inquinata piuttosto che morire di sete, pensiero freddo, razionale e sensato ma terribilmente triste ed ingiusto. Cosi si chiude la riunione delle ONG, un grido di rabbia e disperazione mi si soffoca in gola, in fondo non ci si può far niente, per ora…

Stefano Battain, 
ex volontario CVM, ora in Sud Sudan