martedì 9 giugno 2009

Tutte le sfumature del Nero


Prologo: la bussola geo-etnica e i problemi d'orientamento

Con il mio amico e collega abesha Betre si discute, davanti ad un piattone di injera e shiro wot, sul significato e sulla sussistenza o meno del termine “Etiopia”. Quale idea e, conseguentemente, quale realtà associare a tale parola? “Etiopia” o, potremmo dire, “Etiopicità” sembrano essere segni ambigui, cui non corrisponde un significato e, quindi, un referente univoco, per dirla con i paroloni della Semiotica.
Se è vero, come è vero, che per molte genti, appartenenti alle etnie più disparate e pur presenti all'interno dei confini della stessa Nazione, la parola “Etiopia” non è altro che un'etichetta, un marchio spesso scomodo affibbiato loro da un'istituzione al più estranea, lontana, aliena; se è vero, come è vero, che, solo poche ore fa, nell'ufficio CVM del Metekel, la giovane Alghina, mezzosangue Amhara-Gumuz, affermava chiaramente “Io non sono abesha”, aggettivo quest'ultimo che potremmo, pur con le postille del caso che non si starà qui ad aggiungere, tradurre con “Etiope”; se è vero tutto ciò che sto avendo modo di capire, vedere e sentire in questo altro pezzo d'Etiopia che si apre alla mia curiosità, alla mia esperienza, ai miei occhi, il Metekel, Regione del Benishangul-Gumuz, tanto duro da vivere quanto interessante dal punto di vista culturale, etnico ed antropologico; be', allora la questione non è affatto di poco conto e non può dirsi ristretta all'ambito quasi sofistico di un giochino logico o di una sciarada di parole, avendo invece fattuali ricadute e riflessi sulla reale situazione di questo grande Paese e su ciò che sarà di esso, sul suo futuro.
“Etiopia”, dunque, come mera istituzione politica, Stato (più o meno) democratico guidato da un Governo Federale, specifica frazione di un'aggiornata cartina geo-politica, oppure, andando un po' in profondità e legando il termine a quello di Ethiopianness (il sentimento della “Etiopicità”), il cuore culturale, storico e politico del grande ideale propugnato e portato avanti da re Theodoros, da molti considerato quale “Padre della Nazione”, e cui poi Menelik II, con le sue conquiste, diede le attuali forma e dimensione? Un cuore, questo, ben identificabile con le attuali Regioni Amhara (in sostanza, il Gojjam e Gonder) e Tigray, quelle solcate dal fiume Abbay (il Nilo Blu), di cui parla persino l'Antico Testamento, identificandole proprio con la Terra d'Abissinia. Si scava nella profondità e nelle origini del concetto, complicando non poco la questione.
Complessa è infatti la realtà che si mostra, in questi giorni, ai miei occhi. Si discute, davanti allo shiro e a due bottiglie di Dashen Beer, ma senza la pretesa di arrivare a risposte o soluzioni univoche. Complessa è la realtà e, per questo, affascinante. Come non sono affatto privi di fascino questi volti, quelli dei Kai (“Rossi”) Amhara, spesso riconducibili a fisionomie “occidentali”, e quelli scuri e duri, come l'ebano, degli Shenasha e ancor più dei Gumuz. Non lo sono le storie che ho avuto modo di ascoltare, all'appena refrigerante ombra di un bar o in un caratteristico villaggio dalle spartane capanne di fango e paglia, i racconti in cui la leggenda si confonde con la storia, una storia che parla di sopraffazioni e schiavitù, di migrazioni e battaglie, di odi ancestrali e macabre usanze, come pure di assimilazioni e spinte “civilizzatrici”. La realtà è in continuo divenire, come è vero però che il passato non muore mai. E allora, ancora una volta, cos'è l'Etiopia? Un qualcosa che stenta ancora ad essere, a formarsi, o qualcosa che c'era già molto tempo fa e si è poi mescolata con Altro da Sé, espandendosi o, meglio, inglobando ciò che gli stava attorno e chiamandolo con il proprio nome? Processo di liberazione nazionale, laddove una Nazione (nel senso Romantico del termine, quale insieme di genti unite da identica cultura, lingua e storia) già era presente seppur non istituzionalizzata, o piuttosto cammino di conquista di un popolo su altri, meno forti e capaci a difendersi, invasione con conseguente più o meno (mal)riuscita assimilazione? Da quanto ho avuto modo di comprendere, vedere, intuire, la seconda opzione sembrerebbe quella più vicina alla realtà storica, sebbene la realtà sia sempre un qualcosa di difficilmente definibile, un qualcosa che sta lungo un continuum, muovendosi di volta in volta tra gli estremi di due definizioni, come quelle di cui sopra, che servono più che altro da parametro, strumento per rapportarsi a un qualcosa che è di fatto molto più complesso e “fluido”.
“Io non sono abesha” ha detto Alghina questo pomeriggio. E a pensarla come lei sono, probabilmente, molte altre persone in queste ed altre parti d'Etiopia (qui nel senso prettamente geo-politico ed istituzionale del termine). Si prendano in considerazione gli appartenenti al fronte di liberazione dell'Oromia, i tanti musulmani di etnia somala presenti nel sud-est del Paese e, ancora, piccoli e sparuti gruppi di dissidenti e pseudo-combattenti, che vivono rifiutando qualsiasi tipo di appartenenza nazionale, come i guerriglieri (se così si possono definire, enfatizzando un po') sulle montagne di Armacho, in North Gonder, presso il confine settentrionale con il Sudan. Penso alle donne dai volti duri e scuri, che ho visto proprio da queste parti, al mercato di Gelgel Beles, con bastone e sporte sulle spalle. A coloro che vivono lontani dalle città e dai paesini, le giornate scandite da pratiche e usanze pressoché immutabili nei secoli, quasi immuni all'invasivo processo di globalizzazione, come pure al progresso civile, dato da quell'affermazione di diritti fondamentali che può passare solo attraverso l'educazione. La pensano un po' allo stesso modo, forse, anche quegli uomini di etnia Gumuz, come l'Amministratore della woreda di Mandura, i quali si trovano qui pienamente (?) inseriti in contesti istituzionali, lavorando fianco a fianco con Amhara e rappresentanti governativi in genere, la bandierina con i colori panafricani e la stella del Millennio a far bella mostra di sé sulla scrivania del proprio ufficio.
E allora, dove mi trovo in questo momento, a parte davanti all'ennesima injera della settimana? In Etiopia, sì; ma anche nella terra dei Gumuz e dei Shenasha; come pure tra l'Abissinia citata nelle Sacre Scritture e l'odierno Sudan. Mi trovo, questo posso affermarlo con chiarezza, in un luogo dal caldo asfissiante, fattore climatico che non aiuta certo la lucidità mentale e il discernimento, bensì la fusione dei propri neuroni. Insomma, basta scervellarsi inutilmente, tentando di trovare definizioni, applicando categorie storiche e filosofiche ad una realtà che si conosce da così poco tempo. Raccontare: ecco cosa mi limiterò a fare... dopo aver finito lo shiro che è ancora nel piatto.

Simone Accattoli
Volontario in Servizio Civile, Etiopia

giovedì 28 maggio 2009

E le porte di casa si son poi aperte...



North Gonder/ Housemaids Association

C'è Etiye che, china sulla jebena, prepara il caffè secondo tradizione. C'è Assefu, dal capo coperto, e accanto a lei Enanitu, che sfoggia caratteristiche treccine. C'è la taciturna Hana e c'è anche, ogni tanto, Zenbu che, forse intimidita, passa la maggior parte del tempo fuori dalla piccola stanza. Sono una di fianco all'altra, vicine pure nelle esperienze di vita, tali ragazze, figlie d'Etiopia, che prestano servizio nelle case della woreda di Azezo. Sono componenti dell'Alem Housemaids Association, cioè l'associazione di domestiche sorta tre mesi fa e promossa da CVM/APA, al fine di educare, rafforzare e rendere meno vulnerabili a soprusi e violenze queste giovani di campagna.

Oggi, queste ragazze, qualche tempo fa paralizzate dalla paura, nelle case come durante i training psicologici e sanitari del CVM, sono di fronte a me, per parlare delle loro vicende, come fanno ogni domenica, nell'ufficio dell'Anti-HIV/AIDS Association, dove si ritrovano per discutere della settimana trascorsa, per condividere, tra un sorso di caffè e l'altro, le proprie esperienze e problemi. Si può immaginare la difficoltà nel convincere i padroni di casa a lasciarle andare, anche solo per un giorno alla settimana: un lungo lavoro di perseveranza, specialmente da parte dei volontari dell'Anti-HIV/AIDS Association. In totale, le ragazze sono 25 e tutte provenienti da quell'Azezo Woreda dove violenze e abusi sessuali sono quasi tradizione.

“Vengo dalla campagna – racconta Enanitue, dopo la morte di mio padre, non ho potuto continuare gli studi ed ho iniziato a lavorare come domestica. Adesso, la situazione è migliore rispetto all'inizio e, grazie al training, mi sento più sicura di me.” Etiye interrompe la preparazione del caffè per aprire la nera scatola dei ricordi: “Nel nostro lavoro, ci sono molti problemi, come i maltrattamenti cui spesso veniamo sottoposte. Io, ad esempio, sono stata più volte insultata, picchiata, bagnata con l'acqua bollente e pure... stuprata.” A questo punto, la voce di Etiye diviene flebile suono, rotto dall'emozione, e la sicurezza iniziale si scioglie in lacrime. Ma è solo un attimo, in un rapido cenno la mano spazza via l'angoscia, gli occhi tornano sulle tazzine pronte a ricevere il nero nettare che qui chiamano bunna.

Ora, si chiacchiera serenamente, sorseggiando caffè. Le ragazze si aprono al dialogo, abbattono le barriere che spesso ci rendono monadi, mondi a sé, chiusi all'Altro, finché, nel misterioso specchio dell'empatia, nell'Altro non si ritrova se stessi.


Simone Accattoli

Volontario in Servizio Civile, Etiopia

venerdì 15 maggio 2009

Ragazze, ce la possiamo fare!


Come funzionano i fondi rotativi CVM

“Wasichana tunaweza” è il motto delle ragazze di Bagamoyo che partecipano al progetto di rafforzamento del ruolo femminile nella società che CVM sta portando avanti nel Distretto di Bagamoyo. Significa “Ragazze, ce la possiamo fare” ed è veramente quello che le ragazze stanno facendo, grazie a piccoli prestiti elargiti secondo le modalità dei fondi rotativi.
CVM ha identificato 18 villaggi del Distretto in cui aprire i fondi rotativi. 12 di questi fondi si rivolgono alle ragazze e 6 alle donne. Per quanto riguarda le ragazze, ogni fondo è stato pensato per essere gestito da associazioni composte da 32 ragazze. Ogni associazione è suddivisa in 4 sottogruppi di cui fanno parte 8 ragazze. I 6 fondi rotativi rivolti alle donne sono invece gestiti da 24 donne, suddivise in 4 sottogruppi composti da 6 donne l’uno.
I fondi rivolti alle ragazze fanno circolare 4.000.000 di Scellini Tanzaniani l’uno (l’equivalente di circa 2.500 Euro), mentre quelli per le donne ammontano a 3.000.000 di Scellini Tanzaniani l’uno (l’equivalente di circa 1.875 Euro). L’ammontare massimo del prestito ottenibile è di 500.000 Scellini Tanzaniani (l’equivalente di circa 310 Euro). Le donne, più sicure di sé e spesso già impegnate in attività economiche da tempo, chiedono solitamente prestiti da 500.000Tsh per migliorare la propria attività o porne in essere di nuove. Le ragazze, invece, puntano a prestiti dall’ammontare inferiore, a partire da 100.000Tsh. Gli interessi ammontano al 10% del prestito, e servono per coprire i costi di gestione che la segretaria del gruppo deve sostenere, ad esempio le spese di trasporto per portare i soldi in banca, e per proteggere il fondo dall’inflazione che in Tanzania è galoppante (un tasso medio annuo del 10,3% nel 2008). Inoltre, oltre alle restituzioni mensili, le donne e le ragazze stanno iniziando a depositare sui conti correnti bancari del proprio gruppo delle piccole somme a titolo di risparmio.
CVM ha organizzato la formazione delle prime 48 ragazze (6 gruppi) e 36 donne (6 gruppi) in giugno 2008. Le ragazze e le donne hanno partecipato ad un corso di stampo economico, della durata di 10 giorni, in cui sono state fornite informazioni relative a come gestire una piccola attività economica, come tenere una basilare contabilità ed il funzionamento del fondo rotativo. Le 48 giovani hanno poi frequentato altri 5 giorni di formazione per diventare educatrici dei propri coetanei relativamente all’HIV/AIDS, al cambiamento comportamentale, alla salute riproduttiva ed ai diritti umani.
Il momento formativo a cui donne e ragazze partecipano è molto importante, serve loro per riflettere sul fondo rotativo, sulla responsabilità che hanno verso gli altri membri del gruppo e focalizzare sull’attività che svolgeranno. E’ successo infatti che alcune ragazze, dopo la formazione, abbiamo deciso di lasciare il programma perché non si sentivano in grado di ripagare il prestito.
I primi gruppi di donne e ragazze, formati a giugno, hanno ricevuto i prestiti in settembre mentre altre 48 ragazze, appartenenti a nuovi 6 gruppi, sono state formate a novembre 2008 ed hanno ricevuto i prestiti in gennaio 2009. Le restituzioni dei prestiti stanno procedendo bene, con le dovute piccole eccezioni che non possono mancare in ogni “buona famiglia”. Comunque, il denaro delle restituzioni continua ad alimentare i fondi. Così, in febbraio 2009, le donne e le ragazze appartenenti ai secondi sottogruppi dei 12 fondi rotativi aperti in settembre sono state formate e stanno ottenendo i prestiti, man mano che i ripaganti dei primi sottogruppi rimpinguano i rispettivi fondi rotativi. Nelle prossime settimane di maggio saranno i secondi sottogruppi dei 6 fondi aperti a gennaio a ricevere la formazione ed i relativi fondi sono già pronti per l’elargizione dei primi prestiti.
Da un recente monitoraggio svolto fra le beneficiarie dei fondi rotativi è emerso che i guadagni delle donne e delle ragazze hanno subito una variazione positiva. Se, in media, prima di ottenere il prestito esse guadagnavano l’equivalente di 1 o 2 Euro al giorno, ora guadagnano dai 4 ai 6 Euro in una giornata lavorativa. Chi, fra le donne, già aveva piccoli negozi che consentivano guadagni di 5 Euro giornalieri, ora ne guadagna dagli 8 ai 12. Questo aumento delle entrate è usato per pagare le spese mediche e d’istruzione per i propri figli, acquistare cibo migliore, medicine, vestiti e affrontare le spese di tutti i giorni. Anche la capacità di accantonare dei piccoli risparmi è aumentata. Le donne e le ragazze, economicamente indipendenti si sentono ora più forti e possono sperare in un futuro più roseo per sé e per le proprie famiglie.
Inoltre, le ragazze che sono ora formatrici dei propri coetanei in tema di HIV/AIDS, cambiamento comportamentale, salute riproduttiva e diritti umani, hanno iniziato a svolgere questa importante missione nei propri villaggi ed ora non hanno più problemi ad affrontare questi temi che prima consideravano dei tabù.
Insomma, i fondi ruotano, le informazioni relative alla prevenzione dell’HIV circolano e le ragazze ce la fanno. Naturalmente è solo l’inizio, ma queste donne e ragazze sono già una bella realtà per Bagamoyo e, come recita un detto tanzaniano: “Little by little, a little becomes a lot”.

Francesca Gritti
Volontaria in Servizio Civile, Tanzania

lunedì 27 aprile 2009

CADERE, ALZARSI E RISALIRE



La straordinaria parabola di Eyayu

Da negletto, allontanato da tutti, quasi untore di manzoniana memoria, a campione da imitare, esempio di come nella vita ci si possa sempre rialzare, rimboccandosi le maniche e dandosi da fare. È la straordinaria, quasi miracolosa, parabola esistenziale di Eyayu, uomo di mezza età, che qualche anno fa scoprì di essere sieropositivo. Era il 2003 e lavorava come cameriere in un ristorante di Gonder, impiego umile ma onesto; lavoro che perse non appena il proprietario del locale venne a sapere della sua condizione, del “marchio” che recava ormai addosso, stigma indelebile, vergogna inaccettabile.

Eyayu aveva appena conosciuto il CVM - Comunità Volontari per il Mondo e, ricevuta una formazione medico-sanitaria e pure psicologica, attraverso il Positive Living Training, iniziava a divulgare informazioni sul virus che lo aveva colpito, non solamente per allontanare la discriminazione che segnava lui e tanti altri come lui, ma anche per prevenire altri casi simili, laddove la maggior parte della gente ignorava anche le minime nozioni pratiche sul contagio da HIV/AIDS. Il suo impegno in tal senso non valse, tuttavia, a guadagnare la stima del suo capo; tutt'altro. Licenziato, senza più uno straccio di lavoro e con la difficoltà persino di trovare cibo sufficiente per sfamare la propria famiglia, Eyayu trovò la forza di non arrendersi, di non lasciarsi andare di fronte agli sguardi di accusa e disprezzo dei suoi pari. Decise, allora, di far fruttare al massimo la formazione ed il capitale iniziale che CVM gli fornì: 500 birr, non molto ma abbastanza per consentirgli di mettere in piedi un'attività, grazie alla quale provvedere al sostentamento della propria famiglia ed essere economicamente indipendente dall'assistenza di terzi.

“Quando iniziai il mio programma di IGA (Attività Generatrici di Reddito, ndr.), – racconta Eyayu, all'interno del suo negozietto “marcato” Pepsi (nella foto), dove vende bevande, cibi e prodotti vari – la gente aveva paura di avvicinarsi al mio baracchino e pure gli studenti dell'Università qui accanto preferivano andare a comprare bibite e altro da rivenditori più lontani. Avvertivo pesantemente la discriminazione nei miei confronti. Ma poi, con il passare del tempo, trasferendo quanto insegnatomi dal CVM ai ragazzi che passavano di qui, facendomi io stesso formatore in tema di prevenzione e controllo dell'AIDS, il muro dello stigma è caduto poco a poco. Ora, i ragazzi e le altre persone, che si trovano a passare da queste parti, mi prediligono addirittura rispetto ad altri commercianti della zona! Sembra un paradosso, ma la chiave naturale di tutto è l'educazione, vale a dire la conoscenza che si acquisisce, che io ho acquisito dal CVM e che ora provo a trasmettere a quanti, clienti abitudinari o meno, si trovano a passare dal mio negozio, parlando apertamente con loro, senza remore o vergogna.”

Ne ha fatta di strada Eyayu, eccome. Per rendersene conto basta guardare l'auto gialla che sosta davanti al negozietto, un taxi con il quale l'ex negletto ne farà ancora altra di strada. “Ora – confessa Eyayu – riesco a gestire bene gli affari familiari ed il lavoro, che ci consente di vivere più che dignitosamente. Io e mia moglie ci alterniamo al negozio, poiché sono riuscito ad ampliare la mia attività con un servizio taxi. L'auto che è qui fuori l'ho acquistata investendo parte dei miei guadagni dall'attività commerciale. Devo ammettere, però, che non è stato facile: ho dovuto metterci tutto l'impegno, cosa che altre persone, nelle mie stesse condizioni sei anni fa, non hanno fatto, spendendo il capitale iniziale fornito loro dal CVM in alcolici, droghe e, nel migliore dei casi, in qualche pasto, senza avere lungimiranza. Ora queste persone vivono ancora del supporto di altri, del cui aiuto non possono fare a meno per sopravvivere.” Già, lungimiranza, capacità di pensare e vedere oltre, caratteristica che non fa certo difetto al buon Eyayu, il quale, a conferma di ciò, non si siede sugli allori, bensì guarda avanti, come ha sempre fatto in questi sei anni. “I miei piani futuri – confessa il commerciante – consistono nell'incrementare e migliorare sempre la mia attività, per poter aiutare la mia famiglia e farla vivere bene. Per questo, ho in programma di acquistare un'altra auto più grande per il mio servizio di taxi.” Guardare avanti e pensare positivo, al di là della propria sieropositività: per Eyayu non è un gioco di parole, ma un effettivo stile di vita, un'esemplare condotta esistenziale.


Simone Accattoli
Volontario in Servizio Civile, Etiopia

giovedì 23 aprile 2009

C'è sempre un mango


C’è sempre un mango.

Il sole brilla chiaro ed indisturbato alto nel cielo azzurro, nessuna nuvola a intralciare i suoi raggi potenti e penetranti. Dondoliamo dentro il fuoristrada, sudati e sonnolenti per la temperatura e il viaggio di un paio d’ore su strade polverose e dissestate, oggi è giornata di visita sul campo, dopo giorni di lavoro in ufficio oggi è arrivato il momento di andare a vedere come procedono le attività ma soprattutto di incontrare i veri protagonisti del progetto che stiamo facilitando, donne e uomini dei villaggi del distretto di Bagamoyo, amici e compagni di viaggio.
Qualche discussione durante il viaggio, normalmente in inglese, sempre più spesso in “tentato swahili” e a volte in italiano. Complice il caldo, ci si assopisce, soprattutto io e Francesca, ma veniamo presto svegliati da una buca o da un dosso, non possiamo lamentarci, il nostro viaggio è molto più comodo rispetto a quello di qualsiasi altra persona che incontriamo lungo il tragitto, pulmini sovraffollati da mamme con il loro relativo fagottino dagli occhi grandi e neri, incerte biciclette sovraccariche e scricchilanti oppure gruppetti donne e ragazze in fila indiana con pesanti secchi in testa, i corpi avvolti da kanga variopinti e i volti rigati dal sudore.
Ormai è marzo e dovrebbe essere iniziata la stagione delle piogge, ma di acqua nemmeno l’ombra, solamente qualche breve acquazzone che dura meno del tempo di una canzone. Larghi appezzamenti di campagna iniziano ad ingiallire e i contadini iniziano a temere per i propri raccolti ma la per gran parte il colore dominante è ancora il verde degli immensi spazi non coltivati punteggiati da magre mucche al pascolo e palme spettinate dalla brezza proveniente dall’ Oceano Indiano. Arriviamo a Talawanda, il primo villaggio della giornata, ci accolgono volti sorridenti e mani tese, mani ruvide e dalla pelle spessa, sguardi timidi e sfuggenti, sguardi più vivaci e curiosi di bambini scalzi che giocano allegramente sotto un mango. Eh sì perchè c’è sempre un mango, c’è sempre un mango all’ombra del quale sedersi e chiacchierare, spuntano le sedie e le panche e ci si siede insieme, una alla volta spuntano le ragazze che grazie ad un piccolo prestito hanno migliorato o iniziato una loro piccola attività economica, c’è chi cucina, c’è chi compra e vende vestiti, che chi prepara pane e frittelle e le vende per strada, c’è chi ha deciso di vendere frutta e verdura o chi ha preferito il pesce. Ascoltiamo, consigliamo, incoraggiamo. Saliamo di nuovo in macchina e ci spostiamo verso il prossimo villaggio, Msata, anche qui c’è un mango, un verdissimo mango frondoso, al momento privo di frutti, ci sediamo con il gruppo locale dell’associazione di persone che vivono con l’HIV. Anche qui volti sorridenti, sguardi sfuggenti e mani ruvide, compaiono due stuoie e ci sediamo sotto il mango, ancora una volta scenografia naturale di questo incontro, all’ombra del mango ascoltiamo racconti di vita, di gente che lotta, gente discriminata, gente che ha voglia di vivere una vita piena e ha voglia di lottare.
Abbiamo viaggiato molto lungo le strade del distretto, stretto decine di mani, salutato molte persone, sotto un mango abbiamo condiviso problemi, ascoltato speranze e bisogni, sogni di un futuro migliore, l’importante è che ci sia sempre un mango sotto al quale sedersi senza fretta, lentamente, aprendosi all’ascolto e essendo pronti a raccontarci, per condividere qualcosa e crescere insieme. Credo che questa sia una lezione molto importante, dovremmo cercare un mango tutti i giorni, se non fisicamente, almeno un mango spirituale, sotto al quale sederci e lasciare da parte la fretta, i piccoli doveri quotidiani e lasciarci andare in conversazioni e cuore aperto, lentamente, senza tempo, senza barriere e senza pregiudizi, abbassiamo lo scudo protettivo di cui spesso abbiamo bisogno, o pensiamo di aver bisogno, per andare avanti nella vita di tutti i giorni. Abbassiamo lo scudo, abbassiamo le armi e sediamoci insieme sotto un mango, anche questo l’ho imparato qui, in Africa.

Stefano Battain
Volontario in Servizio Civile, Tanzania

lunedì 20 aprile 2009

Sotto la superficie delle cose


Wajakero Kebele – Hand Pomp

L'essenziale è spesso invisibile agli occhi.
Allora, laddove non si riesca a scorgere la soluzione ai propri problemi, a vedere immediatamente una strada da percorrere, la cosa giusta da fare potrebbe essere quella di non arrendersi e cercare in profondità, perché ciò che prima non si vedeva potrebbe finalmente emergere alla luce.

Così, per le circa settanta famiglie della comunità di Wajakero, piccola kebele della Wolayita Zone, non è stato facile avere ciò che prima non c'era, una fonte di vita dove agli occhi solo terra e polvere si mostravano o poco più. Nessun fiume, corso d'acqua o qualcosa che potesse vagamente avvicinarvisi. Almeno alla superficie delle cose. Già, perché ciò che avrebbe dato vita e benessere alla gente di Wajakero si trovava sotto terra, a 11 metri di profondità. É fin lì che sono arrivati a scavare, con la forza delle loro mani e l'impegno di chi sa che la meta si fa sempre più vicina: una fonte d'acqua da cui la comunità intera da un anno a questa parte si approvvigiona, per bere, cucinare, lavarsi, azioni semplici, essenziali, che però significavano in passato esporsi al serio rischio di infezioni e malattie, oltre alla perdita di tempo per raggiungere fonti idriche ben lontane dal proprio villaggio.
Tutto ciò, però, non sarebbe stato possibile senza il supporto tecnico del CVM, che ha reso fruibile la risorsa non più nascosta mediante un progetto di hand pomp, cioè pompa a mano, grazie al quale, con un semplice movimento di leva, ogni persona di Wajakero può far zampillare acqua pulita per sé e per gli altri. Ma, anche in questo caso, è bene non fermarsi alle apparenze, all'immediatamente visibile, perché sotto il meccanismo di leva ed uscita dell'acqua sussiste l'impianto atto a raggiungere la fonte sotterranea, da cui poi succhiare, tirar su mediante forza meccanica il liquido vitale: due condotti concentrici, il primo in plastica ed il secondo, di protezione, in cemento. In totale, un mese di lavoro per dare alle oltre 400 anime di Wajakero una fonte d'acqua finalmente loro, finalmente vicina, finalmente sana.
Il progetto targato CVM per la comunità di Wajakero non si ferma qui. Durante l'anno appena trascorso, infatti, sono state approntate ben 15 latrine per i servizi igienici di altrettante famiglie; anche questa cosa essenziale, elementare quasi, ma che scontata non è in tali luoghi, dove spesso manca persino la consapevolezza di ciò che è giusto, di ciò che è bene per la salute propria e di chi sta attorno. Per questo, l'opera del CVM, in tale specifico ambito, è iniziata con un'attenta attività di sensibilizzazione e formazione della popolazione sulle tematiche igienico-sanitarie, fin dal relativo abbiccì. Dopodiché, l'associazione ha fornito le strutture esterne in pietra, che fanno oggi da contorno ai fori approntati dagli stessi fruitori del servizio. Tra questi, c'è Alemitu, donna di casa e commerciante allo stesso tempo, che ha quindi doppiamente goduto dei benefici portati dalla pompa idrica e dalla realizzazione dei sanitari.
“Prima di avere una fonte d'acqua nel villaggio, – racconta Alemitu – dovevamo andare fino ad un fiume parecchio lontano e pure sporco. Quindi, ci ammalavamo e dovevamo spendere molti soldi per le cure mediche: cose che ora possiamo evitare, così come le perdite di tempo. Ulteriore beneficio è stata, poi, la realizzazione della latrina, che qui non abbiamo mai avuto.” “I benefici portati dall'intero progetto – continua la donna – sono tanti, sia per la mia attività commerciale che per la casa. Posso, infatti, dedicarmi di più al mio bar, senza andare a cercare acqua in posti lontani ed ho anche più tempo per accudire i miei bambini, cucinare e fare le faccende di casa, il tutto nella giusta maniera, pulita e igienica. Oltre a questo, ho avuto la possibilità di partecipare a diversi meeting sul tema del rispetto per le norme igienico-sanitarie, organizzati non solo dal CVM, ma anche da organi governativi. Tutto ciò mi ha fatto capire molte cose e ha accresciuto la mia consapevolezza.” Proprio così. Diventare consapevoli: è questo il primo passo da fare, come vuole lo stile operativo del CVM. Prendere coscienza, accorgersi di qualcosa, un po' come vedere ciò che era prima invisibile agli occhi.

Simone Accattoli
Volontario in Servizio Civile, Etiopia

venerdì 3 aprile 2009

LE RAGAZZE DI LUGOBA


Le ragazze di Lugoba sono belle.

Le ragazze di Lugoba sono quelle che sorridono dietro la rete di un bugigattolo colorato adibito a negozio di cellulari, o meglio, negozi di caricabatterie a pagamento, con tanto di rassegna completa di ogni tipo di caricabatterie esistente, soluzione per chi non ha la corrente in casa ma non rinuncia al cellulare.

Le ragazze di Lugoba sono quelle sorridono camminando lentamente trascinando le infradito e aggiustandosi il loro kanga* sgargiante mosso dal vento, vento che solleva la polvere rossa in turbini e onde, polvere che si muove nell'aria entrando nelle narici dei venditori di anacardi, pronti a rincorrere camion vuoti e pullman stipati di gente sudata diretti ad Arusha o a Dar es Salaam.

Le ragazze di Lugoba sono quelle che vivono in case piccole e nel primo pomeriggio dormono all'aperto con un paio di bambini nudi, sdraiate per terra all'ombra di una veranda, sono quelle che passeggiano lungo la superstrada che attraversa il paese. Sono quelle che sorridono al'ora del tramonto, quando il sole diventa grande illuminando la pelle scura e liscia dei loro giovani volti, il cielo si fa arancione e il flusso continuo di camion traballanti e puzzolenti rallenta un po', l'aria si fa tiepida e leggera e i gas di scarico nell'aria diminuiscono, la polvere non si vede piu' ma si annusa lo stesso.

Le ragazze di Lugoba sono quelle che escono dalle loro case all'imbrunire, quando il muezzin chiama i fedeli musulmani alla preghiera della sera e dagli altoparlanti eccheggia questo richiamo incomprensibile ma affascinante, la citta' inizia a respirare ed inizia una nuova vita per Lugoba, una vita buia, poche le luci, in movimento quelle dei rari camion che fanno fischiare i freni in questa notte africana, alcuni bagliori di fuochi accesi per arrostire il kitimoto (maiale) o friggere un chipsimayai (uovo e patatine fritte,insieme), l'odore di carne arrostita aleggia nell'aria mescolandosi a quello delle sigarette, il cibo e' pronto a sfamare camionisti di passaggio o uomini del posto che a sera hanno stancato i loro poveri sederi a forza di starsene seduti a bere e giocare a carte tutto il giorno.

Le ragazze di Lugoba sono quelle che servono una birra dopo l'altra al bar o ballano il giovedi' improvvisando danze che mimano rapporti sessuali e poi il venerdi, con tanto di velo, si siedono al bar dopo la preghiera nella moschea.

Le ragazze di Lugoba sono quelle che sono qui per caso, hanno due figli avuti presto che vivono con i genitori, un marito anima persa da qualche parte a Dar es Salaam e ti chiedono di pagar loro una soda o qualcosa da mangiare per non intaccare il magro stipendio da cameriera.

Le ragazze di Lugoba sono quelle che si siedono ai tavolini di plastica silenziose e regalano sesso fugace in cambio di due birre o qualche etto di carne.

Le ragazze di Lugoba sono quelle che se di amarle ti vien la voglia ti regalano il paradiso anche senza prenderle per la mano e senza salire al primo piano, anime perse sotto lo stellato cielo di Lugoba.

Le ragazze di Lugoba sono quelle che stanno mentre tutti se ne vanno da qualche parte, capitate per caso, rimangono senza ragione se non quella di andare avanti, da sole, con le proprie forze, in qualche maniera, orgogliose ma a rischio, in molti sensi.

Le ragazze di Lugoba sono quelle che si ammalano di AIDS, ingrossando le fila di questo flagello africano.#

Le ragazze di Lugoba sono quelle che fanno sesso con il preside della loro scuola a tredici anni, rimangono incinte e vengono fatte abortire in una bella e fredda clinica di Dar es Salaam, e vedono il carnefice della loro anima arrestato e rilasciato in poche ore perche' intoccabile segretario delle sezione locale del partito di governo e membro dei servizi segreti.

Le ragazze di Lugoba sono quelle che hanno un futuro, forse...

*drappo colorato che copre gli arti inferiori, usato dalle donne tanzaniane anche per molti altri usi)

# Due terzi dei portatori di HIV vive in Africa (22 milioni su 33 totali).


Stefano Battain

Volontario in Servizio Civile, Tanzania