venerdì 20 luglio 2012

Testimonianze - Antonella dall'ospedale di Chalinze, Tanzania

Comincia ad essermi familiare la strada che da Bagamoyo conduce verso l’interno, quell’irrompere della terra rosso ruggine e dell’asfalto dissestato che ad ogni sobbalzo mi ricorda che è mattina e non è tempo di sonnecchiare, quelle capanne nascoste tra la vegetazione, quei piccoli villaggi che si aprono sulla strada e si riempiono di bambini che, seduti a terra e a piedi scalzi, da una tazza bevono latte dipingendosi la bocca di bianco, quelle bancarelle piene di banane e arance, quelle figure di donne che mantengono in equilibrio secchi d’acqua muovendosi sinuosamente.

Dopo circa tre ore passate ad osservare da dietro un finestrino uno scorcio di terra tanzaniana in movimento, dopo una breve sosta a Lugoba, dove una parte del team CVM rimarrà per quattro giorni di workshop sui diritti delle donne, arriviamo nel villaggio di destinazione: Chalinze.

Chalinze è una piccola città, 100 Km ad ovest di Dar es Salam, una zona di passaggio, il centro di rifornimento principale per i viaggiatori provenienti dal sud e nord della Tanzania, data la presenza di sei stazioni di servizio. Sul ciglio della strada una moltitudine di camion e daladala (tipico autobus), intorno tanti piccolissimi bar dove fermarsi ad assaggiare la cucina tanzaniana. Bancarelle stracolme di frutti, piccoli shop dove con un po’ di pazienza riesci a trovare quel che ti serve. Di notte diventa un luogo vivace con bracieri sparsi dappertutto utilizzati per cuocere pietanze dagli odori invitanti e a volte, mischiati al fumo, nauseabondi, banchetti illuminati dalla luce di una fiamma che lascia intuire la tipologia della merce presente. E poi un’immensa moltitudine di gente che si riversa sulla strada alla ricerca del posto in cui consumare la cena ,di uomini soli che vagano alla ricerca di incontri fugaci con giovani donne che vendono il proprio corpo in cambio di pochi scellini: questo è uno dei motivi che contribuisce a fare di Chalinze uno dei centri a più elevata prevalenza di infezioni Hiv/Aids nella regione del Pwani.

Ed è qui che è presente il CTC (CARE AND TREATMENT CENTRE) strutturalmente un’ospedale a padiglioni in mezzo alla natura. Dopo avere effettuato il colloquio con il medico responsabile per decidere di cosa, come e quando occuparmi, vengo accompagnata nel padiglione maternità. Senza nessun preavviso, varcata la soglia d’ingresso e dopo aver percorso un breve corridoio, mi ritrovo catapultata direttamente nella sala parto, dove gli occhi registrano la presenza di tre donne distese, nude, senza alcuna privacy, sui rispettivi letti, tra l’odore pungente di sangue e il vento caldo che entra dalle finestre aperte sul cortile: al sentimento di intrusione forzata in un ambiente così delicato si sostituisce a breve quello di accoglienza da parte del team tanzaniano. Due di queste donne sono nella fase di travaglio, si girano e rigirano nella speranza di trovare la posizione meno dolorosa durante le contrazioni, si lamentano discretamente, si alzano, camminano intorno al letto e si riallungano di nuovo. A distanza di un’ora dal mio arrivo, Hamida, una ragazza di 20 anni alla sua prima gravidanza dai lineamenti del viso perfetti e un corpo impeccabile, richiama la nostra attenzione dando inizio alla fase del parto. Si intravede la piccola testolina ma le spinte di Hamida da sole non bastano: una delle nurse posiziona uno sgabello all’altezza del torace e con tutto il peso del proprio corpo e la forza delle mani comincia a fare pressione su quel pancione contratto ed immobile.

Sembrano minuti infiniti. Finalmente la testa è fuori, piano piano anche la spalla, il resto del corpicino viene tirato fuori dalla seconda nurse e la comparsa del pianto soffuso e tanto atteso ci fa sorridere di gioia per questo evento così sofferto. E’una bimba! Una futura donna d’Africa!  Una sorpresa, perché qui non esistono ecografie in gravidanza che svelano il sesso del nascituro. La piccola viene posizionata sul grembo materno, il cordone ombelicale clampato, legato e tagliato, avvolta da un tipico kanga colorato me la mettono in braccio per pesarla facendomi sentire meno mzungu: e sì, i bambini in Africa alla nascita sono bianchi, solo con il passare delle ore e dei giorni, in presenza della luce e l’attivazione della melanina, si scuriscono assumendo il colore nero della pelle. Peso:2,9 Kg, indice Apgar 9/10. E il nome?? Come si chiamerà questo batuffolo che ho tra le mie braccia?? non è dato saperlo al momento: sarà il padre, una volta tornata a casa, dove la vedrà per la prima volta, a darle il nome!!! Mentre il resto del team è impegnato nella seconda fase del parto, l’espulsione della placenta, avvolgo la piccola con altri Kanga per evitare l’ipotermia e rimango ad osservala mentre strizza gli occhi, muove le labbra in segno di suzione, si porta il pollice alla bocca come se fosse un ciuccio.

Al termine la riconsegno alla giovane madre che con una naturalezza straordinaria se la avvicina al petto e comincia ad allattarla: che forza Hamida, ha appena partorito e sembra serena e riposata come se nulla fosse successo, un evento così eccezionale ed emozionante per noi e così naturale e tranquillo per loro, a distanza di pochi minuti dal parto è seduta sul letto con in braccio la prima figlia e riesce a mangiare e mandare messaggi con il cellulare. In Italia la sala d’aspetto si sarebbe riempita di parenti ed amici per vedere e fare festa al nascituro, qui non c’è ombra neppure del padre… solo una parente silenziosamente e discretamente entra nella sala per portare cibo e vestiario di ricambio, ma non si ferma neppure a guardare questa nuova creatura d’Africa, presta attenzione alle esigenze della madre. Che mondi diversi!

Intanto nella stanza adiacente alla sala parto, seduta su un lettino, c’è Rukia, 22 anni, in attesa della visita medica. Ci spiega il motivo della sua presenza: dolore addominale, perdite ematiche, ritardo mestruale da circa due mesi. Per me abituata a lavorare in emergenza, fare l’addizione di segni e sintomi non è difficile e il campanello d’allarme che si tratti di un aborto o minaccia d’aborto comincia immediatamente a suonare nella testa diventando certezza dopo la prima sommaria visita ginecologica. Il medico mi spiega che si tratta di un aborto interno ritenuto, ovvero l’embrione è morto, ma non è stato espulso all’esterno, così la soluzione è una sola: revisione uterina, quindi dilatazione e raschiamento. Mi chiedo come riescano questi medici a fare con tale certezza questo tipo di diagnosi solo attraverso occhi senza ad esempio l’utilizzo di un ecografo, e mi chiedo come mai questa donna rimane in silenzio senza porre nessuna domanda, senza chiedere: ma è sicuro? Affidandosi completamente nella mani di quest’uomo con il camice bianco.

E dopo pochi minuti, eccola, Rukia, sdraiata sul lettino ginecologico, sul viso smorfie di dolore, si agita e si dimena fino a che non decide di prendermi le braccia e stringermele fino a farmi male per scaricare il suo, di male. Mi guarda con occhi spalancati quasi a volermi implorare aiuto, a volermi rimproverare per quello che le stà accadendo. Avrei voluto dirle: <> Ma non conosco lo swahili, le sue urla mi lasciano impietrita e allora rimango lì, ferma, immobile, ad osservarla e a lasciare che scarichi il suo dolore sulle mie braccia. E finalmente dopo venti lunghi e interminabili minuti tutto è finito: piano piano molla l’intensità di presa sulle mie braccia e mi lascia andare.

Rukia rimarrà sdraiata sul fianco ancora altri 15 minuti, giusto il tempo per recuperare le forze fisiche. Quindi si alza, si riveste e, a passo lento ma deciso, varca la porta d’uscita di quella che per un’ora è stata la sua gabbia di tortura.

Eccola quella forza d’animo della donna africana! Negli incontri del CVM l’avevo intravista tra le donne del microcredito, tra le ragazze di Mkanga e Saadani durante il workshops sui diritti delle donne e dei bambini. Ma qui ,tra queste mura dell’area ginecologica, ne ho avuto l’assoluta conferma: è la forza d’animo che si lega con la resistenza fisica al dolore che fa, nella donna, il futuro dell’Africa!

Antonella, Bagamoyo,Tanzania.

martedì 10 luglio 2012

Testimonianze - KARIBU BAGAMOYO, anche Antonella ci scrive dalla Tanzania



Ed eccomi finalmente a scrivere, seduta su un letto sormontato da una zanzariera, in questa prima intensa giornata Africana.
Ore 6:20. Il volo proveniente dal Cairo atterra all’aeroporto di Dar es Salam all’orario previsto mentre il sole piano piano scopre i profili della terra tanzaniana. Tempo burocratico per visto e ritiro bagagli e varcata la soglia d’uscita dell’aeroporto Dar ci si presenta in tutta la sua “caoticità”.
Daniela, la Country Rappresentative del CVM, e Perfect, l’autista, ci accolgono con un cartello per identificarsi e subito ci salutano con quel "Karibuni" che diventa una comune negli incontri quotidiani: "Asante Sana" la risposta. Con la jeep ci dirigiamo verso il centro di Dar per trovare tre cose fondamentali per la nostra permanenza: carta sim tanzaniana per telefono, internet key, money change. E' l’occasione per cominciare a guardarmi intorno e per capire dove sono atterrata. E guardandosi intorno si respira l’aria di una città coloniale con case basse e strade polverose dove a quartieri apparentemente ricchi e sviluppati seguono altri, più poveri e popolari, cosiddetti slum (baraccopoli).


Traffico a Dar
Lungo la strada che separa Dar da Bagamoyo, l’unica strada asfaltata costruita recentemente, è un vai e vieni di gente continua: in bici, in sella su una motocicletta (piki-piki) in macchina, su due gambe, all’interno dei daladala (una sorta di taxi collettivo su minivan) o nei tuk-tuk (una specie di taxi privato a tre ruote paragonabile alla nostra “Ape cross”) a piedi scalzi o con le scarpe, in divisa da scuola o con ceste in testa riempite fino all’orlo. Dai vestiti ci si accorge subito che questa città ha una sorta di multietnicità locale: convivono differenti etnie, tra cui i masai, che si distinguono per l’utilizzo di una veste rossa e viola con un bastone d’appoggio in mano e per i larghi buchi ai lobi dell’orecchio. Lo sguardo si perde tra i mille banchetti dislocati qua e là che vendono cibi: banane, mango, papaya oppure cibi cotti al momento dagli odori invitanti e a volte pungenti. 
La strada è a tratti asfaltata, a volte ricoperta di sabbia e terra rossa, altre disconnessa per le buche. 
Dopo circa un’ora è il villaggio di Bagamoyo a scoprirsi ai nostri occhi: anche qui le strade sono piene di sagome dai colori spesso sgargianti che si muovono su un asfalto sabbioso e disconnesso utilizzando vari e a volte originali mezzi di trasporto. L’odore piacevole dei cibi cotti si mescola con il puzzo dei rifiuti lasciati ovunque, parabole giganti sono posizionate su essenziali capanne di terra o di cemento: è il contrasto, il tutto e il contrario di tutto. 

Gruppetti di bambini a piedi scalzi e con occhioni incuriositi che ti guardano, spalancano un sorriso dai mille denti, alzano e agitano le mani in aria, ti salutano divertiti con Hello o Hi perché sei Mzungu, straniero, e ti corrono incontro aspettandosi in cambio caramelle. Che Bagamoyo sia il distretto più povero e meno sviluppato della regione del Pwani lo si intuisce in fretta. Diventa una certezza all'arrivo nella guest house, dove l’acqua è una presenza incostante e fare una doccia, nel senso europeo del termine, diventa un’avventura non facile, dove la corrente elettrica è discontinua e anche ricaricare un cellulare può essere un problema. E il cellulare portato in mano o attaccato al collo è diventato uno strumento anche qui indispensabile, utilizzato non solo come mezzo di comunicazione, ma anche per lo spostamento di denaro e per i pagamenti, indispensabile pur non avendo una presa per ricaricare la batteria in casa e pur dovendo ricorrere, per usufruire del servizio, alle tante piccole botteghe (small shops) del distretto. 
Bagamoyo
La House of volunteers non è situata nelle zone residenziali dei più benestanti, ma in uno dei quartieri poveri di questo distretto, è la linea del CVM (Comunità Volontari per il Mondo): non per i poveri, ma con i poveri, condividendone la stessa modalità di vita. Daniela è il nostro “cicerone” giornaliero, ci accompagna per le strade di Bagamoyo rispondendo alle mille curiosità e facendo da traduttore simultaneo swahili-italiano, una lingua dal suono caldo e dolce come questa terra.

E sulla spiaggia di Bagamoyo, dove rimangono ancora i resti dell’edificio in cui gli schiavi venivano scelti e venduti (il nome Bagamoyo letteralmente in lingua Swahiili significa “deponi il tuo cuore”, probabilmente riferito agli schiavi che portati qui abbandonavano ogni speranza), e dove è presente la comunità dei pescatori, la cui attività rappresenta una delle attività economiche del distretto, che per me il sole tramonta per la prima volta in terra d’Africa, regalando un gioco straordinario di forme e colori.


Antonella, Volontaria CVM da Bagamoyo Tanzania.



Testimonianze - Eugenia da Bagamoyo



Mamboooo!! quante volte ho detto questa parola oggi... Poa!

Sembra di essere a casa, di vivere qui da sempre, di conoscere tutti da una vita. Le donne sono bellissime ed hanno gli occhi pieni di vita, speranza, amore. I bambini sono stupendi, simpatici, sorridenti e la parola che usano più spesso è "pipi", ovvero caramella: le chiedono in continuazione! 

Nonostante tutto, questa gente è riuscita a donarmi un senso di serenità e pace. Camminare a piedi nudi sulla loro Terra, fare "giro giro tondo" con una bimba, vedere Mamma Aisha che sorridendo cambia Abdul che mi ha fatto la pipì addosso, farsi la doccia prendendo l'acqua da un secchio...si, è proprio questo che intendevo, la capacità di rendere un istante magico, un semplice gesto pieno di emozioni: loro ci riescono. Potrebbero essere tristi e non lo sono, potrebbero odiarci, ma ci ringraziano, potrebbero essere cupi, non aver fiducia in nessuno e invece ogni volta che li incontriamo ci stendono la mano ee MAMBO!! HABARI YA? 

Queste le mie prime emozioni nella MamaAfrica, domani comicia il lavoro, vedrò l'altra parte della medaglia, sicuramente non sarà tutto così sereno e tranquillo, l'Africa non è solo sorrisi, Dada e Kaka, ma mi basta pensare che questa gente riesce a darmi tanto e così ho ancora più voglia di comiciare. 

Usiku Mwema!! 

Eugenia da Bagamoyo

La Torcia dell’Unità e i diritti di donne e Bambini

Ogni anno, per 4 mesi, la Tanzania viene ripercorsa villaggio per villaggio, regione per regione, da una torcia, una torcia simbolica che attraversa le varie tappe che hanno condotto il paese all’indipendenza dal colonialismo britannico. Fu Alexander Nyirenda, nel dicembre del 1961, a portare la torcia sul monte Kilimangiaro, affinché tutta la nazione fosse illuminata e guidata verso un nuovo periodo di libertà e convivenza pacifica.

Da allora, ogni anno, Uhuru Torch o Mwenge, la “torcia dell’unità”, passa di comunità in comunità per ricordare quel momento e tornare sul monte più alto della Tanzania. Il passaggio della torcia diventa così un'occasione per riunirsi, per discutere , per ricordare e festeggiare: quest’anno ha rappresentato anche l’occasione per riconoscere ufficialmente i WCR groups.

WCR significa Women and Children Rights, il nome attraverso cui definire i gruppi che nascono con lo scopo di facilitare lo sviluppo di una nuova coscienza sulla violenza e gli abusi contro le donne e i bambini e sui loro diritti. Si sono formati nei villaggi e sono composti da 6 a 10 persone, uomini e donne che svolgono già un ruolo attivo nella propria comunità di riferimento in qualità di TOTs (formatori di formatori), TOAs (formatori di animatori) CJFs (Facilitatori di Giustizia), oppure come maestri e medici. Queste persone vogliono contribuire su base volontaria a realizzare un ambiente più sicuro e sano nel distretto di Bagamoyo, attraverso la promozione e la difesa dei diritti dei più vulnerabili.


Kassim, CJF di Lugoba, ha ufficialmente presentato alle autorità e alla popolazione i gruppi del WCR, con un discorso ufficiale cui è seguito il taglio del nastro all'interno di una cerimonia che ha visto la consegna simbolica degli “attrezzi di lavoro”, fatti di diritti, leggi e rispetto dei più deboli, a Maria e Mwanahamisi, membri del gruppo di Lugoba.

CVM è riuscita a formare 372 persone, oggi tutte impegnate nei gruppi WCR presenti nelle 22 Wards di Bagamoyo con l’impegno di prevenire e dare, a livello comunitario, una risposta efficace e sostenibile alla violenza di genere e contro i bambini. Per raggiungere tale obiettivo i gruppi organizzeranno azioni di sostegno volte all’implementazione di leggi locali che a livello di villaggio possano essere di supporto alle leggi nazionali, per diversi aspetti carenti nella tutela dei diritti di donne e bambini. Inoltre i gruppi stabiliranno, in collaborazione con specifici Dipartimenti di Distretto, primi tra tutti Salute, Genere e Politiche Sociali, un sistema di riferimento e raccolta dati sui casi di abuso registrati nella comunità e allestiranno campagne di sensibilizzazione contro la violenza e gli abusi di genere e la violenza contro i bambini, coinvolgendo gruppi teatrali, educatori ed altre persone già formate sui diritti umani.

In Tanzania, secondo recenti indagini sulla salute e in relazione a numerose rilevazioni demografiche, 3 ragazze su 10 di età inclusa tra i 13 e i 24 anni riportano almeno un caso di violenza sessuale subita prima dei 18 anni. Il 23,7% delle donne e il 51,3% dei bambini riferiscono di aver subito violenza fisica dai loro mariti e dai loro padri, cifre altissime, soprattutto se si considera il gran numero di violenze che non viene riportato o a causa di una mancanza di consapevolezza di quelli che sono i diritti di donne e bambini o per sfiducia verso il sistema di giustizia formale, in un contesto sociale in cui la maggioranza delle comunità considerano la violenza domestica un comportamento socialmente accettabile.

E’ in questa dimensione che trovano significato e importanza i gruppi WCR nel Distretto di Bagamoyo, è qui che vorremmo trasformare la torcia un simbolo dell’unità nazionale in Tanzania nell'emblema dell’impegno della comunità nella difesa dei diritti di donne e bambini.

Daniela Biocca, Rappresentante Paese CVM in Tanzania

giovedì 21 giugno 2012

La Speranza in Africa è Donna

Il dramma dell'HIV/AIDS e l'impegno del CVM in Tanzania


Amina, Tabu, Asia, Ally, Sina, Mwajabu, Maria, Ashura, Nyasu, sono solo alcuni dei nomi di donne forti, coraggiose, sole, che ogni giorno convivono con il virus dell’HIV/AIDS che ha cambiato le loro vite, senza neanche sapere come “si sono conosciuti”. Ripudiate dai loro mariti perché infette, quegli stessi mariti che le hanno infettate, si ritrovano sole, con tre, quattro, cinque figli a dover affrontare una vita difficile, dura, impegnativa. Una o due volte al mese si svegliano molto presto al mattino, e con i figli, vanno in ospedale per sottoporsi al trattamento, una cura forte, che ha un impatto notevole sui loro corpi; passano lì l’intera giornata a districarsi tra i farmaci da prendere, i controlli da dover fare, e i figli da accudire che piangono perché hanno caldo o perché hanno fame e sete. 

Donne che vivono ai confini della società, allontanate da tutti, stigmatizzate, che senza neanche essere consapevoli di quale sia la loro colpa, si ritrovano, improvvisamente, ai margini della società. Donne spaventate, certo, anche perché è poca la conoscenza in materia, pochi i corsi di sensibilizzazione e di prevenzione, ma che non si abbattono, che si ingegnano, che trovano il modo di andare avanti per se stesse e per i loro figli. 

Parlando con loro, vedo, nei loro occhi tanta paura per il presente, tante incognite, ma anche tanta speranza per il futuro per loro e per altre donne come loro che vogliono “salvare” da questa vita; ed è per questo che molte delle donne che hanno contratto l’HIV/AIDS oggi sono tra le più attive nell’organizzazione e implementazione dei corsi di prevenzione, sensibilizzazione, educazione e nell’accoglienza e accompagnamento di altre donne malate. Hanno voglia di fare, di mettersi in gioco, vogliono cambiare le cose, credono che un altro mondo sia possibile e si impegnano per realizzarlo nonostante le mille difficoltà che incontrano da parte di una società che le ghettizza, una famiglia che le allontana, e uno stato che è incapace di soddisfare le loro necessità. Ma loro non si tirano indietro, non si lasciano schiacciare dal peso delle difficoltà e della solitudine e vanno avanti con l’aiuto delle associazioni che insieme a loro lottano per un futuro migliore, tra queste in prima linea c’è il CVM - Comunità Volontari per il Mondo, che è riconosciuta da tutti qui in Tanzania come una grande realtà che opera nel rispetto dei valori e delle tradizioni locali e lavora insieme alle comunità per rendere reale e non solo possibile un nuovo mondo. 


La speranza in Africa è donna, è delle donne, è con le donne ed è per tutti, 
grazie a questi grandi esempi di dignità.


Ludovica Cerritelli, giovane volontaria del CVM da Bagamoyo - Tanzania

martedì 12 giugno 2012

Io e loro, lì e qui


“Girando per le strade mi resi rapidamente conto di trovarmi intrappolato nella rete dell’apartheid. Anzitutto mi trovavo davanti al problema del mio colore di pelle. Ero bianco. In Polonia, in Europa, non mi era mai venuto in mente. Qui, in Africa, diventava la distinzione principale e, per la gente semplice, anche l’unica. Un Bianco. Un Bianco ossia un colonialista, un predatore, un occupante. Avevo invaso l’Africa, avevo invaso il Tanganica sterminando la tribù dell’uomo davanti a me, sterminando i suoi antenati. Ne avevo fatto un orfano e, per giunta, un orfano umiliato e impotente. Sempre affamato e ammalato. […] non riuscivo in coscienza a risolvere il problema della colpa. In quanto Bianco, per loro ero colpevole. La schiavitù, il colonialismo, cinquecento anni di torti subiti erano opera dei bianchi. Dei Bianchi, e quindi anche mia. […] Loro, i Neri, non avevano mai conquistato, occupato o imprigionato. Potevano permettersi di guardarmi dall’alto in basso. Erano di razza nera, ma pura. Mi facevano sentire disarmato senza niente da dire. Stavo male dappertutto. Per quanto privilegiata, la mia pelle bianca mi intrappolava nella gabbia dell’apartheid. ”                           

Ryszard Kapuscinski, EBANO


E’ mercoledì, abbiamo appena mangiato, con Peace (la mia responsabile) e con Molel (che mi chiama figlia mia perché i nostri cognomi si assomigliano), si parte alla volta di Saadani in tutta fretta: il corso di avviamento professionale per 30 ragazze sta volgendo al termine e noi dovremo essere al gate del parco nazionale di Saadani prime delle 18, altrimenti… matatizo (problemi) !!!
Lungo il tragitto, non sempre facile a causa delle condizioni delle strade e delle piogge, arriva la chiamata del responsabile del villaggio: nonostante i nostri tentativi nell’ultimo mese, per me è possibile entrare a Saadani solo pagando 20 dollari al giorno. Si ripropone quell’apartheid del libro che mi sta accompagnando in questi giorni: io discriminata perché bianca. Ed ora che si fa? Sono ormai in macchina, lo zaino è pronto, devo terminare con Peace i report e poi.. volevo rivedere le due associazioni! Vedere come procedevano i lavori! Lungo la strada mi sale un po’ di ansia.. passare delle notti da sola a Mkange, in una guest house che non è una guest house, conoscendo solo poche persone ed avendo la possibilità di parlare con ancora meno. Cosa mi aspetterà? Ma qui in africa ripetono sempre tutti “Hamna  shida”, e così cerco di liberare la mente e di farmi coraggio.
Arrivata a Mkange, una lieta notizia: la TOT (Trainers of trainees) del villaggio, Marta, nonché unica dottoressa, mi offre di dormire a casa sua. Suo marito è  a Dar per lavoro e suo figlio sta ultimando la scuola secondaria a Bagamoyo. Lei mi dice “Sono sola, perché non ti fermi con me?”. “Perché no? E poi in Africa non si può mai rifiutare o non accettare un invito!”.
E così mi ritrovo a casa sua, due stanze ed un piccolo ingresso, bagno esterno e polli, capre e papere tutte intorno. La mia stanza è anche la cucina, per andare in bagno devo uscire fuori, l’acqua viene usata con il contagocce e la porta è sempre aperta nel caso qualcuno avesse bisogno di essere medicato. Mentre consumavamo la prima cena insieme, pane fatto a mano e thè, vedo qualcosa muoversi nella stanza.. alla mia domanda su cosa fosse, lei risponde “do you know panya?”, “conosci i topi?”. E lì ho capito che in quei giorni avrei condiviso con Marta, le signore e i bambini vicini di casa e le ragazze dell’associazione ogni cosa.. dai pasti, al sonno, al tempo libero.
Che dire.. tra i più bei giorni finora trascorsi qui… guardando il cielo accanto al focolare, davanti ad un piatto di ugali e verdure offertomi dalla famiglia di Zahara, mi rendo conto di essere finalmente arrivata in Africa, l’Africa quella vera. Finora forse l’avevo solo assaporata, sì, c’è ancora molto da scoprire, ma ora i miei sensi iniziano a mettersi in moto..  l’accoglienza che tutti mi hanno riservato mi hanno fatto sentire davvero a casa.
La gioia delle ragazze che mi accolgono in classe, le loro risate ogni volta che provo a formulare una frase in kiswahili, i loro abbracci, la loro voglia di fare per cambiare realmente il loro futuro, hanno reso queste ore indimenticabili. Dopo 20 giorni di training sono in grado preparare sapone liquido, di realizzare batik, orecchini e collane, di preparare verdure e pesce in modo che possano essere conservati a lungo. Cosa il futuro riserverà per loro? Chi può dirlo con sicurezza? Ma di sicuro loro ce la stanno mettendo tutta!
Forse non riesco ad esprimere a parole quanto provato, forse è giusto così.. ciò che gli occhi vedono ed il cuore prova, a volte è un tesoro troppo grande per essere compreso. Avrei voluto abbandonare la mia mente in quei luoghi  e continuare a camminare su quella terra rossa ancora a lungo, ma il dovere mi richiama a Bagamoyo, e così si ritorna in ufficio.
Ma domani è un altro giorno, e farò di nuovo rotta per Mkange. 

Serena Morelli, volontaria in Servizio Civile in Tanzania

mercoledì 30 maggio 2012

Ciao Koletha



Koletha ha iniziato a lavorare con CVM a luglio dello scorso anno come facilitatrice agricola del progetto HELA – Salute, lavoro e Abilità Agricole rivolto a 70 ragazzi di 2 villaggi del Distretto di Morogoro, Tanzania. Koletha viveva con la sorella più piccola di 16 anni nella cittadina di Morogoro, la mamma vive nel loro villaggio d’origine nella regione di Kilombero, a nord ovest della Tanzania, e suo padre al Sud del Kenya. Nonostante origini molto umili, i genitori sono riusciti a far studiare Koletha che nel 2009 prende il diploma in Agricoltura Sostenibile e Sviluppo Rurale, presso il Baraka Agricultural College,in Kenya.
Subito dopo i primi lavori, prima presso un’associazione per la produzione di cacao e poi come assistente in un progetto per la formazione di allevatori ed agricoltori. Nel 2011 CVM. L’entusiasmo per un nuovo lavoro, una nuova avventura. Con il suo stipendio mantiene la sorella e la mamma. Pochi mesi dopo Koletha rimane incinta. Il suo ragazzo vive in Uganda per motivi di lavoro, ma sarebbe tornato per la nascita del bambino. Cosi aveva promesso.
La gravidanza non è di quelle semplici, Koletha è spesso costretta a stare a letto, diverse le minacce di aborto. L’ultima volta che ho visto Koletha è stata la scorsa settimana, era la prima volta da quando sono tornata in Tanzania. Ci siamo salutate e lei mi ha dato nuovamente il benvenuto in Tanzania. Abbracci e sorrisi per la gioia di rivedersi e continuare cosi a lavorare insieme. Ci siamo incontrate poco lontano dall’ospedale dove pochi muniti prima aveva fatto l’ultima ecografia, mancavano pochi giorni al parto ormai. Peace, la coordinatrice del progetto, la sgrida per essersi presentata all’incontro a cavallo di una moto-taxi: - è pericoloso nelle tue condizioni! - dice. La visita era andata bene – sono un po’ anemica- dice. Sempre Peace le consiglia di mangiare più mboga (verdura), ma Koletha ammette che la verdura proprio non le piace.
Ieri notte Koletha è andata all’ospedale civile di Morogoro, doveva effettuare il parto cesareo, era ora per il piccolo di nascere. E’ sola, nessuno l’accompagna. L’attesa per l’operazione è lunga, troppo. Koletha comincia a sentirsi male e avverte forti dolori addominali. Per complicazioni subentrate poco prima del parto, il bambino muore. Ma non viene soccorsa subito, si genera una forte emorragia interna che non viene arrestata in tempo. Koletha muore cosi, a 24 anni. Per poco attenzione, per negligenza, per un’attesa troppo lunga, per poca professionalità. E muore sola, cosi come da sola stava portando avanti il suo lavoro, sola stava pensando alla famiglia, sola stava vivendo una gravidanza.
Non credo di avere abbastanza parole per descrivere tutto questo, cosi come la morte arriva in maniera troppo facile, veloce. non ci sono parole per esprimere la rabbia del perché succedono ancora queste cose. Forse ricordare Koletha è l’unico modo per credere che un giorno le donne non dovranno più morire in questo modo, non dovranno morire più per mettere alla luce una nuova vita.  Ciao Koletha.
Daniela Biocca –CVM Rappresentante Paese Tanzania 25.5.12