mercoledì 10 luglio 2013

Obama e lo spettacolo africano

«Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un'immensa accumulazione di spettacoli» (La società dello spettacolo, Guy Debord, 1967)



Sei giorni, 144 ore di diretta, uno spettacolo da record, la settimana scorsa abbiamo assistito ad uno spettacolo globale, andato in onda su radio, TV, giornali e internet, miliardi gli spettatori. Il viaggio di Obama in Africa è stato uno spettacolo scintillante. Lo so, tutti hanno scritto qualcosa sul viaggio di Obama e in questo sono complice dichiarato e consapevole del meccanismo che ruota intorno al Presidente degli Stati Uniti. A mia discolpa posso dire che Obama è passato davvero vicino a dove vivo al momento, circa 70 chilometri, quindi la “febbre Obama” ha colpito anche la Tanzania.
Perchè sostengo che tutto è spettacolo? Perchè quello che ci fanno vedere è il primo afro-americano eletto Presidente degli Stati Uniti in visita in Africa, terra d’origine del papà*.
Quello che si sa sono quanti aerei hanno accompagnato il presidente, con tanto di auto portate dagli Stati Uniti, ogni giorno prime pagine e pagine interne tappezzate di foto di Obama e famiglia, che accarezzano e tengono in braccio bambini e palleggiano con palloni da calico futuristici in grado di accumlare energia e ricaricare un telefonino. A che il presidente Tanzaniano Kikwete partecipa allo show, versando qualche lacrima di contentezza nel momento dei saluti al pari grado Americano. Lacrime prontamente immortalate e pubblicate sul quotidiano più vicino al partito del presidente: Jambo Leo.


Sicuramente quello di Obama non è turismo di lusso, ma un viaggio d’affari mascherato con alcuni eventi sociali come la visita a Robben Island, luogo di prigionia di Mandela, o al cimitero delle vittime dell’attentato all’ambasciata Americana in Tanzania nel 1998. Due-tre ore al giorno della famiglia Obama riempono ogni spazio su radio, TV e giornali, i momenti che contano, ovvero gli accordi, le trattative, portate avanti dal suo “team”scompaiono nel silenzio assoluto e sfuggono all’analisi di tutti i media, braccia complici di un sistema raffinato fatto per spettacolarizzare, distrarre e manipolare.


Quello che non vediamo è un presidente statunitense che va in Africa per promuovere le multinazionali americane e, con i suoi soldi e mezzi, con la sua retorica brillante e credibilità, nonchè con l’aura mediatica ed il fascino del primo president afro-americano. Quello che non sappaimo è che l’intera visita è stata organizzata nei minimi dettagli dal governo Tanzaniano che si è assicurato di distribuire magliette, cappellini e bandierine (ma forse anche cibo e soldi) e disporre ad arte centinaia di persone lungo il percorso del presidente Americano. Quello che non vediamo è che per accogliere un presidente straniero sono stati piazzati in tutta Dar es Salaam centinaia manifesti enormi con la foto di Obama e la scritta Karibu, “benvenuto”. Quello di cui non si parla sono i soldi spesi per pulire la strade dove sarebbe passato il presidente Americano. Quello che i media non dicono è che centinaia di venditori ambulanti di strada, chiamati “marching guys”  (ragazzi che marciano) hanno perso 3 giorni di lavoro perchè è stato loro vietato di svolgere la propria attività nelle aree della città dove si trovava Obama. I marching guys guadagnano circa 2-3 euro al giorno, perciò perdere una giornata di lavoro significa per loro non mangiare. Quello che non viene detto è che molti negozi sono stati chiusi forzatamente per dare al presidente Americano un’apparenza di ordine e pulizia. Quello che non si sa è che decine di mendicanti sono stati “arrestati temporaneamente” per la durata del soggiorno di Obama per evitare che fossero in giro per la città a chiedere l’elemosina. In un paese che non ha soldi per pagare dottori, infermiere, insegnati o per comprare le medicine negli ospedali o i libri nelle scuole per i propri cittadini questo spreco di fondi pubblici e mezzi è inconcepibile e raccapricciante.
Lo show della visita di Obama in Africa è una spessa cortina di fumo che porta a non parlare delle vere ragioni del suo viaggio che sono le stesse di qualsiasi capo di stato in visita all’estero: promuovere gli interessi del proprio paese in Africa. Certo, ci sono gli aiuti allo sviluppo ma nessun governo è altruista, specialmente di questi tempi, per ogni dollaro investito in Africa ne devono tornare almeno 2, 5, 10 o più sotto altre forme; è un colonialismo raffinato, sottile, invisibile ma deleterio, oscuro e oppressivo. Il viaggio di Obama in Africa è costato circa 100 milioni di dollari, un simile investimento sommato agli aiuti umanitari provenienti dagli USA è accettabile solo se risulta in un vantaggio economico alla nazione Americana  superiore alla cifra investita.
Aveva ragione Guy Debord, me ne rendo sempre più conto, soprattutto quando mi trovo ad assistere, a consumare, eventi come quello della visita di Obama in Africa. Credo fermamente che tutto ciò che viene trasmesso dai media sia spettacolo, di conseguenza credo anche che quello che vediamo e sentiamo non sia la realtà. Putroppo di questa seconda parte della frase, non sempre ce ne rendiamo totalmente conto.
Una volta si commerciavano collanine, vetri colorati o manufatti privi di valore in cambio di avorio, pietre preziose, minerali o uomini, ora si baratta qualche miliardo di aiuti in cambio di politiche favorevoli agli Stati Uniti, trattati commerciali che portano vantaggi alle elite ma che derubano della sovranità il popolo, il quale non ha nessun controllo (tranne le elezioni ogni 5 anni, ma anche su questo ci sarebbe poi molto da dire) sulle proprie risorse naturali. Per prima, la terra, con migliaia di pastori masai sfrattati per far posto agli emiri arabi, ma anche i contadini sfrattati, per produrre carburante, zucchero ed energia. I tanzaniani non hano controllo nemmeno su altre risorse come l’acqua o il gas naturale prelevato a Mtwara, nel sud, e portato a Dar es Salaam senza una minima ricaduta di sviluppo sulle popolazioni locali; oppure sull’uranio per cui si sta costruendo una strada che da Songea lo porterà verso l’Oceano e verso la Cina o l’Australia, seguendo quelle stesse rotte che un volta portavano gli schiavi al mare. Poco controllo del popolo anche sui minerali, come l’oro, estratto nella regione di Mara, dove le miniere di proprietà della compagnia canadese Barrick inquinano ruscelli e fiumi e uccidono persone e animali. Al commercio di minerali seguiranno gli uomini, obbigati a lasciare le campagne dove le condizioni di vita non permettono né le loro attività tradizionali nè nuove attività lavorative. I giovani, dalle campagne si riversano nelle città, naufraghi urbani delle sviluppo al servizio di un nuovo sfruttamento come parcheggiattori, donne di servizio, prostitute oppure spazzini per tenere pulite le strade dove passerà Obama.
Gli interessi ed il benessere superfluo degli americani, europei e asiatici sono un capestro che pesa sull’Africa, a sua volta dominata da un’elite politico-economica di poche famiglie ricche e potenti. Un’ elite che vive sfruttando in maniera parassitica una massa di naufraghi dello sviluppo, una massa di esclusi che sopravvivono guidando pulmini 14 ore al giorno, zappando le terre residue e meno fertili, friggendo patatine o qualsiasi cosa i loro vicini di casa siano in grado di comprare per qualche manciata di centesimi di euro. Quella tanzaniana è un’economia soffocata, sbilanciata, controversa, dove coesistono nuovi centri commerciali luccicanti, potenti auto di lusso e capanne di fango, spianate di immondizia, fogne puzzolenti e miseria umana.
La spogliazione dell’Africa è reale ed in continuo aumento, ma non cadiamo nell’errore di considerare gli africani dei sempliciotti, sprovveduti e sostanzialmente ingenui. I governi europei riescono a mietere alti profitti e firmare contratti a loro vantaggio perchè c’è una classe politica corrotta ed un’elite economica autoctona avida che permette anzi, incoraggia tutto questo. L’elite Africana si ingrassa e si rinforza attraverso questo meccanismo di scambio reciproco di favori con le controparti europee, americane ed asiatiche. A perdere, sempre gli stessi, gli ultimi, gli emarginati, i naufraghi di questo sviluppo che affama ed asseta invece che sfamare e dissetare.

* Barak Obama Senior: il padre del presidente Americano era un economista kenyano (tribù Luo) che ebbe un matrimonio di 3 anni con la mamma di Barack Hussein ma che non ha quasi mai vissuto con il figlio. Il padre è morto in Kenya, per un incidente stradale nel 1982, povero e malato, dopo essere stato marginalizzato anche a causa di divergenze politiche col Presidente keniano Jomo Kenyatta.

 Stefano Battain 
Independent International Development consultant
Bagamoyo, Tanzania



martedì 28 maggio 2013

MONDI SOMMERSI

Il mare è silenzioso e luccicante, il ritmo, lento e placido delle onde segue il ritmo del respiro, la brezza marina, la sabbia sotto i piedi, una distesa di sabbia bianchissima, la baia di Bagamoyo, a sinistra l’oceano, increspato e luccicante, a destra colline verdi, palme lunghissime, esili, con il loro verde fuoco d’artificio accarezzato dal vento. 



Piedi nell’acqua, tiepida in questa domenica mattina, ciabatte in mano, saliamo in barca, si ondeggia, il motore si accende e lentamente la barca dirige la prua verso la barriera coralline, siamo con Christian, francese che parla un inglese stentato e farraginoso ma dall’animo gentile, sorridente e molto dolce. 



Le prime spiegazioni sull’uso dell’attrezzatura per le immersione, alcuni esercizi su come respirare sott’acqua con boccaglio bombole e maschera. Siamo un po’imbranati inizialmente ma poi respirare sott’acqua, recuperare il tubo dell’ossigeno e svolgere le prime operazioni sott’acqua diventa pian piano più naturale. Christian è il nostro istruttore di sub, poco oltre la quarantina, ex dirigente di una compagnia di trasporti, appassionato di subacquea, ha mollato lavoro, figli e famiglia in Francia 2 mesi fa per venire in riva all’Oceano Indiano ad insegnare sub, sta seguendo la sua passione e al momento sembra molto felice nonostante le barriere linguistiche e la lontananza della famiglia. 



Dopo i primi esercizi risaliamo a bordo della barca, dove Muhamad e Omari, il capitano e il suo aiutante, ci attendono sonnecchiando. Insieme a loro mangiamo un panino, una banana e beviamo un po’ d’acqua, sullo sfondo una splendida isoletta di sabbia bianca emerge nel bel mezzo dell’acqua azzurra e limpida. Scendiamo di nuovo in acqua, questa volta in esplorazione, pochi metri sotto il pelo dell’acqua ci si apre un mondo nuovo davanti: I fondali rivestiti di coralli Verdi, gialli, rossi blu, spessi oppure estesi e cespugliosi come alberi sottomarini, le lunghe e affusolate stele marine, pesci ovunque gialli, blu, arancioni, bianchi, il pesce leone con decine di buffe pinne colorate, i ricci di mare, neri ed immobile…laggiù da solo, nel silenzio del mare penso che tutto ciò è in pericolo.



Pochi chilometri più a Sud, c’è il villaggio di Mbegani, un tranquillo villaggio di pescatori a 15 chilometri da Bagamoyo, ex-capitale dell’Africa Orientale coloniale tedesca, cittadina sulla costa del’Oceano Indiana caduta in disgrazia proprio per lo spostamento dei flussi commerciali a Dar es Salaam a causa della scarsa profondità della baia di Bagamoyo che non permette il traffici di navi pesanti. Ora con un mix di tecnologia moderna ed investimenti infrastutturali private e pubblici il governo tanzaniano sta cercando di creare un nuovo porto per favorire il commercio in Tanzania ma anche fra Tanzania e stati confinanti come Rwanda, Uganda, Burundi, Congo orientale, Malawi e Zambia i quali non hanno accesso diretto al mare.
Il porto è solo una tessera di un puzzle di sviluppo infrastrutturale ed economico, chiamato Special Economic Zone (SEZ – Zona Economica Speciale) ed Export Processing Zone ( Zona processazione esportazioni). 



Il progetto è gestito dalla apposite autorità: Export Processing Zone Authority e comprende una prima fase che prevede la realizzazione di un mega parco industriale (investimento necessario circa 92 milioni di euro per le infrastutture). Il parco industriale è già in via di realizzazione e si chiama Kamal Industrial Estate, una ditta multinazionale, a capitale indiano e tanzaniano, la prima a gestione interamente privatizzata senza controllo del governo, una zona franca di 297 acri, quasi 150 campi da calcio, 3 volte l’estensione di Città del Vaticano. Una Zone Economica Speciale è una zona dove imprese posso produrre a regime fiscale agevolato (o addirittura esentasse) e a burocrazia semplificata per accorciare tempi di start-up e facilitare gestione amministrativa. Ben 227 nuclei famigliari, 1300 persone sono stati affetti dall’esproprio della terra e sono stati compensati, con una media di 1.321 euro a famiglia per la perdita dei terreni, case, eventuali attività economiche e spostarsi in un’altra zona.
La fase due invece è più complessa e prevede:
  1. Un porto: 7,6 milioni dalla Cina per la costruzione di uno dei più grandi porti in Africa entro il 2017. Solo una piccolo percentuale dell’investimento necessario a portare avanti la realizzazione di questo immenso ed ambizioso processo di sviluppo. Il porto progettato avrà 2 moli per l’attracco delle navi per un totale di circa 3-400 metri di ormeggio disponibili, profondità di circa 13-4 metri, capace di muovere 20 milioni di container all’anno.
  2. Una zona processazione per l’import-export, investimento necessario 70 milioni di euro.
  3. Una zona di commercio franca, ovvero esentasse investimento necessario 54 milioni di euro.
  4. 2 villaggi turistici, investimento richiesto circa 54 milioni di euro, che includono hotel, appartamenti residenziali e un campo da golf ma anche un ospedale e scuole.
  5. Un parco scientifico e tecnologico, investimento necessario 39 milioni di euro. Una specie di cittadella per ospitare sedi di società del settore servizi-tecnologia collegate ad università di  Dar es Salaam e università turche.
  6. Un centro affari e uffici per le compagnie operanti nella zona, investimento necessario: 54 milioni di euro
  7. Un aeroporto
Altri 2.000 acri sono stati già espropriati con compensazione approvata a gennaio 2013 con tanto di pubblicazione della lista dei 593 nuclei famigliari (circa 3.500 persone), per un totale di 560.000 euro, una media di soli 944 euro a testa.
A fine marzo, il governo cinese ha visitato Bagamoyo e promesso 7,5 milioni di dollari ma questi sono sono solo una parte dell’investimento necessario, il resto verrà da investitori privati. Il porto sarà sviluppato da ditte cinesi con un contratto chiamato BOT (Build Operate and Transfer, Costruire, Operare e Trasferire) che è un esempio di partnership privato-pubblico fortemente promossa da Banca mondiale e Agenzie delle Nazioni Unite come modello di finanziamento per opera pubbliche. In poche parole una privatizzazione a termine che permette alla ditta privata, in questo caso cinese, quindi fortemente controllata dal governo cinese,  di progettare, costruire, gestire a soprattutto di sfruttare gli introiti derivanti dal porto fino a quando l’investimento effettuato dale ditte cinesi non sarà completamente ripagato.
Questo tipo di contratto conferisce grande autonomia alla ditta private nella gestione del traffico portuale. Critici come Mr. Eke Mwaipopo e Mr.John Lubuva (consulenti privati in materia di sviluppo economico e pianificazione urbana nonchè funzionari governativi per oltre 30 anni) sostengono che questo potrebbe permettere a ditte poco etiche di commerciare illegalmente risorse naturali tanzaniane come legno, gas, uranio, tanzanite e altri minerali estratti dal suolo tanzaniano come già successo in passato durante la costruzione della TAZARA, la famosa ferrovia che collega il porto tanzaniano di Dar es Salaam con gli immensi giacimenti di rame dello Zambia. Secondo mr.Mwaipopo e Mr.Lubuva affidare la gestione di infrastrutture chiave come i porti a compagnie private è una pratica rischiosa che espone la Tanzania al rischio di saccheggio delle proprie risorse minerali e naturali. Inoltre, il gigante cinese potrebbe utilizzare il porto di Bagamoyo anche come punto d’appoggio logistico (rifornimenti e periodi di riposo) per le navi militari cinesi di stanza nell’Oceano Indiano, come sta già facendo nel porto pachistano di Gwadar. Il porto potrebbe anche essere usato come punto d’entrata facilitata per le merci cinesi e componenti per progetti cinesi nella regione approfittando del minore livello di controlli sul porto di Bagamoyo rispetto ad altri porti controllati dal governo tanzaniano.
Forti preoccupazioni ambientali sono state espresse da Mr.Daffa Direttore del Tanzania Coastal Management Partnership (Programma Gestione Costiera Tanzania, una organizzazione parastatale dedicata alla conservazione dell’ambiente costiero e marino tanzaniano) secondo il quale il porto è stato progettato in una zona definite ecologicamente sensibile. La zona in questione è una bassa laguna che ospita coralli, delfini, tartarughe, crostacei e pesci tropicali già fortemente minacciati dall’intenso sfruttamento ittico e turistico di quel tratto di Oceano Indiano. L’equilibrio della baia di Mbegani dove dovrebbe sorgere il porto è tanto delicata che TCMP in collaborazione con I gruppi di pescatori e le autorità locali ha creato 4 no take zones, ovvero dei piccolo “santuari” dove la variegata fauna marina può andare a riprodursi al riparo da pescatori e turisti. Inoltre, costruire un porto di simili dimensioni implicherebbe scavare dei canali nel fondale sabbioso per permettere alle navi di grandi di attraccare, avviare simili lavori solleverebbe enormi quantità di limo dal fondo marino che causerebbe il soffocamento dei coralli, un fenomeno conosciuto come silting una delle maggiori cause di distruzione della barriera corallina, assieme alla pesca con esplosivo, a strascico e inquinamento delle acque.La soluzione proposta da TCMP è l’ampliamento del porto di Dar es Salaam e Tanga, già sviluppati e situati in zone di costa meno delicate e meno ricche dal punto di vista faunistico.
Emergo dall’immersione, mi asciugo e mentre torniamo verso riva, un branco di delfini circonda la nostra barca ed inizia a nuotare al nostro fianco, le loro pinne grige tagliano il pelo dell’acqua, poi si immergono e scompaiono, animali meravigliosi ed intelligenti che si meritano tutta la stima ed il rispetto che leggo negli occhi di Muhamad e Omari mentre ci raccontano come i delfini sino capaci di portare in salvo i pescatori che affogano al largo, leggenda di mare o verità, non lo so, ma amo questi animali e questo ambiente meraviglioso. Questi mondi, sia quello sommerso che quello di superficie,sono in equilibrio delicato e precario che, nonostante la pressione di una popolazione crescente, ancora supportano specie rare e un ambiente incontaminato. Fa male pensare che tutto questo fra qualche anno potrebbe scomparire per inseguire un modello di sviluppo amico dei ricchi e dei potenti ma nemico dell’uomo, della natura e dell’ambiente. Mondi in equilibrio, ma sospesi.

Stefano Battain
Independent International Development Consultant
Bagamoyo, Tanzania 


martedì 9 aprile 2013

Toni e sfumature




Ed ecco passato un mese dal mio ritorno in Italia, un mese in cui ti fermi a riflettere, a cercare di decifrare tutto ciò che hai visto e vissuto per un anno, a cercare di convincerti che in Africa ci sei stata veramente, perché quelle donne che vedi in foto, perché quelle storie che senti, perché quei numeri ora sono persone, sono nomi.. perché quel desiderio che avevi da una vita si è realizzato, e ora è passato troppo in fretta e ti ha lasciato dentro un vuoto, che si riempie di lacrime ogni volta che senti parlare di Africa.
E’ stato duro partire, rialzarsi e camminare in una nuova terra.. è stato duro sapere i miei affetti lontani.. è stato duro pensare che avrei “saltato” un anno di vita italiana.. è stato duro scoprirsi bianca, fuori e dentro.. è stato duro andare oltre i pregiudizi, che non pensavo di avere, per ritrovarsene vittima.. è stato duro passare 3 mesi ad osservare senza avere la minima consapevolezza di cosa avvenisse intorno a me.. è stato duro allargare le proprie categorie mentali e capire che il mondo era ben lontano dalla finestra di casa..
Non è sempre stato semplice..
MA…
è stato facile innamorarsi della Tanzania e delle persone che la rendono così speciale..
è stato facile lasciarsi trasportare dai loro ritmi ed iniziare a ballare con loro..
è stato facile dare loro fiducia, per poi perderla, e riacquistarla di nuovo..
è stato facile condividere il buio e il silenzio senza sentirsene sopraffatti..
è stato facile credere di poter cambiare il mondo, per poi accorgersi che erano loro che cambiavano me..
è stato facile piangere per le persone che vedevi sparire intorno a te, per poi capire che non era “giusto” farlo..
è stato facile ammalarsi di malaria, togliere un animale dal piede con un bastoncino e sentirsi finalmente un po’ meno straniera..
è stato facile ritrovarsi a piedi scalzi, bagnati dalle acque dell’oceano per lasciarsi trasportare dalle maree.. è stato facile innamorarsi dei rossi tramonti e scoprire che la Creazione e la Natura esistono ancora..
è stato facile condividere gesti veri, ma sinceri, gesti che credevi non potevano più essere concepiti..
è stato facile farsi prendere per mano e giocare insieme senza comprendere una parola..
è stato facile tornare a vivere seguendo i ritmi della natura e ringraziare il cielo perché finalmente era tornata la pioggia..
è stato facile farsi inebriare dai profumi, camminare tra antichi resti e ritrovarsi nella culla dell’umanità..

Ed ora?
Ed ora, superato il ritorno in Italia, tutto sembra così stretto, a volte soffocante; tutti sembrano non capire e non riuscire a guardare oltre; tutti sembrano bloccati nella propria routine e nei propri problemi.. senza una prospettiva, senza un perché..immersi in una vita che non vogliono, ma che non hanno la forza di cambiare.. ma è proprio qui, tra una corsa e l’altra, che ritrovi la bellezza di un sorriso, il calore di un abbraccio, l’emozione di una canzone, la gioia di dare se stesso.. è qui che un gesto gratuito diviene ancora più duro, è qui che il senso del donarsi e del servizio sono un impegno quotidiano riservato a pochi.. pochi pazzi che hanno ancora la forza di credere che non ci si può accontentare, che le mani bisogna sporcarsele prima di poter criticare, che le parole servono a poco se non sono seguite dall’esempio personale, che il tempo non è perso se tu lo doni a chi ne ha bisogno, che un anno di Servizio Civile in Tanzania non è stato la scelta di una ragazza incosciente che voleva scappare dalle sue responsabilità, ma una scelta consapevole: la fortuna di poter dedicare un intero anno della propria vita al prossimo, dalle mie compagne di strada, ai bambini che riempivano casa, alle donne che incontravo ogni giorno lungo il mio cammino.
La mente vola lontano, ogni azione ora ti riporta indietro nel tempo e nello spazio, tornare con i piedi per terra non è semplice. Riprendere le solite abitudini, dare di un nuovo un senso al tutto, dare un nuovo perché al mio essere qui ed ora.. dare un perché al mio essere bianca in un paese “sviluppato”.. Dare un perché alla realtà che mi circonda, una realtà che non condivido, di cui non mi sento parte, ma di cui sono il perfetto paradigma.
Tutti i colori a cui i miei occhi si erano ormai abituati, non mi circondano più, i toni accesi hanno lasciato il posto al grigio e nero, ma comincio a intravedere qualche sfumatura, qualche accenno di luce, qualche gradazione che va attenuandosi, lasciando spazio a nuove tinte.
Saranno le “lenti colorate” con cui adesso ho deciso di vedere il mondo, ma ora sembra l’alba di un nuovo giorno.

Serena Morelli, Servizio Civile a Bagamoyo - Tanzania 

mercoledì 27 marzo 2013

Africa, oltre i 4 anni






Kosovo! Kosovo!” grida il controllore del minibus, “Acha!” risponde una grassa signora avvolta in un vestito che è un caleidoscopio di colori brillanti e vivaci: giallo, rosso, verde, blu, sudata, si alza con 2 enormi sachetti di plastica nera, scende lentamente dal minibus. Asciugandosi il sudore dalla fronte sotto il sole cocente e abbacinante del meriggio equatoriale, si guarda intorno alla ricerca di una moto-taxi (piki-piki). Kosovo non è lo stato dei Balcani, ma la penultima fermata dei mezzi pubblici sulla tratta che da Dar es Salaam, Dar per gli amici, porta a Bagamoyo, Baga per gli amici.
Sono arrivato a Bagamoyo per la prima volta il 23 novembre 2008, non sembra ieri, sembra tanto tempo fa, molte cose sono cambiate. Tornare ancora qui, oltre quattro anni dopo fa uno strano effetto e avendo tempo per riflettere mi trovo a pensare a quante cose siano cambiate in questi anni e a quante invece siano rimaste le stesse.
Per fortuna la spiaggia è rimasta la stessa, a volte tranquilla e silenziosa, a volte movimentata e rumorosa, fitta di pescatori intenti avendere il pesce, scaricatori di porto che scaricano le immancabili taniche di plastica gialla dai barconi che commerciano con Zanzibar e compratrici di pesce, sdraiate a pulirlo o a contrattare il miglior prezzo possible. Le corde che ancorano le barche a terra sono sempre là, e noi, a schivarle, a passare sopra o sotto. L’odore della spiaggia è lo stesso, alghe, pesce imputridito ma anche la brezza dell’Oceano Indiano, che rinfresca e risolleva il corpo e la mente. Due grandi alberghi sono andati a fuoco 3 anni fa e non hanno più riaperto, mentre un colosso di cemento sbiancato è sorto a pochi centinaia di metri dalla croce che ricorda i primi missionari cattolici che alla fine del XIX secolo sono arrivati a Bagamoyo per predicare il Vangelo. Ora, oltre all’opera evangelizzatrice, hanno costruito e gestiscono un albergo, i tempi cambiano.
Alcune strade, prima di sabbia sono state asfaltate, di certo sono più comode, ma significa anche che i giovani e spericolati guidatori delle moto-taxi e i pazzi guidatori di camion e minibus possono sfrecciare a velocità nettamente superiori, mettendo a repentaglio la vita dei passanti, soprattutto quella di bimbi distratti e anziani dalla vista scarsa e dai movimenti rallentati. Ora a Bagamoyo ci sono 2 banche con il relativi bancomat, di cui uno allacciato ai circuiti internazionali, quando sono arrivato io, per prelevare bisognava andare a Dar es Salaam. Più banche non significa necessariamente che la gente abbia più soldi, anzi l’impressione di tutti è che nei locali pubblici, alberghi e ristoranti ci sia sempre meno gente, locali che una volta erano il fulcro della vita serale e notturna di Bagamoyo (sì, anche in Africa si fa festa…) sono ora smorti e popolati solo di qualche indomabile bevitore e qualche dolce coppietta che sorseggia una bibita sussurrandosi frasi d’amore.
I prezzi di alcuni beni di consumo sono aumentati in maniera spropositata: la farina di mais per l’ugali, il piatto base dell’alimentazione tanzaniana è passata da 6-700 scellini al kilo (0,33-0,38 cent di euro) a 1.200-1.400, esattamente il doppio; il riso è passato da 1.200-1.300 scellini (66 cent di euro) ad attorno 2.000-2.200 scellini al kilo; la birra ha subito lo stesso aumento del riso, da 1.300 scellini nel 2009 a 2.000 scellini nel 2013. I salari e i prezzi per i contadini non sono aumentati di pari passo e questo ha avuto terribili conseguenze alimentari. Le famiglie più povere, che sono spesso anche le famiglie più numerose, si sono trovate e diminuire il numero di pasti mettendo i bambini a rischio malnutrizione. L’aumento del prezzo della birra ha anche indotto ad un aumento del consumo di alcol prodotto localmente con relativo rischio di salute. L’alcol locale, infatti, viene spesso “tagliato” con sostanze tossiche in maniera da renderlo più potente. Mezzo litro, al costo di circa 500-600 scellini (un quarto di una birra) basta allo sballo per una serata ma spesso costa ai consumatori l’integrità o la funzionalità di fegato, del cervello o la perdita della vista.
Alcune cose cambiano, altre rimangono uguali, spesso sia in un caso che nell’altro capire il perchè è complicato , difficile, l’Africa è un continente complesso, imprevedibile, credo, in un certo qual modo inconoscibile, inafferrabile e inspiegabile. Dopo quattro anni qua non credo di capirne molto di più, si, ho imparato molte cose, parlato con centinaia di persone, mi sono confrontanto e scambiato idee con gente di tutti i tipi ma non credo di aver migliorato di molto la mia compresione delle dinamiche interpersonali, comunitarie e sociali di questo angolo d’Africa. Al contrario, sono convinto che forse, per vivere bene qui, a volte bisogna lasciar stare le spiegazioni razionali e i mille dubbi, la ricerca di un perchè e semplicemente vivere, assaporare, nel dolce e nell’amaro, il gusto di un continente altro, ricco di drammi, ma anche di idée, sogni e speranze.
Al buio, seduto su una scomodissima sedia di plastica, ascolto le rane che nel vicino stagno gracidano fragorosamente, osservo la sagoma nera delle palme, si stagliano contro il cielo blu scuro punteggiato di luci, le fronde si muovono, la brezza soffia leggera sulla pelle e solleva un brivido piacevole. Col naso all’insù, ad ammirare lo scintillio della via lattea e questo meraviglioso spettacolo notturno smetto di pensare, ecco, l’Africa.

Stefano Battain, ex volontario CVM ora in Sud Sudan 

lunedì 18 marzo 2013

L'acqua del vicino 

Mercoledí ho cominciato a prendere lezioni di amarico da una ragazza che vive vicino a casa. Ci vado dopo lavoro, alle 6, quando rientra anche suo marito che si diverte un sacco a guardarci e poi vuole fare lui il maestro. Hanno un bambino di 5 mesi sempre con il culetto fuori, non so se gli tagliano apposta un buco dietro sulle tutine, o se gli hanno regalato tutti I vestitini di seconda mano già bucati. Il pannolone non è ancora arrivato a Bonga.
Gennet, la mia insegnante, ha una casa di fango, sempre piena di galline, pulcini, gatti e cani. Al calar del sole arrivano tutti perchè fuori diventa pericoloso (scimmie, serpenti, cani randagi..) sicchè la lezione è interrotta da una gran confusione. Due chioocce si mettono in riga con I pulcini su una panca a dormire, altre due galline vanno da Gennet che le lancia in alto così si piazzano su una trave di legno del soffitto e dormono lì.
Venerdí sera Gennet ha organizzato un “coffee programme” per il compleanno di Sally, la mia amica del Peace Corp americano che ha compiuto 28 anni questa settimana. C'erano lei, in vestito di garza bianca elegantissima per l'occasione, suo marito e il piccolo Geremia con il culetto fuori, le 3 sorelle di lei con I figli e qualche bambino dei vicini. Hanno piazzato me e Sally al posto d'onore e ci hanno riempito due flûtes con il tej, un liquore di miele. Poi hanno fatto la preghiera (tutti pregano prima di mangiare, o almeno fanno un segno della croce al piatto), ed è stato davvero commovente. Il marito di Gennet, pensando a lungo le parole in inglese, ha detto qualcosa tipo” Non sappiamo cosa succederà domani, cosa ci sarà nel nostro futuro, ma oggi siamo qui tutti insieme, Signore concedi la salute a Sally, a Giulia e a tutti, facci stare under your holy umbrella” quando ha detto così mi è quasi venuto da piangere per l'impegno che ci stava mettendo nel trovare le parole giuste e per quanto ci credeva in quello che stava dicendo.
La stanza era tutta addobbata con cartelli stampati in ufficio “Happy birthday Sally” e avevano preparato l'angolo per la cerimonia del caffè. Vuol dire che si sparpagliano delle erbe per terra, erbe che crescono sulle sponde dei corsi d'acqua, per ricreare l'ambiente naturale all'interno della casa, foresta e acqua. Per le grandi occasioni, come questa, si mettono anche un sacco di fiori attorno al tavolinetto del caffè. Questo di solito è di legno, piccolino, alto un 30-40 cm, pieno di tazzine sopra. Accanto c'è la jebena sul braciere a carbone, è una brocca di ceramica nera usata appositamente per il caffè. Cerimonia del caffè vuol dire:
  1. tostatura dei grani su un piatto di ferro largo
  2. macinatura su una specie di zancola per il burro, non lo mai guardata bene da vicino, comunque è una specie di pestello gigante.
  3. infusione della polvere ottenuta nell'acqua calda nella jebena
Insomma, è un procedimento abbastanza lungo ed elaborato, e ti accorgi di quanto ti considerano importante come ospite da quanti fiori hanno messo intorno e quante fasi della cerimonia vengono fatte davanti ai tuoi occhi (a volte alcune si saltano per ovvie ragioni...tipo non perdere un pomeriggio per una tazza di caffé...). Dimenticavo, col caffé sempre si accompagna anche un piatto di pop-corn.
Per l'occasione Gennet aveva preparato anche una specie di torta, cioè un pane intriso di boh...qualcosa di oleoso e dolciastro, e sopra ci aveva spennellato una specie di sciroppo colorato. Non esistono dolci nella cucina etiope, per cui aveva cercato di fare qualcosa che venisse incontro ai nostri gusti da ferenji...
Io avevo trovato in città dei mars e un bounty, e li avevo messi su un piatto insieme a del pane con la marmellata, che a Bonga non esiste perchè non c'è molta varietà frutta (io l'ho portata da Addis, è importata dall'Olanda). I bambini erano tutti in riga ordinati sulla panca davanti a noi e hanno fatto I seri per tutta la sera, visto che era una festa importante, ed hanno molto apprezzato questa cosa della marmellata. È stato davvero bello.



Il mio vicino è un insegnante in pensione, si chiama Alemayu. Ha avuto anche il nostro autista Agegno come studente. Vado a casa sua ogni tanto perchè mi ha gentilmente invitato ad andare a prendere l'acqua da lui. La mia casa è a secco e lo rimarrà fino alla stagione delle piogge, per cui ogni 2-3 giorni vado a riempire un secchio da 20 litri. Ho scoperto che con circa 40 litri d'acqua in una settimana posso lavarmi, cucinare, lavare stoviglie e bucato, non l'avrei mai detto dopo 30 anni di vita in Italia, dove aprendo il rubinetto esce tutta l'acqua che voglio.... Per bere compro delle bottiglie, in attesa di procurarmi un filtro per rendere l'acqua potabile.
Ho il permesso di entrare nel cortile di Alemayu a qualsiasi ora e rifornirmi di acqua. Qui a Bonga basta spingere il cancello per entrare nelle case, non ci sono molte serrature. La zona in cui abito è la più alta del paese, si chiama Mishin per via della Missione Cattolica (mission in inglese). L'acquedotto cittadino ci arriva, per cui alcune case hanno un rubinetto in cortile (quelle in cui la tubazione arriva fin dentro casa per la cucina o il bagno sono pochissime, forse nessuna), molti altri invece vanno a riempire le taniche a una fontana costruita recentemente. Io non ci posso andare per il momento, dovrei andare all'Ufficio dell'Acqua e pagare l'apposita tariffa, non mi sono ancora organizzata, per cui....dal vicino!
Ieri mentre aspettavo che il mio secchio si riempisse quest'uomo anziano, con radi capelli bianchi, è venuto a farmi compagnia. Mi ha raccontato che è nato ad Addis Abeba, ma la sua famiglia è originaria del Nord dell'Amara. Ha studiato per diventare insegnante e appena ha finito è stato preso dalla Chiesa Cattolica Etiope per la scuola di Bonga. È venuto a vivere qui 44 anni fa. Ha sposato una ragazza giovanissima, di 14 anni, che stava frequentando l'ottava classe (questo potrebbe scandalizzare più di qualcuno, ma dobbiamo tenere conto che qui in Etiopia è la prassi nelle zone rurali, e che la speranza di vita oggi, mediando tra città e campagna, non arriva a 50 anni, quindi chissà quanto poteva essere in questa zona rurale più di 40 anni fa, 30 anni?). Quando si sono sposati vivevano con lo stipendio da insegnante di lui, con il quale hanno pagato gli studi di lei prima alla scuola superiore e poi al college di Jimma (a circa 150 km da qui), così è diventata insegnante pure lei.
In seguito in Etiopia ha preso il potere il regime comunista, chiamato Derg, che ha nazionalizzato tutte le scuole, per cui entrambi sono diventati dipendenti statali e hanno continuato a lavorare alla scuola pubblica. Hanno avuto 5 figli, Alemayu si esprime abbastanza bene in inglese ma non capisce molto quello che gli dico, per cui più che altro ascolto e mostro interesse o stupore con la faccia, ad ogni modo sono contenta che mi voglia raccontare sua storia... Oggi I 4 figli maggiori, 2 maschi e 2 femmine, sono in America. Uno è medico, un'altra è infermiera specializzata, degli altri non mi ha detto che cosa facciano. Ogni tanto I genitori li vanno a trovare e rimangono qualche mese in America. La figlia più giovane sta studiando ingegneria civile ad Awassa. “Ho avuto una bella vita, lunga e bella” mi dice **NOME** concludendo. “Ho anche avuto una brutta malattia allo stomaco e mi hanno operato in America”, aggiunge, “ e grazie a Dio da più di un anno sto bene. Mia moglie deve lavorare ancora qualche anno prima di andare in pensione, e poi ci riposeremo tutti e due. I figli stanno bene. Sono vissuto molto felice a Bonga per 44 anni, pensa, 44 anni!!”. È bello sentirglielo dire. Un'insegnante etiope oggi prende poco più di 50 euro al mese, lo stretto necessario per vivere. Alemayu sottolinea un po' il suo trasferimento dalla capitale anche perchè la maggior parte delle persone nate e cresciute a Addis non verrebbero qui molto volentieri, e chissà com'era questa cittadina negli anni '70, senza strade, senza luce, senza telefono, senza dottori o medicine... Oggi io ci vivo bene perchè posso comunicare facilmente con il resto dell'Etiopia attraverso il telefono, e con il resto del mondo attraverso internet, ma appena fuori del centro abitato di Bonga non funziona ancora nulla di tutto ciò. E soprattutto, motivo per cui sono qui, la quasi totalità degli abitanti della zona rurale della Kaffa tuttora si rifornisce di acqua presso pozze, torrenti o comunque fonti non sicure.

Giulia Baldissera, ingegnere CVM in Etiopia 

lunedì 4 marzo 2013

Bentiu, ultima corsa






Fiato corto, il fango secco scricchiola sotto i piedi, una mattina di gennaio a Bentiu, la mia ultima corsa in sud Sudan. Per la verità sono state poche, pigrizia, lavoro, alta mobilità fra i 2 campi rifugiati e la base di Bentiu, tanto fango e poi la pesante malaria di Ottobre hanno contribuito a rendere le mie corse davvero sporadiche. Tempo di bilanci e di “ultime volte”.
L’ultima tappa alla panetteria di Mohamed, l’allegro signore, anzianotto e pacioccone, dalla pelle color del rame, incorniciata da una barba d’argento ed un cappello bianco, cilindrico e un po’ consumato, il suo negozio è nel souk (mercato) di Rubkona, nelle vicinanze l’ufficio di CARE International e di un paio di agenzie delle Nazione Unite, vende il più buon pane di tutta Bentiu, morbido, lievitato, soffice, al contrario dell’ esh, piatto, bianco, non lievitato e senza sale, quello che spesso in Italia chiamiamo “pane arabo”. Mohamed è stata una tappa fondamentale di ogni visita sul campo. Sveglia presto, preparativi pre-partenza, un occhio alla mail, una saluto a Daniela su Skype e poi via, Land Cruiser carico di materiale, telefono satellitare carico, radiotrasmittenti accese e quell’eccitazione mista ad entusiasmo che sempre c’è nell’aria all’inizio di ogni visita sul campo, che poi altro non è che un viaggio, di lavoro, ma pur sempre un viaggio.
L’ultima visita sul campo, l’auto dondola lenta per le vie di Bentiu, donne magrissime con enormi carichi in testa oppure sedute al mercato improvvisato a vendere zucchero, di cui i sudsudanesi sono assai ghiotti. Polvere, c’è tanta polvere in questo periodo, da due mesi niente piogge, l’ultima pioggia che ho visto è stata quella che mi ha fatto passare la notte in macchina con Afayo, a fine Ottobre, bloccati nel fango in attesa di soccorsi. Appena fuori Bentiu tappa da Mohamed, pane e qualche soda, compro anche un po’ di sale, da aggiungere al pane di Mohamed per insaporirlo un po’. Poi via verso nord, attraversando i campi petroliferi, le enormi pianure dominate da branchi di centinaia di mucche al pascolo, controllate da magrissimi pastori dinka, a volte provvisti di mitra AK-47, anche conosciuto come Kalashnikov, secondo voci ben informati reperibile senza in zona (ovviamente senza licenza) per circa 200 dollari, lo stipendio mensile della nostra donna delle pulizie-cuoca.
Ultima visita a Pariang, qualche successo e molte battaglie perse, 6 mesi intensi fra campi rifugiati allagati, campi che sono acquitrini, i ragazzi del progetto che cercano di far crescere pomodori, melanzane e cipolle su una terra difficile, prima molle come argilla poi dura come il carbone. Le lunghe giornate a camminare per Pariang con Kuol e le centinaia di buche scavate per niente per piantare alberi che poi abbiamo dovuto spostare di nuovo, alti a bassi di 6 mesi vissuti intensamente, fra la mancanza di elettricità, la rete del telefonino che c’è come se non ci fosse e tanti piatti di riso e lenticchie (a proposito, incredibile a dirsi ma mi mancano già un bel po’ le lenticchie).





L’ultima volta a Nyeel, il campo rifugiati in miniatura ma dove si trova gente dal cuore grande, e a volte anche dalla testa dura, gente do montagna, montagne Nuba, diretti, pronti a criticare errori ma anche a riconoscere quando le cose vanno per il verso giusto, gente orgogliosa ma anche africanamente ospitale e sorridente.
Ultimi sguardi su una terra aspra, dalla savana secca che dall’altro diventa una pelle di leopardo a causa degli enormi ed estesissimi incendi di questo periodo dell’anno, volontari o meno rendono l’aria carica di cenere che penetra in casa e si deposita ovunque, il cielo diventa più opaco e aleggia, portato dal vento, un forte odore di erba bruciata.
Ultima serata al Grand Hotel, con i colleghi di altre ONG, sedie di plastica, una notiziario in kiswahili lla TV, birra Red Horse calda, qualche verde latina di Heineken sul tavolo, sigarette keniane di sottomarca, chiacchere indistinte, racconti di incertezza e frustrazioni, io alzo gli occhi e guardo il cielo stellato di questo Sud Sudan così instabile e cosi complesso, affascinante e selvaggio.




Ultimo abbraccio a Michael nel buio della notte e penso ai 6 mesi trascorsi insieme, un grande amico, tante serate, tante ore di lavoro e sudore insieme, tante notti in tenda, ognuno chiuso un po’nel suo mondo a ritrovare le energie per affrontare la giornata successiva, come lumache che si ritirano nel proprio guscio, la sera si parla poco, bisogna staccare, musica, affetti, qualche telefonata oltre confine e qualche serie televisiva.
Sto sedimentando ora l’esperienza in Sud Sudan, ci impiego tempo ad elaborare emozioni, esperienze, punti di vista, da fuori sarà più facile ora che ho lasciato la terra dei pastori dinka, dei falchi e delle pianure del Nilo a perdita d’occhio




Stefano Battain,
ex volontario CVM ora in Sud Sudan