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venerdì 15 maggio 2009

Ragazze, ce la possiamo fare!


Come funzionano i fondi rotativi CVM

“Wasichana tunaweza” è il motto delle ragazze di Bagamoyo che partecipano al progetto di rafforzamento del ruolo femminile nella società che CVM sta portando avanti nel Distretto di Bagamoyo. Significa “Ragazze, ce la possiamo fare” ed è veramente quello che le ragazze stanno facendo, grazie a piccoli prestiti elargiti secondo le modalità dei fondi rotativi.
CVM ha identificato 18 villaggi del Distretto in cui aprire i fondi rotativi. 12 di questi fondi si rivolgono alle ragazze e 6 alle donne. Per quanto riguarda le ragazze, ogni fondo è stato pensato per essere gestito da associazioni composte da 32 ragazze. Ogni associazione è suddivisa in 4 sottogruppi di cui fanno parte 8 ragazze. I 6 fondi rotativi rivolti alle donne sono invece gestiti da 24 donne, suddivise in 4 sottogruppi composti da 6 donne l’uno.
I fondi rivolti alle ragazze fanno circolare 4.000.000 di Scellini Tanzaniani l’uno (l’equivalente di circa 2.500 Euro), mentre quelli per le donne ammontano a 3.000.000 di Scellini Tanzaniani l’uno (l’equivalente di circa 1.875 Euro). L’ammontare massimo del prestito ottenibile è di 500.000 Scellini Tanzaniani (l’equivalente di circa 310 Euro). Le donne, più sicure di sé e spesso già impegnate in attività economiche da tempo, chiedono solitamente prestiti da 500.000Tsh per migliorare la propria attività o porne in essere di nuove. Le ragazze, invece, puntano a prestiti dall’ammontare inferiore, a partire da 100.000Tsh. Gli interessi ammontano al 10% del prestito, e servono per coprire i costi di gestione che la segretaria del gruppo deve sostenere, ad esempio le spese di trasporto per portare i soldi in banca, e per proteggere il fondo dall’inflazione che in Tanzania è galoppante (un tasso medio annuo del 10,3% nel 2008). Inoltre, oltre alle restituzioni mensili, le donne e le ragazze stanno iniziando a depositare sui conti correnti bancari del proprio gruppo delle piccole somme a titolo di risparmio.
CVM ha organizzato la formazione delle prime 48 ragazze (6 gruppi) e 36 donne (6 gruppi) in giugno 2008. Le ragazze e le donne hanno partecipato ad un corso di stampo economico, della durata di 10 giorni, in cui sono state fornite informazioni relative a come gestire una piccola attività economica, come tenere una basilare contabilità ed il funzionamento del fondo rotativo. Le 48 giovani hanno poi frequentato altri 5 giorni di formazione per diventare educatrici dei propri coetanei relativamente all’HIV/AIDS, al cambiamento comportamentale, alla salute riproduttiva ed ai diritti umani.
Il momento formativo a cui donne e ragazze partecipano è molto importante, serve loro per riflettere sul fondo rotativo, sulla responsabilità che hanno verso gli altri membri del gruppo e focalizzare sull’attività che svolgeranno. E’ successo infatti che alcune ragazze, dopo la formazione, abbiamo deciso di lasciare il programma perché non si sentivano in grado di ripagare il prestito.
I primi gruppi di donne e ragazze, formati a giugno, hanno ricevuto i prestiti in settembre mentre altre 48 ragazze, appartenenti a nuovi 6 gruppi, sono state formate a novembre 2008 ed hanno ricevuto i prestiti in gennaio 2009. Le restituzioni dei prestiti stanno procedendo bene, con le dovute piccole eccezioni che non possono mancare in ogni “buona famiglia”. Comunque, il denaro delle restituzioni continua ad alimentare i fondi. Così, in febbraio 2009, le donne e le ragazze appartenenti ai secondi sottogruppi dei 12 fondi rotativi aperti in settembre sono state formate e stanno ottenendo i prestiti, man mano che i ripaganti dei primi sottogruppi rimpinguano i rispettivi fondi rotativi. Nelle prossime settimane di maggio saranno i secondi sottogruppi dei 6 fondi aperti a gennaio a ricevere la formazione ed i relativi fondi sono già pronti per l’elargizione dei primi prestiti.
Da un recente monitoraggio svolto fra le beneficiarie dei fondi rotativi è emerso che i guadagni delle donne e delle ragazze hanno subito una variazione positiva. Se, in media, prima di ottenere il prestito esse guadagnavano l’equivalente di 1 o 2 Euro al giorno, ora guadagnano dai 4 ai 6 Euro in una giornata lavorativa. Chi, fra le donne, già aveva piccoli negozi che consentivano guadagni di 5 Euro giornalieri, ora ne guadagna dagli 8 ai 12. Questo aumento delle entrate è usato per pagare le spese mediche e d’istruzione per i propri figli, acquistare cibo migliore, medicine, vestiti e affrontare le spese di tutti i giorni. Anche la capacità di accantonare dei piccoli risparmi è aumentata. Le donne e le ragazze, economicamente indipendenti si sentono ora più forti e possono sperare in un futuro più roseo per sé e per le proprie famiglie.
Inoltre, le ragazze che sono ora formatrici dei propri coetanei in tema di HIV/AIDS, cambiamento comportamentale, salute riproduttiva e diritti umani, hanno iniziato a svolgere questa importante missione nei propri villaggi ed ora non hanno più problemi ad affrontare questi temi che prima consideravano dei tabù.
Insomma, i fondi ruotano, le informazioni relative alla prevenzione dell’HIV circolano e le ragazze ce la fanno. Naturalmente è solo l’inizio, ma queste donne e ragazze sono già una bella realtà per Bagamoyo e, come recita un detto tanzaniano: “Little by little, a little becomes a lot”.

Francesca Gritti
Volontaria in Servizio Civile, Tanzania

giovedì 23 aprile 2009

C'è sempre un mango


C’è sempre un mango.

Il sole brilla chiaro ed indisturbato alto nel cielo azzurro, nessuna nuvola a intralciare i suoi raggi potenti e penetranti. Dondoliamo dentro il fuoristrada, sudati e sonnolenti per la temperatura e il viaggio di un paio d’ore su strade polverose e dissestate, oggi è giornata di visita sul campo, dopo giorni di lavoro in ufficio oggi è arrivato il momento di andare a vedere come procedono le attività ma soprattutto di incontrare i veri protagonisti del progetto che stiamo facilitando, donne e uomini dei villaggi del distretto di Bagamoyo, amici e compagni di viaggio.
Qualche discussione durante il viaggio, normalmente in inglese, sempre più spesso in “tentato swahili” e a volte in italiano. Complice il caldo, ci si assopisce, soprattutto io e Francesca, ma veniamo presto svegliati da una buca o da un dosso, non possiamo lamentarci, il nostro viaggio è molto più comodo rispetto a quello di qualsiasi altra persona che incontriamo lungo il tragitto, pulmini sovraffollati da mamme con il loro relativo fagottino dagli occhi grandi e neri, incerte biciclette sovraccariche e scricchilanti oppure gruppetti donne e ragazze in fila indiana con pesanti secchi in testa, i corpi avvolti da kanga variopinti e i volti rigati dal sudore.
Ormai è marzo e dovrebbe essere iniziata la stagione delle piogge, ma di acqua nemmeno l’ombra, solamente qualche breve acquazzone che dura meno del tempo di una canzone. Larghi appezzamenti di campagna iniziano ad ingiallire e i contadini iniziano a temere per i propri raccolti ma la per gran parte il colore dominante è ancora il verde degli immensi spazi non coltivati punteggiati da magre mucche al pascolo e palme spettinate dalla brezza proveniente dall’ Oceano Indiano. Arriviamo a Talawanda, il primo villaggio della giornata, ci accolgono volti sorridenti e mani tese, mani ruvide e dalla pelle spessa, sguardi timidi e sfuggenti, sguardi più vivaci e curiosi di bambini scalzi che giocano allegramente sotto un mango. Eh sì perchè c’è sempre un mango, c’è sempre un mango all’ombra del quale sedersi e chiacchierare, spuntano le sedie e le panche e ci si siede insieme, una alla volta spuntano le ragazze che grazie ad un piccolo prestito hanno migliorato o iniziato una loro piccola attività economica, c’è chi cucina, c’è chi compra e vende vestiti, che chi prepara pane e frittelle e le vende per strada, c’è chi ha deciso di vendere frutta e verdura o chi ha preferito il pesce. Ascoltiamo, consigliamo, incoraggiamo. Saliamo di nuovo in macchina e ci spostiamo verso il prossimo villaggio, Msata, anche qui c’è un mango, un verdissimo mango frondoso, al momento privo di frutti, ci sediamo con il gruppo locale dell’associazione di persone che vivono con l’HIV. Anche qui volti sorridenti, sguardi sfuggenti e mani ruvide, compaiono due stuoie e ci sediamo sotto il mango, ancora una volta scenografia naturale di questo incontro, all’ombra del mango ascoltiamo racconti di vita, di gente che lotta, gente discriminata, gente che ha voglia di vivere una vita piena e ha voglia di lottare.
Abbiamo viaggiato molto lungo le strade del distretto, stretto decine di mani, salutato molte persone, sotto un mango abbiamo condiviso problemi, ascoltato speranze e bisogni, sogni di un futuro migliore, l’importante è che ci sia sempre un mango sotto al quale sedersi senza fretta, lentamente, aprendosi all’ascolto e essendo pronti a raccontarci, per condividere qualcosa e crescere insieme. Credo che questa sia una lezione molto importante, dovremmo cercare un mango tutti i giorni, se non fisicamente, almeno un mango spirituale, sotto al quale sederci e lasciare da parte la fretta, i piccoli doveri quotidiani e lasciarci andare in conversazioni e cuore aperto, lentamente, senza tempo, senza barriere e senza pregiudizi, abbassiamo lo scudo protettivo di cui spesso abbiamo bisogno, o pensiamo di aver bisogno, per andare avanti nella vita di tutti i giorni. Abbassiamo lo scudo, abbassiamo le armi e sediamoci insieme sotto un mango, anche questo l’ho imparato qui, in Africa.

Stefano Battain
Volontario in Servizio Civile, Tanzania

venerdì 3 aprile 2009

LE RAGAZZE DI LUGOBA


Le ragazze di Lugoba sono belle.

Le ragazze di Lugoba sono quelle che sorridono dietro la rete di un bugigattolo colorato adibito a negozio di cellulari, o meglio, negozi di caricabatterie a pagamento, con tanto di rassegna completa di ogni tipo di caricabatterie esistente, soluzione per chi non ha la corrente in casa ma non rinuncia al cellulare.

Le ragazze di Lugoba sono quelle sorridono camminando lentamente trascinando le infradito e aggiustandosi il loro kanga* sgargiante mosso dal vento, vento che solleva la polvere rossa in turbini e onde, polvere che si muove nell'aria entrando nelle narici dei venditori di anacardi, pronti a rincorrere camion vuoti e pullman stipati di gente sudata diretti ad Arusha o a Dar es Salaam.

Le ragazze di Lugoba sono quelle che vivono in case piccole e nel primo pomeriggio dormono all'aperto con un paio di bambini nudi, sdraiate per terra all'ombra di una veranda, sono quelle che passeggiano lungo la superstrada che attraversa il paese. Sono quelle che sorridono al'ora del tramonto, quando il sole diventa grande illuminando la pelle scura e liscia dei loro giovani volti, il cielo si fa arancione e il flusso continuo di camion traballanti e puzzolenti rallenta un po', l'aria si fa tiepida e leggera e i gas di scarico nell'aria diminuiscono, la polvere non si vede piu' ma si annusa lo stesso.

Le ragazze di Lugoba sono quelle che escono dalle loro case all'imbrunire, quando il muezzin chiama i fedeli musulmani alla preghiera della sera e dagli altoparlanti eccheggia questo richiamo incomprensibile ma affascinante, la citta' inizia a respirare ed inizia una nuova vita per Lugoba, una vita buia, poche le luci, in movimento quelle dei rari camion che fanno fischiare i freni in questa notte africana, alcuni bagliori di fuochi accesi per arrostire il kitimoto (maiale) o friggere un chipsimayai (uovo e patatine fritte,insieme), l'odore di carne arrostita aleggia nell'aria mescolandosi a quello delle sigarette, il cibo e' pronto a sfamare camionisti di passaggio o uomini del posto che a sera hanno stancato i loro poveri sederi a forza di starsene seduti a bere e giocare a carte tutto il giorno.

Le ragazze di Lugoba sono quelle che servono una birra dopo l'altra al bar o ballano il giovedi' improvvisando danze che mimano rapporti sessuali e poi il venerdi, con tanto di velo, si siedono al bar dopo la preghiera nella moschea.

Le ragazze di Lugoba sono quelle che sono qui per caso, hanno due figli avuti presto che vivono con i genitori, un marito anima persa da qualche parte a Dar es Salaam e ti chiedono di pagar loro una soda o qualcosa da mangiare per non intaccare il magro stipendio da cameriera.

Le ragazze di Lugoba sono quelle che si siedono ai tavolini di plastica silenziose e regalano sesso fugace in cambio di due birre o qualche etto di carne.

Le ragazze di Lugoba sono quelle che se di amarle ti vien la voglia ti regalano il paradiso anche senza prenderle per la mano e senza salire al primo piano, anime perse sotto lo stellato cielo di Lugoba.

Le ragazze di Lugoba sono quelle che stanno mentre tutti se ne vanno da qualche parte, capitate per caso, rimangono senza ragione se non quella di andare avanti, da sole, con le proprie forze, in qualche maniera, orgogliose ma a rischio, in molti sensi.

Le ragazze di Lugoba sono quelle che si ammalano di AIDS, ingrossando le fila di questo flagello africano.#

Le ragazze di Lugoba sono quelle che fanno sesso con il preside della loro scuola a tredici anni, rimangono incinte e vengono fatte abortire in una bella e fredda clinica di Dar es Salaam, e vedono il carnefice della loro anima arrestato e rilasciato in poche ore perche' intoccabile segretario delle sezione locale del partito di governo e membro dei servizi segreti.

Le ragazze di Lugoba sono quelle che hanno un futuro, forse...

*drappo colorato che copre gli arti inferiori, usato dalle donne tanzaniane anche per molti altri usi)

# Due terzi dei portatori di HIV vive in Africa (22 milioni su 33 totali).


Stefano Battain

Volontario in Servizio Civile, Tanzania

giovedì 5 marzo 2009

Francesca Gritti dalla Tanzania: 8 Marzo


L’8 marzo è arrivato e penso alle donne e alle ragazze che ho incontrato in questi mesi in Tanzania. Hanno molto in comune con le ragazze italiane: amano vestirsi bene, cambiare acconciatura, chiacchierare e uscire con le amiche.
Peccato che per vestiti intendo dei semplici pezzi di stoffa non cuciti o, ad andar bene, qualcosa di seconda mano; per parrucchiere intendo l’amica o la zia che ti fanno le treccine e quando dico uscire intendo andare al pozzo a prender l’acqua con le altre donne ed i bambini.
Qui le ragazze diventano donne presto, ed altrettanto presto capiscono come la vita delle donne africane sia tutt’altro che semplice.
Alla scuola primaria sono molte, ma spesso si assentano per aiutare in casa e comunque non hanno mai molto tempo per studiare perché devono dare una mano nei campi o curare i fratellini. Quindi, anche le fortunate che riescono a completare il primo ciclo di studi a volte non sono nemmeno capaci di scrivere correttamente nella propria lingua. Altre non rienscono nemmeno a completare l’educazione primaria, spesso per via di gravidanze premature, a volte causate da violenze subite in casa, a scuola o nei campi.
L’istruzione secondaria, invece, è un privilegio riservato a poche ragazze. La prevalenza di studenti maschi è palese fin dal primo sguardo. Matrimoni e gravidanze precoci, poi, minano anche questo esiguo numero di studentesse.
Sono belle, giovani, poco istruite e abituate a sottostare ai comandi: sono le perfette candidate a vedere violati i propri diritti. Ed è proprio questo che accade… per molte donne qui c’è poco da festeggiare.
Le ragazze diventano mamme quando sono ancora bambine, molte ventenni hanno già figli di 2 o 3 anni e sono poche le trentenni che ancora non ne hanno avuti. Non è inoltre raro che queste giovani mamme lascino i loro figli ai propri genitori e se ne vadano a lavorare in città, tornano poche volte l’anno a rivedere i propri bambini. Non si tratta di madri snaturate, non cadiate in facili giudizi: sono donne spesso sole i cui compagni se ne sono andati e le cui famiglie non sono in grado di prendersi cura di tutti. Queste ragazze lasciano i propri figli per trovare sostentamento per sé e per i piccoli. E’ impossibile pensare di portarli a vivere con sé in una piccola stanza in città, dovendo lavorare tutto il giorno. Baby-sitter ed asili esistono solo per i ricchi… il welfare state non è di casa qui! Essendo poco istruite fanno lavori umili, cameriere o donne delle pulizie principalmente. Gli stipendi sono bassi e non è poi così difficile cadere nella tentazione di farsi offrire un pasto o una birra … il fatto è che nessuno da’ niente per niente e quindi in qualche modo occorre pagare. Non la si può chiamare prostituzione, si tratta piuttosto di quello che gli esperti definiscono “sesso transazionale”. A volte, poi, non è nemmeno questo: è pura violenza, non di rado subita fra le stesse pareti domestiche. Con un tasso di HIV ce in certi punti della nazione supera il 20%, è semplice capire a quale altissimo rischio siano esposte queste donne che non sono quasi mai nelle posizione di poter chiedere ai propri partner di praticare rapporti protetti.
Le donne tanzaniane con un livello d’istruzione elevato e consce dei propri diritti sono poche; vengono da famiglie benestanti o hanno avuto la fortuna di studiare grazie a borse di studio spesso offerte da istituzioni internazionali.
Il progetto CVM/APA di Bagamoyo mira a far crescere il numero di donne e ragazze consce dei propri diritti, indipendenti e capaci di evitare i comportamenti che le pongono a rischio di contrarre l’HIV. Si punta alla formazione ed all’informazione attraverso training e workshop, all’educazione attraverso borse di studio per l’educazione tecnico-vocazionale e l’università ed all’indipendenza economica grazie a piccoli prestiti elargiti secondo le modalità dei fondi rotativi.
Si tratta di attività che saranno in grado di dare potere alle donne tanzaniane anche al termine del progetto CVM/APA in quanto il denaro dei prestiti e delle borse di studio è elargito sottoforma di fondi rotativi in cui il capitale continua a accumularsi per successivi beneficiari e le informazioni relative all’HIV/AIDS, al cambiamento comportamentale, alla salute riproduttiva ed ai diritti umani continuano a circolare fra i giovani grazie agli educatori formati durante i training.
La strada è lunga ed in salita, ma le donne e le ragazze tanzaniane hanno tutte le carte in regola per giocare al meglio la propria partita. CVM/APA sta fornendo loro dei mezzi essenziali per renderle consapevoli e forti…è solo questione di tempo. Guardando le donne italiane sembra impossibile anche solo immaginare che abbiano ottenuto il diritto al voto solo nel 1946. Fare questo paragone mi da’ speranza, chissà quanta strada percorreranno le donne di Bagamoyo nei prossimi 60 anni!

Francesca Gritti
Volontaria in Servizio Civile, Tanzania