mercoledì 7 dicembre 2011

Saluto

Quando arrivi e non sai ancora bene dove.
Quando il caldo asfissiante e la pioggia battente.
Quando il respiro affannato e la voglia di farcela.
Quando la confusione di un giorno al mercato.
Quando il sorriso di un ragazzino per la strada.
Quando l'abbraccio di una compagna di viaggio.
Quando il ricordo e il ritorno.
Quando il caffé, un volto, un incontro.
Quando provarci assieme.
Quando la speranza e il disincanto.

Quando tutto questo ha fine. E un'alba fragile. Altrove.


Simone

lunedì 5 dicembre 2011

Giovani tanzaniani in primo piano nella lotta all'HIV


1 Dicembre 2011 – Giornata Mondiale contro l’AIDS – dal 1988 si celebra la giornata contro una delle maggiori epidemie diffuse al mondo d’oggi, non solo nei paesi del Sud del mondo ma anche nel Nord, come testimoniano le percentuali in costante crescita, in particolar modo tra i giovani.
In Tanzania, sono proprio i ragazzi a costituire una delle fasce maggiormente esposte al contagio; diverse le cause: mancanza di educazione, disinformazione, scarse prospettive economiche una volta finita la scuola e di conseguenza limitata possibilità di proteggere se stessi e i propri diritti, in particolare per le ragazze. 

In occasione del World AIDS Day, numerose iniziative sono state organizzate nel Distretto di Bagamoyo per dare coraggio alle persone sieropositive che c’è ancora un futuro che li attende nonostante la malattia e per sensibilizzare la popolazione in generale sull’importanza di sottoporsi al test, conoscere lo status della propria salute e di non abbattersi di fronte all’AIDS perché non è motivo di vergogna e non è la fine della propria vita. Ad affermarlo le autorità del Distretto, della Ward, i rappresentati dell’associazione di persone sieropositive di Distretto, i bambini della scuola primaria, i gruppi artistici locali intervenuti durante la manifestazione organizzata a Talawanda, piccolo villaggio nell’ interno del Distretto quest’anno selezionato per la celebrazione del WAD a livello di Distretto.
Belle parole queste, ma ancora di difficile comprensione per la maggior parte della popolazione, povera, analfabeta, per cui l’unica aspirazione principale è conquistare un piatto di riso e fagioli a fine giornata. E poi lo stigma contro l’AIDS, ancora molto diffuso nelle comunità rurali, di certo non facilita la diffusione di informazioni: essere sieropositivo ha ancora un significato negativo, significa avere la vita rovinata, non avere speranza, significa morire. E questo è confermato dal fatto che alcuni villaggi non hanno dati ufficiali sul numero di persone che vivono con l’HIV, non di certo perché non ce ne siamo, quanto perché si nascondono, si vergognano della malattia e preferiscono viverla in segreto. 

La malattia può essere ancora motivo di abbandono da parte del proprio partner, da parte della propria famiglia, emarginazione da parte delle comunità in cui si vive. E per chi non ha le risorse economiche per pagarsi il trasporto per raggiungere il Centro di Salute più vicino o per chi vive in zone tanto isolate che raggiungere il dispensario più vicino significa camminare per metà o l’intera giornata, le prospettive di vita di riducono a zero.
Le persone che fanno parte dell’associazione di sieropositivi nata a livello di distretto nel 2006, sono per la maggior parte persone povere, che hanno avuto il coraggio di affrontare la malattia apertamente perché senza altre alternative, l’unica scelta possibile era vivere o lasciarsi andare. In questi mesi ho avuto occasione di collaborare con alcuni membri dell’associazione per la stesura di un progetto a loro favore, come parte del supporto che il CVM offre alle associazioni locali per crescere, potenziare le proprie capacità e rendersi economicamente indipendenti. E quello che mi ha stupito di più è la grande speranza che ripongono nel loro futuro, la forza di credere nell’ ‘insieme ce la possiamo fare’, nonostante le difficoltà, tra tutte la mancanza di educazione, di capacità specifiche e sufficienti risorse economiche per fornire un supporto concreto alle persone malate.

Ora tutti insieme costituiscono testimonianza vivente di speranza, dell’esistenza di una vita normale oltre la malattia.
E sono ancora gli ultimi, i marginalizzati, i più poveri che forniscono le più grandi lezioni di vita.
Uno tra tanti, Ally Mzee, 45 anni, vive a Saadani ed è sieropositivo. Ha contratto il virus attraverso la sua partner che non gli ha detto di essere affetta se non dopo aver visto i primi segni della sua malattia. Dopo un periodo di confusione, in cui aveva deciso di lasciarsi andare perché privo di speranze e in cui ha iniziato a vendere tutti i suoi beni perché senza risorse economiche, ha ritrovato la forza di tornare a vivere grazie ai figli che lo hanno aiutato moralmente ed economicamente. Ora è tornato a fare il pescatore, lavoro pesante ma che riesce a svolgere grazie al trattamento antiretrovirale. 

Vive serenamente la malattia, non si cura dello stigma che la comunità ancora manifesta contro le persone sieropositive e cerca di sensibilizzare i suoi colleghi di lavoro sui rischi e le conseguenze del virus. In questo momento in cui i grandi donatori, tra tutti il Fondo Mondiale per la Lotta contro l’AIDS, congelano i fondi a causa della crisi economica, è tremendamente importante unirsi a loro nella lotta contro questa malattia, affinché donne, bambini, uomini già affetti o in pericolo di contagio possano tornare ad avere una vita dignitosa.  


Valentina Romagnoletti (Volontaria CVM - Tanzania)
 

Due volti


Due volti: una ragazza sorridente, ancora giovane e spensierata; una donna adulta, dall’espressione triste, segnata in viso dall’età e dalla fatica. Due facce della stessa medaglia, della donna africana, ed espressione del cambiamento che avviene di frequente dopo il matrimonio: il passaggio da donna a sposa è spesso accompagnato dall’assunzione di un enorme carico di lavoro necessario per svolgere il ruolo di principale responsabile della famiglia, della cura dei figli e dell’ambiente familiare. Pregiudizi, usanze e costumi locali rappresentano ancora la donna come moglie e madre e l’uomo come figura forte all’interno della coppia, fonte di decisioni e ordini da rispettare.

Questa immagine per riassumere la condizione della donna in Africa e per indicare qual è la strada per proseguire verso il pieno riconoscimento dei diritti delle donne, affinché esse possano gioire della loro vita matrimoniale. “L’essere forti, capaci di difendere i propri diritti e tenaci nel combattere contro le violenze e le discriminazioni subite”… Questo il sentiero che suggerisce Christina Mwita, facilitatrice del primo seminario rivolto a 16 coppie sposate nelle Ward di Dunda e Magomeni, Distretto di Bagamoyo. L’attività, che rientra nel progetto DADA – Donne Attive e Diritti per tutti Adesso – finanziato dalla Conferenza Episcopale Italiana, sarà svolta nei prossimi mesi in tutte le Ward del Distretto di Bagamoyo e mira ad analizzare i rapporti di genere nell’ambito della coppia e facilitare il dibattito tra i partecipanti su diversi temi: diritti delle donne e dei bambini, divisione delle responsabilità/ruoli all’interno della coppia, relazione genitore-figlio, violenza di genere, il problema del sesso e delle gravidanze in età precoce, prevenzione e controllo dell’HIV.

Il seminario rappresenta un’occasione di incontro per discutere tali questioni affinché i partecipanti siano in grado di farsi portavoce all’interno delle comunità in cui vivono dell’importanza del rispetto tra i coniugi, dei propri figli, delle donne e dei bambini in generale.  


Valentina Romagnoletti (Volontaria CVM - Tanzania)
 

World AIDS Day a Bagamoyo


1 Dicembre 2011, Mercato del pesce di Bagamoyo. Qualche barca giunge a riva, i pescatori saltano giù e le spingono fino alla spiaggia. Altri gettano in mare le taniche gialle piene di olio proveniente da Zanzibar e, dopo averle legate l’una con l’altra, le trascinano fino al punto di carico. Le donne stanno sotto capanne dal tetto di lamiera a pulire e friggere pesce. Il via vai di persone è continuo, come tutti i giorni, ma oggi chi passa per il mercato si ferma a leggere il cartello che li avvisa che è possibile ricevere un servizio di VCT gratuitamente. VCT sta per Voluntary Counseling and Testing ed è un servizio a disposizione di coloro che volontariamente decidono di sottoporsi al test dell’HIV ricevendo una doppia sessione informativa, una prima e una dopo il test dell’HIV. 

 1 Dicembre 2011 è la Giornata Mondiale dell’HIV/AIDS e CVM, in collaborazione con l’Ospedale di Distretto, ha deciso di portare il servizio in mezzo alla gente. Questo è solo 1 dei 32 eventi che CVM ha sostenuto quest’anno. La scelta di avvicinare il VCT ai pescatori non è casuale. Secondo recenti dati forniti dalla FAO, il tasso di diffusione dell’HIV/AIDS nei villaggi di pescatori è dalle 5 alle 10 volte più elevato rispetto a quello registrato nei villaggi rurali a causa dell’alta mobilità dei pescatori, degli orari di lavoro, dei guadagni insufficienti e del difficile accesso alle informazioni e a servizi sanitari. Il tasso di diffusione dell’HIV sembra essere ancora più elevato tra le donne che lavorano nei villaggi costieri a causa della loro posizione economico e sociale. Nonostante ciò, le comunità di pescatori non rientrano tra le priorità di molte campagne nazionali di sensibilizzazione sull’HIV e/o di interventi di istituzioni o organizzazioni internazionali. 

Ma oggi, al mercato del pesce, tanti dopo aver letto il cartello hanno deciso di parlare con la dottoressa e sottoporsi al test, tanti, soprattutto ragazzi tra i 16 ai 30 anni, hanno voluto sapere e non hanno avuto paura di essere giudicati dagli altri e stigmatizzati come sieropositivi. C’è chi ha saputo e voluto cogliere questa opportunità e chi invece ha preferito non fermarsi, ha preferito non sapere, ma non ha potuto non vedere chi invece il test lo ha voluto fare, diventando testimone inconsapevole di cambiamento. Cambiamento necessario per “Arrivare a Zero” -  Zero nuove infezioni, zero discriminazioni, zero morti AIDS-correlate. 


Daniela Biocca (Volontaria CVM - Tanzania)

giovedì 1 dicembre 2011

Le tante "Mujaba" nella Giornata Mondiale contro l'AIDS


 Mentre un’altra Giornata Mondiale contro l’AIDS si sta celebrando in tutto l’emisfero, i nostri operatori qui a Bagamoyo, in Tanzania, sono con le comunità rurali per promuovere e diffondere il servizio mobile di test e consulta volontari per l’HIV, laddove non ancora presenti.
 Centinaia di migliaia di uomini e donne africani sono ancora troppo lontani e non raggiunti da questi vitali servizi, come succede alle comunità del Distretto di Bagamoyo, nonostante la cittadina disti solo 70 Km dalla capitale  Dar es Salaam.

 La signora Mujaba, lei stessa affetta da HIV e parte dello staff CVM qui a Bagamoyo, sta accompagnando le persone sieropositive di un villaggio in un percorso che le porterà a parlare apertamente e senza vergogna del proprio stato, vivendo in maniera positiva la propria condizione: finora, oltre 800 sieropositivi nel distretto hanno formato ed informato altre persone sui temi dell’AIDS, rendendosi attivi nell’opera di prevenzione del virus. In ogni villaggio si è creata un’associazione di persone positive all’HIV, che hanno come riferimento Mujaba.  

 Ovunque, anche qui a Bagamoyo, si sta celebrando la Giornata Mondiale contro l’AIDS ed il nostro team è accanto alle comunità e alle famiglie del posto, per porre l’attenzione sui temi relativi alla prevenzione, al trattamento e all’utilizzo del test per l’HIV. Questo perché bisogna continuare l’attività di prevenzione per le milioni di persone, soprattutto giovani, all’interno dei nostri programmi CVM / APA (AIDS Partnership for Africa) in Tanzania e in Etiopia.

 Mujaba è una donna dalla grande forza e può facilmente assistere altre persone sieropositive ed aiutarle a vivere bene il proprio stato all’interno delle proprie comunità, a non aver paura e ad essere in prima linea nella battaglia per la sensibilizzazione e l’informazione sul tema, passaggi obbligati nei progetti di prevenzione e controllo dell’AIDS. Mujaba stessa ha un figlio e, grazie al suo lavoro per APA e alla disponibilità di farmaci anti-retrovirali, può mandarlo all’Università.

 Mujaba, come milioni di donne africane, è al centro delle conseguenze della pandemia: esse possono essere infette e allo stesso tempo assistenti e curatrici, sono le più esposte ed in prima linea nella battaglia contro lo “stigma” e la discriminazione che da sempre accompagnano lo stato di sieropositività. Senza di loro e senza il loro coraggio, la loro forza, l’Africa non sarebbe dove è ora nell’attività di prevenzione del virus. Sono loro ad aver pagato il prezzo più alto, soffrendo in silenzio nelle famiglie e nelle comunità. Sono le organizzazioni come CVM ed APA ad aver cambiato le loro vite, dando loro ancora speranza e rendendole figure chiave nella lotta alla malattia, con il coraggio e la forza che contraddistinguono la donna africana.

 Uniamoci, dunque, a Mujaba e alle milioni di donne dei programmi CVM / APA di prevenzione AIDS. E prendiamo un pizzico del loro coraggio per fare il possibile e sostenere le tante “Mujaba” presenti in ogni villaggio africano, autentiche eroine nella lotta al terribile virus.

INSIEME POSSIAMO… FARE LA DIFFERENZA


Marian Lambert
(Coordinatrice Progetti CVM / APA)   

martedì 8 novembre 2011

Forze Armate: non c'è nulla da festeggiare!!





(anche se in ritardo, pensiamo meriti un'attenta lettura...)


  Domani (4 novembre, ndr) è la Festa delle Forze Armate, ma coi tempi che corrono, non c'è proprio nulla da festeggiare. Anzi, è arrivato il tempo di ripensare un'istituzione pubblica che ci costa ventisette miliardi di euro all'anno, che spende male e spreca moltissimo. Domandiamoci: A che ci serve mantenere 178.600 militari in servizio quando ne impieghiamo al massimo trentamila? Perché accettiamo che nel frattempo la polizia continui ad essere gravemente sotto organico? A che ci serve avere un generale ogni 356 soldati e un maresciallo ogni tre militari in servizio (in tutto 500 generali e 57.000 marescialli)? 

 A cosa ci servono due portaerei, 131 cacciabombardieri, 400 carri armati e centinaia di altre armi che non potranno e dovranno essere mai utilizzate? Perché vogliamo costringere i giovani a pagare il conto delle armi che stiamo ancora costruendo? Perché continuiamo a mantenere quattromila soldati in Afghanistan quando tutti sanno che dieci anni di guerra non hanno risolto alcun problema? E ancora (sono le domande puntuali del Generale Fabio Mini): Perché illudiamo i giovani sulle prospettive d'impiego e buttiamo i soldi facendoli giocare alla guerra? Perché arruoliamo volontari per un anno quando abbiamo sempre detto che non basta per addestrare, non basta per mandarli all'estero e uno di loro costa complessivamente come uno in servizio permanente? 

 Perché continuiamo a reclutare ufficiali e sottufficiali e li promuoviamo come se in futuro dovessimo avere dieci corpi d'armata? Perché diciamo di avere un esubero di marescialli, che comunque sono già addestrati, e una vita operativa futura di pochi anni e li vogliamo rimpiazzare con un ugual numero di sergenti da formare, addestrare e tenere in esubero per i prossimi 40 anni? Perché avevamo uno "scandalo" di comandi centrali e periferici ridondanti e oggi li abbiamo moltiplicati senza migliorarne l'efficienza? Perché dobbiamo lasciare alla speculazione e all'abusivismo gli immobili militari dai quali sappiamo di non ricavare nulla di significativo? Perché facciamo gravare gli oneri della crisi sul personale e non tocchiamo i contratti esterni, gli appalti, le forniture e gli sprechi?

La risposta a tutte queste (e a molte altre) domande è un atto dovuto a tutti i giovani che non riescono a trovare un lavoro, a chi lo sta perdendo, a chi pur lavorando tantissimo non riesce a vivere dignitosamente, a tutti quelli a cui i tagli del governo stanno rendendo la vita impossibile.

In poche parole: Non possiamo tollerare uno spreco così enorme, non ce lo possiamo più permettere. Dobbiamo programmare un taglio radicale delle spese. Dobbiamo ripensare in che modo e con quali strumenti vogliamo garantire la sicurezza del nostro Paese e dell'Europa. E' un dovere improrogabile!

PS. Domani, 4 novembre, ricordiamo le vittime innocenti di tutte le guerre e di tutte le nazionalità, dai seicentocinquantamila italiani che sono stati ammazzati "nell'inutile strage" della Prima Guerra Mondiale ai quarantacinque militari italiani che hanno perso la vita in Afghanistan, i feriti, i mutilati, gli invalidi e tutti i loro familiari. Con questo spirito oggi rinnoviamo il triplice appello di Assisi: Mai più guerra! Mai più terrorismo! Mai più violenza!







 
Flavio Lotti
(Coordinatore Nazionale Tavola della Pace)

venerdì 4 novembre 2011

La lunga strada verso... l'acqua

 Marwa è un villaggio situato nel distretto di Same, a nord della Tanzania. La zona è particolarmente arida e le piogge sono scarse in tutto il periodo dell’anno. A Marwa vivono circa 2.000 persone, per lo più Maasai che hanno dovuto abbandonare il loro insediamento d’origine a causa dell’apertura del parco naturale del Mkomazi. Nel villaggio c’è un pozzo solo, ma l’acqua è troppo salata e praticamente inutilizzabile. La distanza tra il villaggio e il fiume Pangani è di 2 ore di cammino. Due ore per andare e altre due ore per tornare dalla fonte di acqua più vicina e raccogliere al massimo due taniche di acqua, che sicuramente non basteranno a soddisfare le esigenze di una famiglia assai numerosa. Acqua che per essere potabile si dovrà bollire e ciò richiede altro lavoro perché serve legna da ardere.

 La mancanza di acqua potabile condiziona inevitabilmente la vita dell’intera comunità compromettendo la salute di tutti, ma sono le donne a subirne le conseguenze più gravi a causa della loro vulnerabilità materiale, la loro esclusione dai processi decisionali e dalla gestione delle risorse e la mancanza di sensibilità di genere. La negazione del diritto all’acqua compromette inevitabilmente l’accesso ad altri diritti, come quello all’istruzione, al lavoro e alla salute. La raccolta dell’acqua occupa infatti gran parte della giornata e richiede un gran dispendio di energie. Questo vuol dire che le bambine lasciano la scuola, le ragazze non avranno quindi capacità e tempo di trovare un lavoro e il peso e la fatica del trasporto avrà conseguenze per la loro salute: soffrono dolori alla schiena, le loro spine dorsali sono ricurve e deformità pelviche sono date dal carico dei grossi contenitori d’acqua portati sulla testa. E non importa se sono malate, disabili, in gravidanza o se sono troppo giovani o troppo anziane, perché la raccolta dell’acqua è il primo punto di una lista lunga di compiti quotidiani che spettano alle donne Maasai: pulire, cucinare, lavare, prendersi cura dei bambini, accudire il bestiame sono solo alcune delle loro attività giornaliere e per tutte c’è bisogno di acqua.

 Per questo la giornata delle mamme e delle giovani donne Maasai inizia sempre alle 5 del mattino. Dopo aver munto le mucche ed essersi prese cura del bestiame, caricano le taniche di plastica sulla testa e si incamminano verso il fiume. Il corso d’acqua non è sicuro, perché infestato di coccodrilli che attaccano essere umani e animali. Il percorso verso l’acqua è lungo, assolato, pieno di pericoli e faticoso e sono sempre e solo le giovani donne a farlo. Per fortuna mai sole, sono almeno in coppia, per aiutarsi, per proteggersi a vicenda, per procurare una risorsa alla quale non si può rinunciare, della quale non si può fare a meno. Ma come potrebbe cambiare la loro vita se l’acqua fosse disponibile nel loro villaggio? Quanta sofferenza potrebbero risparmiarsi e quanto di bello può venir fuori dall’unione delle loro forze?


Daniela Biocca (Volontaria CVM - Tanzania)