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giovedì 18 giugno 2009

La primordiale bellezza



Fisso, non senza qualche preoccupazione, l'intruglio grigiastro che mi hanno appena versato nel bicchiere. Si chiama borde, mi dicono, ed è una bevanda tradizionale di questa gente, i Gumuz, di cui tanto ho sentito parlare prima di giungere qui, in Benishangul, ed averli finalmente di fronte, nei miei occhi i loro, resi quasi lucenti dal contrasto con la pelle nerissima, da Africa profonda, ancestrale, primitiva. Ne ho visti un bel po' di volti come questi, anche là fuori, nel rutilante caos del mercato di Gelgel Beles, tra vacche e cipolle, capre e sacchi di berbere, vasi e tessuti lavorati a mano. Ho visto donne o, meglio, esseri umani “da soma” assumere il sembiante di bilance e trasportare sacchi di merci varie, tenuti alle estremità di bastoni in legno. Ho visto i loro volti bagnati dal sudore, ma non per questo distorti in smorfie di sofferenza o fatica. Li ho visti, talvolta, aprirsi ad un sorriso davanti all'obiettivo della mia macchina fotografica. Non ho visto, però, i loro uomini, quei maschi che danno il nome alla stessa etnia (il significato della parola “Gumuz” è riconducibile a “Maschio”), dato che il mercato, vengo poi a sapere, è territorio esclusivo del genere femminile.

Sono tutte donne, con l'eccezione di qualche pargolo, anche quelle che ci hanno accolto in questa spartana bettola, ai margini della spianata dove si svolge il mercato settimanale. Mentre i loro uomini si dedicano al duro lavoro della terra o alla pratica della pastorizia, loro offrono ristoro agli avventori. In questo caso, il clima conviviale che si instaura, unito alla curiosità che un ferengi “viso pallido” come me da sempre suscita in tali contesti, aiuta il dialogo, la condivisione e lo scambio di conoscenze. Così, vengo a sapere che colei che gestisce tale sorta di locanda è in realtà una “mezzosangue”, madre Gumuz e padre Oromo (altra etnia di questo Paese, di fatto una delle più numerose). Ci parla dei piccoli segnali di civilizzazione, che stanno caratterizzando la vita delle comunità Gumuz negli ultimi tempi. Ci indica, ad esempio, i vestiti che ha indosso, di fattura industriale benché non firmati, ben lontani insomma dalla semplice copertura delle proprie “vergogne”, scarno indumento tipico delle comunità più lontane dai villaggi. Ci parla, poi, della sua attività, nella cui gestione è comunque abbastanza libera e indipendente, tanto da permettersi il lusso di esporre persino qualche soft-drink di rinomata marca.

La ascolto con interesse o, meglio, ascolto con interesse la traduzione fornitami in tempo reale da Alghina, collaboratrice CVM ed altra “mezzosangue” Amhara-Gumuz. Sto in ascolto, apprendo, rifletto. E continuo a riflettere anche sul da farsi circa quel liquido grigiastro e denso che è ancora lì, nel mio bicchiere e che verosimilmente non sparirà da sé, benché lo desideri fortemente, al fine di evitare il rischio di possibili contaminazioni (chissà con che tipo di acqua l'hanno preparato?!), senza venir meno a quella sorta di “imperativo sociale” che ti fa fare di tutto pur di accettare l'ospitalità altrui, sotto qualunque forma essa si presenti, pena un'implicita “ingiuria” culturale. Mentre tentenno davanti al borde, ecco che l'ennesimo dilemma gastronomico della mia avventura etiope mi si para dinnanzi, senza che sia peraltro riuscito a risolvere la situazione relativa alla problematica bevanda di cui sopra. Mi arrivano, infatti, in mano dei semi scuri e secchi, o almeno così credo. I miei commensali abesha se li infilano in bocca senza pensarci troppo. Alla fine, lo spirito d'emulazione prevale, rafforzato dalla dimensione collettiva e sociale del contesto. Ma sì, ne prendo uno anche io. Il sapore è molto amaro, per nulla piacevole, ma mi accontenterei solo che non avesse conseguenze sul mio apparato gastro-intestinale, delicato come solo quello di un ferengi (straniero, “bianco”) in Etiopia può essere. Staremo a vedere. Intanto, mi dicono che questi semi vengono considerati dalla tradizione quale medicinale in grado di prevenire la malaria. Ah be', allora: se lo considerano un medicinale, tanto male non potrà fare.

Distolgo finalmente il pensiero dalla mie paranoie nutrizionali, per quanto giustificate possano essere, e presto attenzione ai volti che ho dinnanzi. I loro lineamenti e colore mi affascinano, come quelli della donna che appare divertita dalle foto che le vengono scattate; come questi bambini e fanciulle, ammirevole commistione tra la delicatezza data dalla giovane età ed il forte impatto che hanno su di me le loro fisionomie da profonda Africa; come quella donna che, là fuori, poco distante, allatta il suo pargolo, i prosperosi e neri seni quasi interamente scoperti, ché in fondo non c'è motivo di pudore laddove è Natura a dettar legge. Gesti e usanze semplici, senza falsi perbenismi o complicati schemi comportamentali propri di altre culture, definite più “avanzate”, sotto alcuni aspetti anche a ragione, senza qualunquismi né ipocrisie. Ma, in questo momento, tra tali creature, tutto ciò che ho appreso di “buono” e “cattivo” su questa gente, compresi elementi di oggettiva arretratezza in senso civile, sociale ed economico, fino ad arrivare a particolari usanze ai limiti del rabbrividente, ebbene tutto ciò passa per un attimo in secondo piano. Nel tentativo di comprensione (nel senso letterale del termine, che va oltre il solo “capire”), ogni giudizio morale si sospende ed un unico pensiero, quasi una preghiera, mi occupa la mente: che Dio benedica queste sue magnifiche creature, queste donne, queste anime semplici e un po' bambine!


Simone Accattoli

Volontario in Servizio Civile, Etiopia

martedì 9 giugno 2009

Tutte le sfumature del Nero


Prologo: la bussola geo-etnica e i problemi d'orientamento

Con il mio amico e collega abesha Betre si discute, davanti ad un piattone di injera e shiro wot, sul significato e sulla sussistenza o meno del termine “Etiopia”. Quale idea e, conseguentemente, quale realtà associare a tale parola? “Etiopia” o, potremmo dire, “Etiopicità” sembrano essere segni ambigui, cui non corrisponde un significato e, quindi, un referente univoco, per dirla con i paroloni della Semiotica.
Se è vero, come è vero, che per molte genti, appartenenti alle etnie più disparate e pur presenti all'interno dei confini della stessa Nazione, la parola “Etiopia” non è altro che un'etichetta, un marchio spesso scomodo affibbiato loro da un'istituzione al più estranea, lontana, aliena; se è vero, come è vero, che, solo poche ore fa, nell'ufficio CVM del Metekel, la giovane Alghina, mezzosangue Amhara-Gumuz, affermava chiaramente “Io non sono abesha”, aggettivo quest'ultimo che potremmo, pur con le postille del caso che non si starà qui ad aggiungere, tradurre con “Etiope”; se è vero tutto ciò che sto avendo modo di capire, vedere e sentire in questo altro pezzo d'Etiopia che si apre alla mia curiosità, alla mia esperienza, ai miei occhi, il Metekel, Regione del Benishangul-Gumuz, tanto duro da vivere quanto interessante dal punto di vista culturale, etnico ed antropologico; be', allora la questione non è affatto di poco conto e non può dirsi ristretta all'ambito quasi sofistico di un giochino logico o di una sciarada di parole, avendo invece fattuali ricadute e riflessi sulla reale situazione di questo grande Paese e su ciò che sarà di esso, sul suo futuro.
“Etiopia”, dunque, come mera istituzione politica, Stato (più o meno) democratico guidato da un Governo Federale, specifica frazione di un'aggiornata cartina geo-politica, oppure, andando un po' in profondità e legando il termine a quello di Ethiopianness (il sentimento della “Etiopicità”), il cuore culturale, storico e politico del grande ideale propugnato e portato avanti da re Theodoros, da molti considerato quale “Padre della Nazione”, e cui poi Menelik II, con le sue conquiste, diede le attuali forma e dimensione? Un cuore, questo, ben identificabile con le attuali Regioni Amhara (in sostanza, il Gojjam e Gonder) e Tigray, quelle solcate dal fiume Abbay (il Nilo Blu), di cui parla persino l'Antico Testamento, identificandole proprio con la Terra d'Abissinia. Si scava nella profondità e nelle origini del concetto, complicando non poco la questione.
Complessa è infatti la realtà che si mostra, in questi giorni, ai miei occhi. Si discute, davanti allo shiro e a due bottiglie di Dashen Beer, ma senza la pretesa di arrivare a risposte o soluzioni univoche. Complessa è la realtà e, per questo, affascinante. Come non sono affatto privi di fascino questi volti, quelli dei Kai (“Rossi”) Amhara, spesso riconducibili a fisionomie “occidentali”, e quelli scuri e duri, come l'ebano, degli Shenasha e ancor più dei Gumuz. Non lo sono le storie che ho avuto modo di ascoltare, all'appena refrigerante ombra di un bar o in un caratteristico villaggio dalle spartane capanne di fango e paglia, i racconti in cui la leggenda si confonde con la storia, una storia che parla di sopraffazioni e schiavitù, di migrazioni e battaglie, di odi ancestrali e macabre usanze, come pure di assimilazioni e spinte “civilizzatrici”. La realtà è in continuo divenire, come è vero però che il passato non muore mai. E allora, ancora una volta, cos'è l'Etiopia? Un qualcosa che stenta ancora ad essere, a formarsi, o qualcosa che c'era già molto tempo fa e si è poi mescolata con Altro da Sé, espandendosi o, meglio, inglobando ciò che gli stava attorno e chiamandolo con il proprio nome? Processo di liberazione nazionale, laddove una Nazione (nel senso Romantico del termine, quale insieme di genti unite da identica cultura, lingua e storia) già era presente seppur non istituzionalizzata, o piuttosto cammino di conquista di un popolo su altri, meno forti e capaci a difendersi, invasione con conseguente più o meno (mal)riuscita assimilazione? Da quanto ho avuto modo di comprendere, vedere, intuire, la seconda opzione sembrerebbe quella più vicina alla realtà storica, sebbene la realtà sia sempre un qualcosa di difficilmente definibile, un qualcosa che sta lungo un continuum, muovendosi di volta in volta tra gli estremi di due definizioni, come quelle di cui sopra, che servono più che altro da parametro, strumento per rapportarsi a un qualcosa che è di fatto molto più complesso e “fluido”.
“Io non sono abesha” ha detto Alghina questo pomeriggio. E a pensarla come lei sono, probabilmente, molte altre persone in queste ed altre parti d'Etiopia (qui nel senso prettamente geo-politico ed istituzionale del termine). Si prendano in considerazione gli appartenenti al fronte di liberazione dell'Oromia, i tanti musulmani di etnia somala presenti nel sud-est del Paese e, ancora, piccoli e sparuti gruppi di dissidenti e pseudo-combattenti, che vivono rifiutando qualsiasi tipo di appartenenza nazionale, come i guerriglieri (se così si possono definire, enfatizzando un po') sulle montagne di Armacho, in North Gonder, presso il confine settentrionale con il Sudan. Penso alle donne dai volti duri e scuri, che ho visto proprio da queste parti, al mercato di Gelgel Beles, con bastone e sporte sulle spalle. A coloro che vivono lontani dalle città e dai paesini, le giornate scandite da pratiche e usanze pressoché immutabili nei secoli, quasi immuni all'invasivo processo di globalizzazione, come pure al progresso civile, dato da quell'affermazione di diritti fondamentali che può passare solo attraverso l'educazione. La pensano un po' allo stesso modo, forse, anche quegli uomini di etnia Gumuz, come l'Amministratore della woreda di Mandura, i quali si trovano qui pienamente (?) inseriti in contesti istituzionali, lavorando fianco a fianco con Amhara e rappresentanti governativi in genere, la bandierina con i colori panafricani e la stella del Millennio a far bella mostra di sé sulla scrivania del proprio ufficio.
E allora, dove mi trovo in questo momento, a parte davanti all'ennesima injera della settimana? In Etiopia, sì; ma anche nella terra dei Gumuz e dei Shenasha; come pure tra l'Abissinia citata nelle Sacre Scritture e l'odierno Sudan. Mi trovo, questo posso affermarlo con chiarezza, in un luogo dal caldo asfissiante, fattore climatico che non aiuta certo la lucidità mentale e il discernimento, bensì la fusione dei propri neuroni. Insomma, basta scervellarsi inutilmente, tentando di trovare definizioni, applicando categorie storiche e filosofiche ad una realtà che si conosce da così poco tempo. Raccontare: ecco cosa mi limiterò a fare... dopo aver finito lo shiro che è ancora nel piatto.

Simone Accattoli
Volontario in Servizio Civile, Etiopia

giovedì 28 maggio 2009

E le porte di casa si son poi aperte...



North Gonder/ Housemaids Association

C'è Etiye che, china sulla jebena, prepara il caffè secondo tradizione. C'è Assefu, dal capo coperto, e accanto a lei Enanitu, che sfoggia caratteristiche treccine. C'è la taciturna Hana e c'è anche, ogni tanto, Zenbu che, forse intimidita, passa la maggior parte del tempo fuori dalla piccola stanza. Sono una di fianco all'altra, vicine pure nelle esperienze di vita, tali ragazze, figlie d'Etiopia, che prestano servizio nelle case della woreda di Azezo. Sono componenti dell'Alem Housemaids Association, cioè l'associazione di domestiche sorta tre mesi fa e promossa da CVM/APA, al fine di educare, rafforzare e rendere meno vulnerabili a soprusi e violenze queste giovani di campagna.

Oggi, queste ragazze, qualche tempo fa paralizzate dalla paura, nelle case come durante i training psicologici e sanitari del CVM, sono di fronte a me, per parlare delle loro vicende, come fanno ogni domenica, nell'ufficio dell'Anti-HIV/AIDS Association, dove si ritrovano per discutere della settimana trascorsa, per condividere, tra un sorso di caffè e l'altro, le proprie esperienze e problemi. Si può immaginare la difficoltà nel convincere i padroni di casa a lasciarle andare, anche solo per un giorno alla settimana: un lungo lavoro di perseveranza, specialmente da parte dei volontari dell'Anti-HIV/AIDS Association. In totale, le ragazze sono 25 e tutte provenienti da quell'Azezo Woreda dove violenze e abusi sessuali sono quasi tradizione.

“Vengo dalla campagna – racconta Enanitue, dopo la morte di mio padre, non ho potuto continuare gli studi ed ho iniziato a lavorare come domestica. Adesso, la situazione è migliore rispetto all'inizio e, grazie al training, mi sento più sicura di me.” Etiye interrompe la preparazione del caffè per aprire la nera scatola dei ricordi: “Nel nostro lavoro, ci sono molti problemi, come i maltrattamenti cui spesso veniamo sottoposte. Io, ad esempio, sono stata più volte insultata, picchiata, bagnata con l'acqua bollente e pure... stuprata.” A questo punto, la voce di Etiye diviene flebile suono, rotto dall'emozione, e la sicurezza iniziale si scioglie in lacrime. Ma è solo un attimo, in un rapido cenno la mano spazza via l'angoscia, gli occhi tornano sulle tazzine pronte a ricevere il nero nettare che qui chiamano bunna.

Ora, si chiacchiera serenamente, sorseggiando caffè. Le ragazze si aprono al dialogo, abbattono le barriere che spesso ci rendono monadi, mondi a sé, chiusi all'Altro, finché, nel misterioso specchio dell'empatia, nell'Altro non si ritrova se stessi.


Simone Accattoli

Volontario in Servizio Civile, Etiopia

lunedì 27 aprile 2009

CADERE, ALZARSI E RISALIRE



La straordinaria parabola di Eyayu

Da negletto, allontanato da tutti, quasi untore di manzoniana memoria, a campione da imitare, esempio di come nella vita ci si possa sempre rialzare, rimboccandosi le maniche e dandosi da fare. È la straordinaria, quasi miracolosa, parabola esistenziale di Eyayu, uomo di mezza età, che qualche anno fa scoprì di essere sieropositivo. Era il 2003 e lavorava come cameriere in un ristorante di Gonder, impiego umile ma onesto; lavoro che perse non appena il proprietario del locale venne a sapere della sua condizione, del “marchio” che recava ormai addosso, stigma indelebile, vergogna inaccettabile.

Eyayu aveva appena conosciuto il CVM - Comunità Volontari per il Mondo e, ricevuta una formazione medico-sanitaria e pure psicologica, attraverso il Positive Living Training, iniziava a divulgare informazioni sul virus che lo aveva colpito, non solamente per allontanare la discriminazione che segnava lui e tanti altri come lui, ma anche per prevenire altri casi simili, laddove la maggior parte della gente ignorava anche le minime nozioni pratiche sul contagio da HIV/AIDS. Il suo impegno in tal senso non valse, tuttavia, a guadagnare la stima del suo capo; tutt'altro. Licenziato, senza più uno straccio di lavoro e con la difficoltà persino di trovare cibo sufficiente per sfamare la propria famiglia, Eyayu trovò la forza di non arrendersi, di non lasciarsi andare di fronte agli sguardi di accusa e disprezzo dei suoi pari. Decise, allora, di far fruttare al massimo la formazione ed il capitale iniziale che CVM gli fornì: 500 birr, non molto ma abbastanza per consentirgli di mettere in piedi un'attività, grazie alla quale provvedere al sostentamento della propria famiglia ed essere economicamente indipendente dall'assistenza di terzi.

“Quando iniziai il mio programma di IGA (Attività Generatrici di Reddito, ndr.), – racconta Eyayu, all'interno del suo negozietto “marcato” Pepsi (nella foto), dove vende bevande, cibi e prodotti vari – la gente aveva paura di avvicinarsi al mio baracchino e pure gli studenti dell'Università qui accanto preferivano andare a comprare bibite e altro da rivenditori più lontani. Avvertivo pesantemente la discriminazione nei miei confronti. Ma poi, con il passare del tempo, trasferendo quanto insegnatomi dal CVM ai ragazzi che passavano di qui, facendomi io stesso formatore in tema di prevenzione e controllo dell'AIDS, il muro dello stigma è caduto poco a poco. Ora, i ragazzi e le altre persone, che si trovano a passare da queste parti, mi prediligono addirittura rispetto ad altri commercianti della zona! Sembra un paradosso, ma la chiave naturale di tutto è l'educazione, vale a dire la conoscenza che si acquisisce, che io ho acquisito dal CVM e che ora provo a trasmettere a quanti, clienti abitudinari o meno, si trovano a passare dal mio negozio, parlando apertamente con loro, senza remore o vergogna.”

Ne ha fatta di strada Eyayu, eccome. Per rendersene conto basta guardare l'auto gialla che sosta davanti al negozietto, un taxi con il quale l'ex negletto ne farà ancora altra di strada. “Ora – confessa Eyayu – riesco a gestire bene gli affari familiari ed il lavoro, che ci consente di vivere più che dignitosamente. Io e mia moglie ci alterniamo al negozio, poiché sono riuscito ad ampliare la mia attività con un servizio taxi. L'auto che è qui fuori l'ho acquistata investendo parte dei miei guadagni dall'attività commerciale. Devo ammettere, però, che non è stato facile: ho dovuto metterci tutto l'impegno, cosa che altre persone, nelle mie stesse condizioni sei anni fa, non hanno fatto, spendendo il capitale iniziale fornito loro dal CVM in alcolici, droghe e, nel migliore dei casi, in qualche pasto, senza avere lungimiranza. Ora queste persone vivono ancora del supporto di altri, del cui aiuto non possono fare a meno per sopravvivere.” Già, lungimiranza, capacità di pensare e vedere oltre, caratteristica che non fa certo difetto al buon Eyayu, il quale, a conferma di ciò, non si siede sugli allori, bensì guarda avanti, come ha sempre fatto in questi sei anni. “I miei piani futuri – confessa il commerciante – consistono nell'incrementare e migliorare sempre la mia attività, per poter aiutare la mia famiglia e farla vivere bene. Per questo, ho in programma di acquistare un'altra auto più grande per il mio servizio di taxi.” Guardare avanti e pensare positivo, al di là della propria sieropositività: per Eyayu non è un gioco di parole, ma un effettivo stile di vita, un'esemplare condotta esistenziale.


Simone Accattoli
Volontario in Servizio Civile, Etiopia

lunedì 20 aprile 2009

Sotto la superficie delle cose


Wajakero Kebele – Hand Pomp

L'essenziale è spesso invisibile agli occhi.
Allora, laddove non si riesca a scorgere la soluzione ai propri problemi, a vedere immediatamente una strada da percorrere, la cosa giusta da fare potrebbe essere quella di non arrendersi e cercare in profondità, perché ciò che prima non si vedeva potrebbe finalmente emergere alla luce.

Così, per le circa settanta famiglie della comunità di Wajakero, piccola kebele della Wolayita Zone, non è stato facile avere ciò che prima non c'era, una fonte di vita dove agli occhi solo terra e polvere si mostravano o poco più. Nessun fiume, corso d'acqua o qualcosa che potesse vagamente avvicinarvisi. Almeno alla superficie delle cose. Già, perché ciò che avrebbe dato vita e benessere alla gente di Wajakero si trovava sotto terra, a 11 metri di profondità. É fin lì che sono arrivati a scavare, con la forza delle loro mani e l'impegno di chi sa che la meta si fa sempre più vicina: una fonte d'acqua da cui la comunità intera da un anno a questa parte si approvvigiona, per bere, cucinare, lavarsi, azioni semplici, essenziali, che però significavano in passato esporsi al serio rischio di infezioni e malattie, oltre alla perdita di tempo per raggiungere fonti idriche ben lontane dal proprio villaggio.
Tutto ciò, però, non sarebbe stato possibile senza il supporto tecnico del CVM, che ha reso fruibile la risorsa non più nascosta mediante un progetto di hand pomp, cioè pompa a mano, grazie al quale, con un semplice movimento di leva, ogni persona di Wajakero può far zampillare acqua pulita per sé e per gli altri. Ma, anche in questo caso, è bene non fermarsi alle apparenze, all'immediatamente visibile, perché sotto il meccanismo di leva ed uscita dell'acqua sussiste l'impianto atto a raggiungere la fonte sotterranea, da cui poi succhiare, tirar su mediante forza meccanica il liquido vitale: due condotti concentrici, il primo in plastica ed il secondo, di protezione, in cemento. In totale, un mese di lavoro per dare alle oltre 400 anime di Wajakero una fonte d'acqua finalmente loro, finalmente vicina, finalmente sana.
Il progetto targato CVM per la comunità di Wajakero non si ferma qui. Durante l'anno appena trascorso, infatti, sono state approntate ben 15 latrine per i servizi igienici di altrettante famiglie; anche questa cosa essenziale, elementare quasi, ma che scontata non è in tali luoghi, dove spesso manca persino la consapevolezza di ciò che è giusto, di ciò che è bene per la salute propria e di chi sta attorno. Per questo, l'opera del CVM, in tale specifico ambito, è iniziata con un'attenta attività di sensibilizzazione e formazione della popolazione sulle tematiche igienico-sanitarie, fin dal relativo abbiccì. Dopodiché, l'associazione ha fornito le strutture esterne in pietra, che fanno oggi da contorno ai fori approntati dagli stessi fruitori del servizio. Tra questi, c'è Alemitu, donna di casa e commerciante allo stesso tempo, che ha quindi doppiamente goduto dei benefici portati dalla pompa idrica e dalla realizzazione dei sanitari.
“Prima di avere una fonte d'acqua nel villaggio, – racconta Alemitu – dovevamo andare fino ad un fiume parecchio lontano e pure sporco. Quindi, ci ammalavamo e dovevamo spendere molti soldi per le cure mediche: cose che ora possiamo evitare, così come le perdite di tempo. Ulteriore beneficio è stata, poi, la realizzazione della latrina, che qui non abbiamo mai avuto.” “I benefici portati dall'intero progetto – continua la donna – sono tanti, sia per la mia attività commerciale che per la casa. Posso, infatti, dedicarmi di più al mio bar, senza andare a cercare acqua in posti lontani ed ho anche più tempo per accudire i miei bambini, cucinare e fare le faccende di casa, il tutto nella giusta maniera, pulita e igienica. Oltre a questo, ho avuto la possibilità di partecipare a diversi meeting sul tema del rispetto per le norme igienico-sanitarie, organizzati non solo dal CVM, ma anche da organi governativi. Tutto ciò mi ha fatto capire molte cose e ha accresciuto la mia consapevolezza.” Proprio così. Diventare consapevoli: è questo il primo passo da fare, come vuole lo stile operativo del CVM. Prendere coscienza, accorgersi di qualcosa, un po' come vedere ciò che era prima invisibile agli occhi.

Simone Accattoli
Volontario in Servizio Civile, Etiopia

mercoledì 1 aprile 2009

STRANI INCONTRI


Assonnata e accaldata stavo seduta al mio posto nel minibus che mi riportava da Gonder a Bahir dar; come capita spesso, quando ti svegli presto ti senti infastidito da tutto e non hai voglia di parlare con nessuno. Era il momento di pagare e il mio vicino mi suggerisce il prezzo perché non mi venga applicata l’inflazione forenji. Così commossa per il suo aiuto non richiesto mi lascio trasportare dalla chiacchiera. E passiamo dal calcio, al sistema scolastico, dall’Italia alla religione per poi soffermarci sui fondamentalismi. E da qui iniziamo
Una persona schiva, delicata, a tratti impaurita ma mai nascosta. Mi comunica la sua voglia di aprirsi e così un po’ timidamente si accinge a raccontarmi la sua storia.
E’ un insegnante di inglese alla scuola media di Alefa, woreda del Nord Gondar situata a poca distanza da Gondar dove vivono i genitori e le sorelle.
E’ il primogenito di una famiglia musulmana molto ortodossa, di cui condivide il credo ma non lo stretto fondamentalismo.
Da quattro anni è sposato con una donna che ama, di fede musulmana, anche lei non particolarmente fervente, a sua volta insegnante ma in un'altra woreda, Metema.
Da un anno e mezzo condividono la gioia di un figlio, il quale vive con la madre nella casa della nonna materna, mentre lui si muove tra Metema, Gonder e Alefa.
Tutto sarebbe perfetto se non fosse che la sua famiglia, genitori e sorelle, ignora totalmente l’esistenza di sua moglie e di suo figlio, e stanno cercando di combinargli un matrimonio. Non ha avuto il coraggio di dirglielo, la forza di essere rifiutato, perché la famiglia non accetterebbe una donna poco osservante – mi racconta che sua cugina ha fatto una scelta simile, ma alla luce del sole, e per questo è stata diseredata. Vive così la confusione del non capire cosa in fondo sia giusto e cosa sbagliato, il peso di sentimenti contraddittori, quale strada prendere: l’adesione ad un clan ma anche la voglia di esprimersi, la paura ma anche il forte desiderio di liberarsi, la cultura e la natura.
E penso a com’è strano che si riesca a condividere tanto, quando si è perfetti sconosciuti. Quello che in quattro anni ancora non è riuscito a dire alla sua famiglia, è riuscito a confidarlo a una forenji. Paradossalmente le Distanze, le Differenze possono essere un ponte, quando sono ventaglio di possibilità, curiosità e ascolto. Molto più dell’Appartenenza, nel momento in cui, lontana dal rappresentare affinità e vicinanza, diventa chiusura nei propri confini, imposizione di una (presunta) verità, adesione ad un modello conformato.
Quando mi chiede cosa direbbero i miei genitori gli rispondo: “Per loro prima viene l’essere umano, la figlia, la persona e poi le categorie”, un bagliore nel suo sguardo, epifania dell’accoglienza.

Laura Andena
Volontaria in Servizio Civile, Etiopia

martedì 24 marzo 2009

Quando il sole del mattino sta per sorgere...



Intervista a Meshesha Mered (Wogagen PLWHA Association)

C'è un momento, nell'arco della giornata, davvero particolare: è quello in cui, dopo una lunga notte buia, il cielo comincia a farsi più chiaro e le stelle, fino ad allora così lucenti, giocano a nascondersi e lasciano l'immenso palcoscenico celeste ad una timida e leggera luce, che gradualmente diviene più forte, preannunciando l'alba e con essa il luminoso mattino, l'imminente nuovo giorno. Tutto ciò, in lingua amarica, viene espresso con una sola parola: wogagen.

Questa parola è anche il nome di una grande PLWHA's association, che raccoglie persone sieropositive provenienti dalle woreda intorno alla città di Bahir Dar: gente che, dopo la lunga notte buia calata in seguito all'infezione del terribile virus, è riuscita a veder sorgere nuovamente il sole del mattino, grazie ai programmi e alle attività realizzate con il supporto di tale associazione, che ha aperto ai loro occhi un nuovo giorno, una nuova vita. La luce, che la Wogagen Association ha portato e continua a portare nella vita di così tante persone affette da HIV/AIDS, è ora ben visibile e nota ad istituzioni, organizzazioni ed autorità, sia regionali che nazionali, tutte impegnate nella lotta contro “il male del secolo”.

Non può essere, allora, un caso che questo gruppo di persone straordinarie, le quali iniziarono a lavorare da sole 3 anni fa, abbiano ricevuto un riconoscimento dal Governo, risultando tra i vincitori del terzo “Regional Award for Successful Farmers”, in cui vengono premiati coloro che meglio si sono distinti nelle attività del settore agricolo. E neppure può essere un caso che siano stati tra i vincitori della competizione per le PLWHA's Associations che hanno programmato e realizzato le migliori IGA (Attività Generanti Profitto), la cui cerimonia di premiazione ha avuto luogo a Bahir Dar lo scorso 9 febbraio, nel corso del Workshop Regionale per PLWHAs organizzato da CVM/APA (Amhara HIV/AIDS Prevention and Care Project). Meshesha Mered, che abbiamo incontrato una volta terminato il workshop, è uno dei leader di questa associazione e la persona adatta a raccontarci la storia, le caratteristiche, le modalità d'azione e i segreti di tale luminoso esempio di quanto l'amore e lo spirito d'unione possano trasformare i sogni in realtà e rinnovare la vita.

Ato Meshesha, in quale situazione si venne a creare l'associazione? E quale fu la ragione della sua istituzione?

“La nostra associazione è nata nel 2006 dall'impegno di pochi individui. All'inizio, eravamo in 6: 4 donne e 2 uomini. A quel tempo, il nostro obiettivo era proteggere i contadini locali dal pericolo dell'HIV/AIDS attraverso l'educazione e l'informazione, poiché gli agricoltori che vivono attorno a Bahir Dar sono altamente vulnerabili, da questo punto di vista: essi arrivano nella città di Bahir Dar per vendere i loro prodotti, così come per acquistarne altri; ma, sbrigati i loro affari di compravendita, si recano solitamente a bere nelle tradizionali alcoholic house. Quindi, sotto l'effetto dell'alcool, compiono azioni spesso deplorevoli. Inizialmente, ogni cosa era difficile per noi; fondammo l'associazione avendo solo delle speranze, senza il sostegno di alcuno. Coprimmo anche tutte le spese di tasca nostra, mentre stavamo approntando la politica amministrativa dell'associazione. Riguardo all'atteggiamento della gente nei nostri confronti, prima venivamo visti piuttosto male, non potevamo neppure svolgere le attività attorno al nostro villaggio come gli altri, ci proibivano di bere l'acqua dal fiume, distrussero il nostro casolare, ci picchiavano eccetera eccetera. Ma ora, l'atteggiamento è totalmente cambiato: quelle stesse persone mangiano assieme a noi e ci considerano pure come fratelli. Così, dopo questi alti e bassi, l'HAPCO (l'Ufficio per la Prevenzione e il Controllo dell'HIV/AIDS, ndr.) ci inviò una lettera ufficiale di cooperazione e ci fece avere pure il permesso legale dell'Ufficio Sanitario di Woreda. Alla fine, l'amministrazione di woreda ci diede un ufficio, anche perché nel frattempo eravamo cresciuti come associazione: attualmente, il numero totale dei nostri membri è 120 e, tra questi, 88 sono donne ed il resto uomini.”

Quali sono le attuali attività dell'associazione nella protezione dall'HIV/AIDS, nel campo dell'assistenza e sostegno e delle IGA?

“Per quanto riguarda la protezione dall'HIV/AIDS, istruiamo la gente sul tema, in considerazione delle loro esperienze di vita, nei luoghi religiosi, al mercato, nei meeting e nelle scuole. In questo lavoro, le donne sono ottime partecipanti. Circa i nostri programmi di assistenza e sostegno, aiutiamo i malati costretti a letto. Prima di tutto, forniamo loro supporto alimentare al fine di curarli direttamente a domicilio. Poi, una volta migliorate le loro condizioni di salute, selezioniamo un'IGA adatta a loro, in base al loro stesso volere, e forniamo corsi di formazione per il lavoro. In seguito, diamo loro un capitale iniziale per facilitare l'attività che dovranno intraprendere, al fine di renderli economicamente autosufficienti, capaci di provvedere a se stessi senza il supporto di altri. In ultimo, svolgiamo un continuo monitoraggio delle condizioni in cui si vengono a trovare ed esprimiamo apprezzamenti ogniqualvolta hanno successo; ma, quando non ne hanno, tutti i membri discutono insieme della questione per comprendere la causa della loro inefficacia, e alla fine, se la crisi è dovuta ad un'errata strategia o implementazione, pianifichiamo un'altra strategia o li istruiamo su come lavorare in maniera efficace e diamo loro dei soldi. In particolare, lavoriamo nell'agricoltura affittando terreni per i contadini locali a 4mila birr e facendo accordi per dividere la produzione con i proprietari degli stessi terreni: in questo modo, essi prendono 1/3 del totale prodotto. In aggiunta a ciò, abbiamo 3 mucche da latte e 13 buoi d'allevamento. A proposito, vendiamo i buoi allevati alla Coble Organization (che opera nella loro distribuzione a livello nazionale), così come alla gente del posto. Attualmente, ci sono 20 donne impegnate in IGA individuali. Alcune di loro lavorano nella vendita di injera, tè o nell'affitto di camere, vendendo anche cibo ai clienti. Altre lavorano nel settore agricolo nelle aree rurali. Il resto delle persone partecipa ad IGA di gruppo. Qui, abbiamo principalmente due tipi di attività, l'allevamento e l'agricoltura, cui si aggiunge l'apicoltura.”

Quant'è il guadagno netto che l'associazione ha ottenuto da queste attività negli ultimi anni e come viene poi utilizzato tale profitto?

“Abbiamo ottenuto più di 60mila birr. Parte di questa somma è stata depositata; con il restante denaro, paghiamo 200 birr al mese coloro che lavorano nelle specifiche IGA già menzionate. Ma, oltre al loro salario, c'è il sostegno alimentare attraverso l'acquisto di cereali, cipolle, berbere, latte, patate e via dicendo, al fine di rendere il più completo possibile il loro nutrimento. Ora, nessuno è costretto a letto, tutti i soci sono impegnati in qualche attività. Inoltre, ogni membro che partecipa alle IGA ha almeno 5 quintali di taff a casa propria, come pure 4 o 5mila birr in banca. Tutte queste cose non sono state semplicemente il risultato di un programma di sostegno, ma anche e soprattutto l'effetto dei loro stessi sforzi.”

Allora, qual'è il segreto del successo di questa associazione?

“Il segreto sta nel nostro appropriato utilizzo del denaro; noi cominciammo a lavorare con poco capitale. Quel denaro non era sufficiente, ma ciò non fu da ostacolo all'inizio della nostra attività. Tuttavia, se guardiamo ad altre associazioni simili, vediamo che esse non hanno iniziato a lavorare subito e con fiducia, pur avendo abbastanza soldi: queste scelgono strade sbagliate. Inoltre, da noi esiste un rapporto molto buono e stretto tra membri e leader, e pure tra i membri stessi. Così, lavoriamo insieme senza alcun riguardo per la posizione sociale o il sesso; abbiamo pure sedie del tutto simili tra loro nel nostro ufficio. Ci amiamo l'un l'altro, non ci sono soci falsi o sleali. Ci supervisioniamo l'un l'altro per essere perfetti, specialmente le donne sono molto brave in questo ed apprezzano la nostra attività, così come ci motivano ulteriormente a lavorare. Così, tutte queste cose creano nel nostro cuore un forte e speciale sentimento per gli altri. L'amore gioca un ruolo fondamentale per noi. Senza amore non ci sarebbe il nostro lavoro, senza questo lavoro non ci sarebbe amore.”

Venendo all'evento appena tenutosi a Bahir Dar, cosa hai provato quando hai visto la vostra associazione tra i vincitori?

“Agli inizi, ricordo, fu molto pesante per me, poiché lavoravamo da soli, senza il supporto di alcuno. Ripensando a questo, quando ho visto la nostra associazione premiata durante la cerimonia, ho provato una grande felicità. Ciò ci motiva ulteriormente a lavorare in maniera ancor più efficace.”

Cosa può dire l'efficienza della vostra associazione alle altre simili? In altre parole, cosa suggerireste alle altre associazioni?

“I nostri risultati possono insegnare molto agli altri riguardo il grande impegno sul lavoro ed i frutti che esso può dare. Adesso, molte persone si interrogano sul mistero della nostra efficacia. Sono sicuro che ciò crei una sana competizione tra le stesse associazioni, ciascuna delle quali vuole essere migliore delle altre. Ma qui voglio affermare chiaramente che il nostro lavoro non è finalizzato alla gloria o ad alimentare il nostro orgoglio, quanto piuttosto a renderci liberi dalla dipendenza economica. Riguardo ai suggerimenti che potrei dare alle altre associazioni, mi limito a dire che, per aver successo in questo campo, prima di tutto, ci deve essere amore tra i soci e tra questi e i leader, in ogni tipo di associazione. Un'altra cosa importante è il coinvolgimento dei membri, che dovrebbero concentrarsi solo sul loro lavoro, sentendo di agire per il proprio bene. Invece, la maggior parte delle volte, nelle altre associazioni, le persone si impegnano nella corsa ai posti di potere. Deve esserci eguaglianza tra soci e leader, ognuno deve avere un sentimento di uguaglianza e persino i capi dovrebbero evitare di dare ordini: dovrebbero invece guidare gli altri nel lavorare insieme per lo stesso obiettivo.” L'obiettivo di alzarsi e sorgere nuovamente, come il sole del mattino dopo una lunga notte buia.



Simone Accattoli
Volontario in Servizio Civile, Etiopia

giovedì 19 marzo 2009

Dal sudore della fronte l'acqua per tutti



Gulgula Kebele – Spring On Spot

Ci sono adulti e bambini, ragazzi e ragazze; chi ci dà dentro con la zappa e chi, soprattutto i più giovani, va avanti e indietro senza sosta alcuna, sulla propria testa un vaso o un contenitore in plastica. E ancora, c'è chi dirige, chi ne approfitta per avere un po' di refrigerio e chi temporeggia nell'attesa di trovare il modo per rendersi utile. C'è insomma un'intera comunità, un'umanità operosa in questa vallata che si apre dinnanzi ai miei occhi, qui nella Southern Nation Region, sud-ovest dell'Etiopia. É la gente di Gulgula, piccola kebele nella Zona del Wolayita, ed il loro agire comune è in nome di quell'elemento che da sempre è sinonimo di vita, ma che da queste parti rappresenta soprattutto un enorme problema: l'acqua.

É qui che il CVM ha avviato, a metà febbraio, la costruzione di un SOS (Spring On Spot), che letteralmente sta per “Sorgente d'acqua sul posto”, vale a dire un sistema per l'incanalamento dell'acqua da una fonte già esistente ed il suo successivo utilizzo in termini di potabilità, di igiene personale, come pure per il bestiame da allevamento, attività vitale, assieme all'agricoltura, per le circa 500 persone di questa comunità, che si alternano nei lavori, dando ciascuno il proprio contributo, come avviene oggi, perché per ciascuno di essi il completamento di tale opera, previsto nel giro di un mese o un mese e mezzo, significherà una vita un po' migliore di quella precedente.

“Finora, – ci confida Tesfaye, interrompendo per qualche istante il suo alacre scavare – abbiamo dovuto far fronte a diversi problemi per via di quest'acqua, che era piena di vermi e batteri. Questo ha causato diverse malattie alla nostra gente. Inoltre, dovevamo ogni volta condurre il bestiame a fonti d'acqua molto lontane da qui. D'ora in poi, questi problemi saranno risolti e potremo utilizzare in altri modi il denaro finora speso per le cure mediche, soddisfacendo bisogni alimentari e primari. Questa opera ci permetterà di risparmiare denaro e tempo: ad esempio, le nostre donne, invece di andare in altri villaggi a prendere l'acqua, come hanno sempre fatto, potranno rimanere qui e svolgere qui i loro lavori.”

In situazioni come questa, i termini “cooperazione” e “condivisione” cessano di essere meri concetti, scendono dall'Empireo per farsi phenomena, realtà concrete, visibili, finanche tangibili. Lo è la papaia che un uomo, la fronte perlata dal sudore e poco più su un cappellino della NBA, mi porge amichevolmente, dono dell'abesha (cioè l'Etiope) al ferengi (lo straniero) venuto da lontano. L'uomo si chiama Hailu ed è il franco muratore dell'opera, l'unico impiegato fisso assunto dal CVM, che pure stipendia altri due lavoratori giornalieri, spese abbastanza rilevanti per l'ONG italiana, se si considerano in aggiunta i costi per i materiali e quelli per il trasporto di questi da Sodo (il “capoluogo” di Zona, dove ha sede l'ufficio) a Gulgula, un totale di 15 Km circa. Sempre ad opera dello staff CVM sono ovviamente le attività di supervisione tecnica e controllo dei lavori. Ma, come vuole lo stile già adottato per altri progetti, vedi quelli nell'ambito della lotta all'HIV/AIDS, è la stessa comunità locale ad essere protagonista del proprio progresso, venendo quindi responsabilizzata, in base ad un approccio che solo in questo modo può dirsi a lungo termine.

Tutto ciò emerge dalle parole di Asefa, che, in qualità di leader del water committee appositamente formatosi e costituito da 7 elementi (3 donne e 4 uomini), tra una settimana avrà il compito di formare i membri della comunità riguardo il corretto utilizzo e la successiva gestione e manutenzione dell'impianto. “Tutti qui – afferma il leader del comitato creato su iniziativa del CVM – partecipano ai lavori, in modo del tutto volontario e contribuendo persino con dei soldi: 5 birr da parte di ogni famiglia. Si lavora tutti insieme per lo stesso obiettivo e per il bene comune.”

Per utilizzare un'ormai celebre metafora, la Comunità Volontari per il Mondo ha preferito ancora una volta insegnare alla gente come pescare, piuttosto che darle un pesce già pronto, buono per un pasto, magari due, e non per tutti quelli che può garantire un know-how pur elementare. Sono questi uomini e queste donne, adulti e bambini, abbiano in mano la zappa o un contenitore per l'acqua, gli artefici di quanto di positivo potrà avvenire nella loro dura quotidianità di qui in avanti. Spesso, per iniziare a camminare si ha bisogno solo di una piccola spinta.


Simone Accattoli
Volontario in Servizio Civile, Etiopia

martedì 17 marzo 2009

Undici anni di maturità


È una ragazzina piuttosto alta per la sua età, 11 anni, quasi a simboleggiare quanto la vita l'abbia costretta a crescere troppo in fretta, poco tempo da dedicare a giochi spensierati con una madre malata e la continua necessità di guadagnare qualche soldo. Tutto ciò ha portato, comunque, la piccola “grande” Endalat Fenta ad avere le idee ben chiare, anche sui suoi sogni e obiettivi futuri, che tanto sanno di concretezza, legati come sono alle esperienze vissute.
“Vorrei diventare un medico, – confessa infatti la bambina, ora, con il supporto del CVM, studentessa presso la Scuola Elementare Shimbet – per poter aiutare mia madre e le persone come lei.” Già, quella madre che a lei non ha potuto fornire il sostegno che meritava, che le serviva, causa la malattia che l'ha colpita, quella piaga che da troppo tempo affligge il continente africano e l'Etiopia, in particolare, a livelli epidemici: l'AIDS. “Vivevo con mia madre – racconta Endalat – nella Woreda di Tiss Abay, non lontano dalla città di Bahir Dar, dove mia madre dovette venire, dopo essersi ammalata, per ricevere le cure necessarie. Così, andai a vivere da alcuni parenti, ma presto la situazione rese molto difficile proseguire i miei studi: ero continuamente impegnata in lavori pesanti, come quello di raccogliere e trasportare concimi per i campi. Allora, dovetti abbandonare la scuola. Poi, quando le condizioni di salute di mia madre cominciarono a migliorare, la raggiunsi finalmente a Bahir Dar. Tuttavia, non erano bei momenti per noi: mia madre non aveva lavoro e non sapevamo di che sopravvivere. Dopo non pochi problemi, l'associazione di persone sieropositive Mekdem Ethiopia, collaborando con gli uffici governativi, trovò per lei un piccolo posto di lavoro. Successivamente, con l'aiuto di questa stessa associazione e dalla Family Guidance Association of Ethiopia, abbiamo aperto un negozietto per la vendita di pane e tè.”
A questo punto, risolti o, per lo meno, affievoliti alcuni fondamentali problemi, il pensiero della piccola “grande” Endalat tornò subito alla scuola, al desiderio di conoscere ed imparare: “Volli entrare alla Scuola Elementare Shimbet, ma nuovi problemi emersero quando l'amministrazione scolastica mi chiese 30 birr per l'iscrizione. Io non li avevo, quindi non fui ammessa e saltai le lezioni per una settimana. Dopodiché, fortunatamente, un mio vicino di casa trovò per me, dall'amministrazione della Kebele, una libera licenza per l'istruzione.” Ma il percorso che porta alla scuola era ancora lungo e tortuoso per Endalat e non si fa riferimento alle polverose strade non asfaltate di Bahir Dar. É qui, all'inizio dell'anno accademico 2006/07, che entra in gioco la Comunità Volontari per il Mondo: “Aggirato il problema del pagamento per l'iscrizione, restava quello di come procurarsi il materiale scolastico. La Bahir Dar Orphan Children Association registrò il mio nome e lo segnalò al CVM per il programma di Educational Support. Così, dopo qualche giorno, ricevetti dal CVM tutto il materiale necessario per l'istruzione: penne, libri di testo, uniforme. Questo tipo di sostegno è stato molto importante, necessario per me, perché mia madre non aveva la possibilità di aiutarmi a comprare queste cose. Senza il sostegno del CVM, avrei dovuto interrompere ancora la scuola. Prima di entrare nel programma, ero pessimista riguardo al mio futuro scolastico: come avrei potuto pagare i miei studi? Ma ora, riesco a pensare positivo e spero di studiare ancora tanto per realizzare i miei obiettivi.”

Simone Accattoli
Volontario in Servizio Civile, Etiopia

venerdì 13 marzo 2009

Quando la forza di madre fa il pane quotidiano


Sono uno di fronte all’altro, pochi metri e una strada a separarli. Due luoghi dove si uniscono, si incontrano, si conoscono vite travagliate, accomunate, pur nella loro unicità, dai motivi che lì le hanno condotte. Da una parte il carcere di Debre Tabor, mura alte, torrette con guardie armate e quell’austerità propria delle prigioni di tutto il mondo, quasi un “non luogo” dove la vita forzatamente si ferma, sospesa, mentre le altre là fuori vanno avanti. Di rimpetto, un accenno di recinzione, una casa di terra e legno, spazio aperto, dove altre vite difficili, “sbagliate” direbbe qualcuno, provano a ripartire, a voltare pagina. È qui che la Edget Behibret Association sta facendo nascere la propria attività, una panetteria, grazie alla quale questo gruppo di 35 donne sieropositive, molte delle quali senza più un marito, potranno sostenere economicamente se stesse ed i propri figli.

Le componenti di questa associazione, sorta a giugno 2008 con il supporto dello staff CVM di South Gonder, sono state selezionate all’interno della più ampia e composita Yehiwot Chora PLWHA’s Association, l’effettiva condizione di vita e le relative necessità quale unico criterio. Proprio in relazione alla particolare vulnerabilità di questo gruppo, madri sieropositive e per giunta con il bisogno di provvedere al sostentamento della prole, il CVM ha organizzato una formazione specifica di 10 giorni, durante i quali le donne sono state iniziate al programma delle IGA, cioè attività da cui generare profitto, per il cui inizio la stessa ONG italiana ha stanziato una somma di 25.000 birr (circa 1.700 Euro). Oggi, l’edificio dove verranno preparati pane ed altri cibi della tradizione etiope, da rivendere anche al vicino carcere, è praticamente ultimato, a mancare solo i macchinari atti al lavoro, che arriveranno presto da Bahir Dar e per il cui acquisto lo Zonal HAPCCO ha già messo a disposizione 20.560 birr.

Tangute Mengestu è membro dell’associazione e, parimenti alle sue compagne, ha una storia da raccontare, un’esperienza di vita che l’ha segnata profondamente, senza per questo abbatterla, ché c’è una famiglia da portare avanti, contando solo sulle proprie forze. “Dopo la morte di mio marito, – ricorda Tangute – la mia vita è stata un inferno: sola con tre bambini e senza la possibilità di provvedere al loro sostentamento, di nutrirli adeguatamente. Ma ora, con l’aiuto del CVM, ho un’opportunità importante e sono felice per questo.” La chance di una vita migliore, tuttavia, non cancella la memoria di ciò che è stato, la quale traspare da uno sguardo tristemente assorto, da quegli occhi che tradiscono un accenno di pianto.

Ha invece un sorriso solare, che non ammette ombre di tristezza, Yesheye Yalew, manager e responsabile dell’associazione, anche lei sieropositiva, madre di quattro figli, ad uno dei quali ha trasmesso il virus dell’HIV. “Abbiamo sempre apprezzato il lavoro del CVM, – dice la donna, accompagnandoci all’interno di quella che presto sarà una vera panetteria – che ci ha aiutato in molti modi, dandoci denaro ed organizzando corsi di formazione. Di questo siamo grati a Dio. Stiamo uscendo da esperienze terribili e ci sentiamo come rinate a nuova vita. Abbiamo progetti, speranze: vogliamo costruire una grande attività e dare così un aiuto concreto ai nostri figli. Per questo, contiamo di sfruttare al meglio i 300 metri quadrati a nostra disposizione: per esempio, in futuro abbiamo in programma di utilizzare la porzione di terreno dietro l’edificio per coltivare ortaggi e vegetali ed ampliare così il nostro commercio.” Da questo lato della strada, l’istante non permane; la vita è già ricominciata.


Simone Accattoli
Volontario in Servizio Civile, Etiopia

mercoledì 11 marzo 2009

Storie: la commerciante e la formatrice



Sediamo ad un tavolo, sorseggiando tè ed accompagnandolo con il pane tipico della zona, spugnoso e dal colore scuro. La giornata è calda, per non dire afosa, qui nella kebele di Borkoshe e, dopo una lunga camminata sotto il sole, la piccola locanda di Amenech è il luogo ideale per trovare ristoro.
Alle pareti, poster di celebri calciatori accanto ad immagini sacre, come in ogni bar, bettola, abitazione d'Etiopia. I bambini non si fermano un'istante, se non per dispensare gli ormai consueti sguardi di stupore al pallido ferengi. Mi sembra di scorgere il passaggio ad una camera o comunque ad un'altra stanza. É in questo edificio, terra e legno con tetto in lamiera, che Amenech lavora ed abita assieme alla sua famiglia. Lei, al pari di altri, ha potuto beneficiare del servizio idrico fornito dalle strutture progettate ed approntate dal CVM, con il lavoro manuale ed il costante impegno della stessa comunità locale, fattasi custode e responsabile dei vari punti d'approvvigionamento, dove l'acqua arriva spinta dalla forza di gravità. Lasciato per un attimo il bancone, dietro al quale fanno bella mostra di sé bottiglie in serie di Mirinda e Pepsi, è lei stessa a descriverci in che modo la sua vita, la sua quotidianità familiare e lavorativa è mutata in seguito alla realizzazione del progetto idrico.
“Prima della costruzione di queste opere, – spiega Amenech, introdotta all'argomento da Temralech, social facilitator del CVM – dovevamo far fronte a diversi problemi, primo fra tutti quello delle malattie, così frequenti perché l'acqua che utilizzavamo era piena di batteri, come l'ameba e molti altri. Oltre a questo, per avere dell'acqua dovevamo spesso percorrere a piedi lunghe distanze, per raggiungere un fiume comunque sporco e pieno di vermi: in questo modo, perdevo molto tempo e la mia attività lavorativa ne risentiva negativamente. Allora, dato che per il mio lavoro ho bisogno di molta acqua, per cucinare, lavare, preparare cibi e bevande, mi organizzai per avere un servizio di trasporto: in questo modo potevo rimanere nel bar, mentre arrivavano i rifornimenti d'acqua, ma spendevo moltissimi soldi.”
Poi, quasi tre anni fa, entrò in funzione il sistema approntato dal CVM. Questi i risultati, gli effetti sulla condizione di vita di Amenech, che, oltre a dispensare cibi e bevande nella spartana ma accogliente locanda, ha anche qualche animale d'allevamento ed un piccolo terreno, dove coltiva patate dolci, mais e taff: “Dopo la costruzione dell'impianto idrico, posso dire di aver quasi risolto i miei problemi: ora, abbiamo a disposizione acqua pulita e, per di più, nel posto dove viviamo. Ciò rappresenta una bella comodità ed un gran risparmio di soldi; ora posso gestire bene la mia attività da sola. Quest'acqua non mi serve solo per bere, cucinare e pulire, ma è fondamentale anche per il sostentamento dei miei buoi e del mio mulo.”
Insomma, dalle parole di una diretta interessata si evince un concreto mutamento tra il prima e il dopo. In mezzo, un durante fatto di duro lavoro e di consapevolezza, una presa di coscienza della situazione, per la quale un ruolo fondamentale ha giocato e gioca tuttora il Wat.San. Committee, ovvero il Comitato per l'Acqua e l'Igiene, di cui Abebech, da poco entrata nel locale, fa parte.
“Ho ricevuto una formazione specifica di cinque giorni, – afferma la ragazza, membro del comitato promosso dal CVM e formato ad hoc dal personale dell'Ufficio Governativo per l'Acqua e di quello per la Sanità – dopodiché abbiamo condiviso con il resto della comunità le competenze acquisite, insegnando loro come ottenere ed utilizzare l'acqua, come prendersi cura di se stessi, il modo appropriato in cui gestire e mantenere l'impianto e come prevenire i danneggiamenti.” Anche in questo caso, l'iniziativa si è rivelata fattore di mutamento reale, riflesso nei comportamenti delle persone. “La gente – continua, infatti, Abebech – agisce in modo diverso rispetto a prima: ha cura della propria igiene personale e rispetta di più l'ambiente in cui vive. Ora, le persone usano l'acqua in maniera appropriata nelle loro case, prestando attenzione alle fondamentali norme d'igiene; lo stesso vale per le modalità d'approvvigionamento e per gli strumenti che si utilizzano. La formazione che abbiamo ricevuto e poi trasmesso agli altri membri della comunità rappresenta una grande possibilità, perché attraverso essa possiamo ridurre la nostra esposizione a determinate malattie e prenderci cura degli impianti per l'acqua, ad esempio proteggendoli con delle recinzioni. Prima del nostro training, non c'erano protezioni, ma solo un fiumiciattolo di acqua sporca; non c'era alcuna consapevolezza delle norme sanitarie ed igieniche nel raccogliere ed utilizzare l'acqua; non si prestava le minima cura persino nel lavare bicchieri e tazze in casa.” Semplici pratiche ed accortezze, scontate si direbbe pensando “all'Occidentale”, ma in un contesto dove di semplice e scontato non c'è nulla.

Simone Accattoli
Volontario in Servizio Civile, Etiopia

lunedì 9 marzo 2009

Globalization makes Ethiopia... United



Ottanta lingue differenti ed innumerevoli dialetti, volti e paesaggi così dissimili da affascinare ogni volta di più, etnie diverse e religioni diverse, che convivono quasi ovunque pacificamente: insomma, un caleidoscopio culturale, naturale ed antropologico sorprendente. Questa è l'Etiopia: tanti Paesi in uno e non solo per la vastità del suo territorio. Eppure, se è vero che essa sussiste, almeno formalmente, in quanto unità, ci dovrà pur essere una caratteristica che la connoti nella sua totalità.
C'è, d'accordo, quell'istituzione che si chiama Stato, ma ad esso si affianca l'aggettivo Federale, tanto più che una delle cifre dell'attuale Governo, a quanto si dice, è proprio l'attenzione alle diverse realtà etniche (l'altra faccia della cui medaglia è la vecchia e sempre valida regola “Divide et Imperat”). C'è alle spalle, è vero, la plurimillenaria storia di imperi e regni, che però hanno visto il proprio centro di potere spostarsi, da Axum, il cui impero aveva provati contatti commerciali con quello Romano, a Gonder, splendida capitale del “Medioevo Abissino”, tralasciando la presenza di altri regni e reami ancora, che hanno visto nel tempo e in differenti zone i fasti di ricche città, sorte e poi decadute, seppure ancora esistenti; e comunque, tali gloriose ma tramontate realtà, una volta disegnate su una cartina, non corrispondono effettivamente all'attuale estensione della Nazione Etiope, che già da un po' di tempo include, fra l'altro, ampie regioni del Sud (le attuali SNNPR e Somali Region). C'è senz'altro una forte e storica presenza della Chiesa Ortodossa d'Etiopia, nei secoli custode della cultura nazionale, se così la si può definire; tuttavia, non si può chiudere gli occhi di fronte alla rilevante presenza islamica nel Paese, dove, se è vero che nel Nord (Amhara e Tigray) gli Ortodossi rappresentano circa il 65% della popolazione, man mano che si scende a sud, la moschee si fanno sempre più visibili e frequenti, il tutto senza considerare la discreta presenza di Protestanti e, in misura minore, Cattolici, comunque protagonisti di una lunga tradizione missionaria, e ancora quello che fu, in mezzo a tanto animismo pagano, il primo “insediamento” monoteistico nel Paese: l'Ebraismo, della cui tradizione molto rimane ancora oggi.
Allora, dov'è, qual'è il comune denominatore di questa Nazione? Fatico davvero a trovarlo. Probabilmente non ne so abbastanza o, magari, ho un po' esagerato nell'accentuare diversità all'interno di ambiti, nei quali si possono comunque riscontrare elementi d'unione nazionale. Mentre mi perdo dietro questi ragionamenti, i miei occhi osservano i bambini lungo le strade, nei mini-bus, accanto le abitazioni: alcuni mi fissano quasi sbigottiti, altri salutano sorridendo, altri ancora (pochi) continuano imperterriti nei loro giochi. Poi, d'un colpo, realizzo. Quasi illuminato, trovo finalmente il minimo comun denominatore che stavo cercando. Ma sì, come ho fatto a non pensarci, a non notarlo prima? Manchester United, Arsenal e Chelsea; Cristiano Ronaldo e Rooney, Fabregas e Drogba, nomi e numeri, accompagnati da stemmi e colori. Da queste parti, tutti i ragazzini, nella grande città come nel villaggio di campagna, da Nord a Sud, siano essi di etnia Oromo o Amhara, maschi e pure femmine, ricchi o poveri, belli o brutti, insomma tantissimi di loro, a prescindere dal contesto, hanno indosso le maglie delle squadre di calcio inglesi.
Qui, vanno davvero matti per la Premier League, le cui partite vengono trasmesse dalla TV di Stato e possono essere viste nei locali, nei bar e in molte case, pure nei cinema, come in quello di Bahir Dar, dove non potrai veder alcun film, ma un bel Liverpool-Chelsea, quello sì. Mi fece specie, quando, dalla finestra della mia camera ad Addis Abeba, vedevo abitazioni piuttosto misere, un insieme che alcuni non esiterebbero a definire baraccopoli; ma, per quanto misere fossero, sopra queste case raramente mancava una bella parabola, per captare le onde su cui viaggiano le prodezze degli artisti della pedata anglosassone. Ed ha un bel parlare, al riguardo, Abba Gera, giovane prete etiope, quando dal cenacolo del centro missionario lancia strali e con forza lamenta: “Per colpa del calcio, i ragazzi non ragionano più e quel che è peggio è che non studiano neanche, per stare dietro alle partite. Manchester, Arsenal, Drogba... E intanto non fanno nulla, perdono la possibilità di costruirsi un futuro, di essere utili a loro stessi e al proprio Paese. Gli dici 'Italia' e ti rispondono 'Totti'. Sanno il numero di scarpe dei loro calciatori preferiti, ma se gli chiedi di fare due conti vanno in pallone. È una droga. Così è impossibile!”. Già, talmente impossibile da essere reale.
Ma l'identità di una grande Nazione non può certo ridursi ad un frutto della “globalizzazione pallonara”. Deve per forza esserci dell'altro. Ecco cosa c'è da fare: andare in profondità, alle “radici” della cultura nazionale, essere nella “vera” Etiopia, quella delle zone rurali, dove le persone vivono ancora nelle tradizionali abitazioni di terra e legno, non comprano il cibo nei negozietti, ma se lo fanno, campando di agricoltura e pastorizia, e si muovono in groppa ad animali, al limite con dei carretti, invece che con i mezzi motorizzati, seppur vecchi e scassati. È proprio in un piccolo villaggio dell'East Gojjam, dal nome impronunciabile, che ci fermiamo, sulla strada da Bahir Dar ad Addis Abeba. Eccoci, pastorelli in giro con il bastone in mano, di cemento e asfalto neanche l'ombra, così come di uffici, bus e frutti del progresso. Mi accingo ad entrare in una di quelle casupole sopra descritte, terra, legno e poco altro; una scarna recinzione appena fuori e piccole bestie d'allevamento a piede libero. Il proprietario è un conoscente delle persone che mi accompagnano, gente abesha con cui lavoro. Finalmente passo l'uscio, sono dentro la “vera” Etiopia. Anziani signori in bianche vesti tradizionali mi salutano e tornano a sacramentare, grandi croci ortodosse al collo. Enjera nei piatti, tella nei bicchieri e sui muri immagini sacre e... E non solo. Già, perché a fare compagnia (o da contraltare, fate voi) al Salvatore e a sua madre Maria, ci sono, impeccabili divise rosse indosso, i Campioni d'Europa del Manchester United, tutti lì, ineffabili e sorridenti, mentre il Cristo soffre sulla croce. E, a guardare bene, sono molto più presenti i poster degli idoli calcistici che le icone sacre. Ci sono più immagini di Cristiano Ronaldo che del buon Gesù ed il povero Cristo quasi impallidisce, di fianco alla grande foto del campione che allarga le braccia ed apre la bocca nell'urlo liberatorio, che solitamente fa seguito ad una delle sue prodezze, “miracoli” della tecnica calcistica. Il diavolo e l'acqua santa... Pardon, i Red Devils e l'acqua santa. La sfida, in questo caso, è impari. Non c'è nulla da fare. Non c'è icona religiosa, bandiera o Selassié che tenga: il modello, il punto di riferimento per le attuali generazioni dell'Etiopia tutta è un ragazzotto portoghese, che al lavoro indossa i calzoncini corti.

Simone Accattoli
Volontario in Servizio Civile, Etiopia