venerdì 21 settembre 2012

Eid Mubarak


Camminare per le strade e sentire aria di festa, vedere così  tanta gente per strada, i vestiti buoni, lo scambio dei doni, i bambini che fanno il bagno nell’oceano, mangiare il cibo delle grandi occasioni in una casa piena di amore e umanità… è finito il Ramadan e la vita a Bagamoyo si desta nuovamente.
Tornata da poco in Africa, ci ho messo un po’ a tornare in “modalità Tanzania”… certe sensazioni riesci a provarle più nettamente solo quando percepisci la differenza.. e dopo due settimane a casa era inevitabile farlo..
Nella mia mente mille pensieri.. a volte mi sento così  immersa in questa realtà che non mi rendo davvero conto di essere in Africa.. altre volte invece gli sguardi delle persone lasciano trapelare la distanza.. vedere i bambini che ti guardano come fossi un alieno a volte fa sorridere, altre volte ti riporta con i piedi per terra…
E poi ti ritrovi a parlare per ore con persone stupite perché un mzungu parla la loro stessa lingua, con persone stupite perché mzungu ha trovato il tempo di sedersi a condividere un pasto con loro, perché un mzungu ha un nonno che fa il contadino.. Alla domanda di un uomo stupito “Perché i wazungu coltivano?” cosa volete rispondere..
E riscopri la semplicità delle piccole cose, dei piccoli gesti.. Scopri che i nodi e gli incassi non sono un esercizio lungo una settimana di un campo estivo, ma qui sono ancora la struttura che regge le case… scopri che è così naturale ricevere in dono un cestino di pomodori e tornare il giorno seguente con un piatto di spaghetti al pomodoro… scopri che una giornata di lavoro può essere meno pesante se qualcuno passa a donarti un sorriso, ed uno spuntino.. scopri che sotto la superficie del’acqua dell’oceano c’è un mondo altro da liberare… scopri che in cielo ci sono tante, ma tante, ma tante più stelle di quelle che potessi immaginare…  scopri che anche in Tanzania fanno il kitchen party, ma che qui ha il sapor di tradizione e di donna.. scopri che la religione può pervadere ogni cosa, e il domani sarà migliore se Dio lo vorrà.. scopri che qui la semplicità è ancora vita quotidiana…
Tutte cose che non bisogna arrivare in Tanzania per scoprire, ma che a casa a volte non abbiamo lo sguardo limpido per vederle con attenzione, non abbiamo il tempo di soffermarci ad apprezzarle.. Molte volte viaggiamo così tanto, ma rimaniamo chiusi in noi stessi.. Qui spesso questa dimensione di essenzialità diventa così determinante da ridarti quella sensazione di pace che in mezzo all’oceano, di fronte ad un sole così grande e luminoso pensi…  “Sì, ho davvero la fortuna di essere in Africa…”

La vita è un'opportunità, coglila.
La vita è bellezza, ammirala.
La vita è beatitudine, assaporala.
La vita è un sogno, fanne realtà.

Serena Morelli da Bagamoyo, Tanzania

La cupola azzurra e la capanna di canne


Domenica 26 agosto 2012


Nove di mattina, assolata, calda, domenica mattina a Pariang, nel nord del Sud Sudan, nuvole lunghe, alte e sottili, spalmate sul cielo azzurrino, una cupola immensa, larga  e aperta come solo alcuni cieli d’Africa possono essere. Cammino con Michael, il nostro agronomo, la lunga strada dritta che attraversa il villaggio, terra marrone, chiamata marram, l’unica che drena un po’ l’acqua che cade quando la cupola azzurra diventa grigia, cupa e minacciosa, e poi piange. Cerchiamo un trattore per portare del materiale a Nyeel, a 40 chilometri da qui, e’ l’ unico mezzo che puo’ farcela in questa stagione, ma trattori non ce ne sono, mi guardo intorno, cerco un posto per comprare una ricarica telefonica, vedo una ragazza, seduta su uno sgabello basso, frigge qualcosa, sembrano frittelle, ne compro 3 per un pound, un quarto di euro praticamente, il locale mi ispira e propongo a Michael di entrare per un the, abbasso la testa per entrare nella capanna di canne, 4 metri per 5, il suolo rugoso, irregolare, in terra battuta, calpestata da mille piedi e sporca di farina e chissa’ cos’altro. Ci sediamo sulla sedia di plastica marroncina, mi guardo attorno e c’e un vecchietto e 4 o 5 ragazze sedute a bere il the, non parlano, sembrano rilassate e serene, sicuramente non indaffarate, una sorseggia the all’ibisco, chiamato karkade’, ne provo uno anch’io, dolcissimo, mezzo bicchiere di zucchero  in un bicchiere di the, arrivano le frittelle, 4 al prezzo di 3, la ragazza ci aggiunge un cucchiaio  di zucchero sul piattino delle frittelle, dolci, ma nemmeno troppo unte, chiacchero con Michael, mi racconta che la sua ragazza e’ in Uganda e andra’ a trovarla ad inizio Ottobre, concordiamo le ferie, anch’io devo andare a trovare la mia, qualche centinaio di chilometri piu’ a sud e qualche settimana dopo. Michael mi piace, e’ sveglio e lavoratore, mi trovo bene a lavorare insieme a lui, e’ piu’ maturo della sua eta’, classe 1989.
Una bimba di circa 10 anni ci porta il the, poi torna ad accovaccarsi per terra, sta pestando le spezie che aromatizzeranno il caffe’ che sua mamma sta arrostendo sul fuoco di carbonella, l’odore pungente del caffe’penetra prepotentemente nelle narici, punge quasi, svegliando i pigri neuroni della domenica mattina. La signora del caffe’ veste di viola, un vestito lucido e dalle tinte forti, un viola acceso con ricami neri, il volto altrettanto nero, come il caffe’ che sta tostando, il sorriso largo e aperto, come i cieli d’Africa, una fascia viola in testa fatta della stessa stoffa del vestito. Blu, come il telo di plastica che copre mezza della parete che ho di fronte, marroncino come i pezzi di cartone che sporgono dal soffitto di canne, giallo come I vestiti di due ragazze che si alzano e se ne vanno. L’ essenzialita’ del posto e’ rilassante, vera, umana, calda e accogliente. La capannina del caffe’ e’ in realta’ un mini-supermercato, all’entrata il cibo, le frittelle, a sinistra il “negozietto”, una vetrina di 4 ripiani fornita di zucchero (ovviamente), sigarette keniane, benzina, olio motore, forbici di plastica colorate dalla Cina, biscotti, ovviamente i Glucose, prodotti a Dubai con ingredienti di dubbia provenienza ma presenti ovunque in Africa, almeno tanto quanto Pepsi e Coca-Cola, le imprese avvelenatrici di falde acquifere e diritti umani e sindacali che arrivano ovunque. Annuso lo zenzero che la bambina sta ora pestando e ordino un caffe’, sono curioso di assaggiarlo, senza zucchero, specifico questa volta, arriva ed e’ buonissimo, chiedo anche un altro bicchiere, vuoto, per raffreddarlo, come al solito non riesco a bere le bevande troppo calde, chissa poi perche’, Michael ride…
Siedo e mi guardo intorno, fronti rugose, volti giovani segnati dalla fatica, dalla cattiva e carente alimentazione, e poi chi lo sa, dallo stress generato dalla lunga lotta per l’indipendenza di questo paese che sta avviandosi a compire i suoi primi passi ma che ancora fa fatica a reggersi in piedi, sotto il vento di poteri piu’ forti e piu grandi. Mi sento in pace ed accolto, come in quel chiosco di Bhopal dove ho mangiato dei gustosissimi falafel nel quartiere musulmano, come in quel ristorante di strada dove ho mangiato dei saporitissimi spiedini con padre Natale e Dario, come da babu a mangiare uroyo, kachori e sorseggiando infuso di zenzero, un respiro  di umanita’ che riempie gli occhi di calore, accoglienza e felicita’. E ora sono qui, sotto un’acacia a scrivere su carta i miei pensieri sparsi come non mi succedeva da tempo, ma l’assenza di elettricita’, di benzina per il generatore e le poche batterie del mio computer mi hanno spinto a riapprezzare il piacere di disegnare parole blu su sfondo bianco, il negativo del cielo sopra di me, questa immensa cupola azzurra con disegni bianchi che sono immagini e parole, che sono passeggere ma sempre presenti, che sono sogni e speranze.

Stefano Battain, ex volontario CVM, ora in Sud Sudan

martedì 28 agosto 2012

Prosegue il viaggio di Ylenia, Valentina e Federica: nuove emozioni e scoperte





Carissimi amici,

Prosegue il nostro viaggio… ogni giorno è una nuova scoperta… di persone, di paesaggi e di sensazioni.. ogni giorno lo scenario che si apre di fronte noi è meraviglioso i colori non si sovrastano ma sono netti e distinti: il verde e il marrone… intere distese di un verde forte e il marrone delle montagne, della terra, delle strade che si contrappone alle vallate e ai prati.
Un paesaggio che lascia lo spazio ai pensieri, alle emozioni, che ci permette di viaggiare fisicamente e con il pensiero… l’asfalto grigio che si alterna ai tratti di terra e pietre… gli animali che pascolano liberi nei campi e sulle strade, i suoni ripetuti dei clacson dei fuoristrada, dei minibus carichi di ragazzi che si sporgono dai finestrini, dei camion che imponenti occupano l’ intera corsia, i ragazzi e i bambini che corrono lungo le strade in mezzo alle distese verdi che si interrompono all'orizzonte per lasciare lo spazio al cielo per qualche ora azzurro e poi di colpo plumbeo con le nuvole cariche di pioggia.

E la pioggia arriva… puntuale ogni giorno. Scroscia forte, l’acqua invade le strade sterrate e le trasforma in fiumi, piove per ore, a volte per poco tempo; di notte i fulmini squarciano il cielo e illuminano per una frazione di secondo i tetti delle case mentre tutto intorno il buio regna sovrano… poco dopo arriva il tuono a rompere il silenzio della notte.

“Non sono uno straniero perché,non mi sono mai fermato a pregare per tornare indietro sano e salvo, perché non ho sprecato il mio tempo ad immaginare come sarebbero stati la mia casa, il mio tavolo, il mio lato del letto. Non sono uno straniero perché tutti siamo sempre in viaggio,perché ci poniamo le stesse domande e viviamo la stessa stanchezza, le stesse paure, lo stesso egoismo e la stessa generosità. Non sono uno straniero perché, quando ho avuto bisogno, sono stato soccorso, quando ho bussato alla porta si è aperta. Quando ho cercato, ho trovato ciò che volevo.”

Non facciamo altro che nutrirci dei colori,degli odori,paesaggi maestosi e delle persone semplici che mi circondano. E’ cosi strana questa realtà,ma allo stesso tempo cosi’ coinvolgente!..POSSIAMO DIRE DI SENTIRCI A CASA..
E’ difficile descrivere su questa pagina bianca le sensazioni che abbiamo e stiamo provando in questi giorni. Ogni cosa sembra enorme, fantastica, strana…NUOVA!

Giochiamo,giochiamo con i loro sguardi,i loro immensi sorrisi gratuiti, abbracci infiniti…

C’è un’energia che ci avvolge indescrivibile!
Da quando siamo arrivate,c’è una vocina che non fa altro che chiamarci, chiederci nella sua lingua un qualcosa di incomprensibile…MASHARAT!
Cosi’ è il suo nome, il nostro fratellino! Ha 7 anni, un ometto. Il suo nome significa:le fondamenta,la base! Le fondamenta di qualcosa che dovrà crescere,un’immensità di ricordi,
esperienze vissute,dolori,gioie…UNA VITA! Questo bimbo riesce a farci sorridere anche quando scende un po di malinconia, tanto amore,mancava…. Porteremo sempre nel nostro cuore questo viaggio cosi inaspettato,desiderato…VISSUTO.

È il 6 Agosto, di mattina, quando Deregee ci comunica di preparare la borsa perché staremo via due giorni..e inizia un nuovo viaggio e una nuova avventura verso chissà cosa, ciò che è certo è che siamo entusiaste e non vediamo l’ora di salire sulla jeep. Subito dopo ci viene comunicata la destinazione“Chachao”, ma fondamentalmente per noi non fa differenza, potremmo andare in qualsiasi posto anche perché non conosciamo queste città. Dopo circa 3 ore di viaggio arriviamo, sembra una cittadina simile alle altre con tante persone nelle strade impegnate nelle loro attività quotidiane. Percorriamo un viottolo sterrato e arriviamo in un campo, ci sono circa 10 ragazzi che lavorano la terra e già a prima vista, ci rendiamo subito conto che sono tutti più giovani di noi, cosa che successivamente ci verrà confermata. I ragazzi appartengono all’associazione di 72 ragazzi che si occupa di riunificazioni familiari “Fikir ena Kibir le Egnce” che significa “amore e rispetto per noi”. E guardando come comunicano e si rapportano tra di loro, possiamo dire che non poteva esserci nome più giusto. Scambiamo i saluti di rito, facciamo un giro e dopopranzo li incontriamo in un bar; è qui che ci racconteranno le loro storie che poco si addicono a ragazzi di 15 o 17 anni..c’è Mastewal Ephrem, un ragazzo dai tratti somatici molto dolci, ha solo 15 anni eppure ha già 4 lavori e guadagna circa 1250 birr al mese (compra e vende polli, affitta biciclette, ha un piccolo pezzo di terra e lavora nell’associazione) per aiutare i due fratelli più piccoli e la madre che ha problemi psicologici. E non si lamenta della vita poco agiata e facile che fa, come nessuno di loro.

Un altro ragazzo colpisce la nostra attenzione e i nostri cuori, si chiama Balamual Balaynew, ha 17 anni ed è il leader dell’associazione nella quale sta da 2 anni. Il significato del suo nome (servitore nel senso di colui che aiuta gli altri) rispecchia pienamente la sua personalità e lo capiamo non appena inizia a raccontarci la sua storia, è degna delle migliori favole..ha vissuto in strada per quattro anni perché orfano di entrambi i genitori. Come la maggior parte dei ragazzi qui, lavorava come shoeshine per una decina di birr al giorno e forse, perché era destinato o per una semplice coincidenza, in una delle sue giornate sulla strada, un banchiere andò a farsi pulire le scarpe e mentre scambiarono qualche parola, l’uomo consigliò al ragazzo di mettere da parte i 2000 birr che era riuscito a preservare durante i 4 anni perché gli avrebbero cambiato la vita. E così Balamul fece, andò a mettere i soldi in banca e un bel giorno, anche qui per destino o per fato, la sua vita cambiò.
Entrò nell’associazione e ne divenne il leader anche se l’iniziò non fu facile.. venne insultato e ferito dagli altri ragazzi che, successivamente, capirono le sue intenzioni e ora lo ammirano e dicono di lui: “la sua presenza è fondamentale per la vita dell’associazione e per il cambiamento delle nostre vite”. Perché è un ragazzo brillante e aiuta gli altri con amore. Ora lavora dalle 2 della notte alle 6 del pomeriggio: inizia la sua giornata come panettiere e prepara bombolini (ciambelle fritte buonissime!), poi si reca nell’associazione dove si occupa della gestione e del lavoro della terra e, infine, ritorna alla sua attività di panettiere e grazie a questo lavoro riesce, come già faceva prima, ad aiutare i due fratelli che hanno 15 e 11 anni e vivono con lui. Nel tempo libero ama scrivere racconti di storie vere che rispecchiano gli anni, le paure, le emozioni e le sensazioni vissute sulla strada. Gli chiediamo se vorrebbe farsi una famiglia, risponde che prima di ciò vuole migliorare la vita degli altri, degli amici, dei fratelli e la sua. Questo suo spirito buono si rispecchia anche nei suoi sogni, vorrebbe infatti andare all’università e studiare scienze sociali. La cosa più emozionante è stata la voglia di vivere e di migliorare le cose che si intravedeva nei suoi occhi velati, un ragazzo così giovane eppure così profondo e solidale. Durante le nostre frettolose giornate,
quando siamo intrappolati dalla nostra routine, dimentichiamo cosa vuol dire vita.

“L’opera umana più bella è essere utili al prossimo” (Sofocle)

Federica, Valentina e Ylenia - Debre Tabor Etiopia

martedì 14 agosto 2012

Il Servizio Civile in Tanzania


Stefano Battain, ex-volontario CVM e Serena Morelli, attuale servizio civilista in Tanzania  raccontano le loro esperienze, impressioni ed emozioni.

giovedì 9 agosto 2012

Le prime impressioni di Federica, Valentina e Ylenia dall'Etiopia


Carissimi, scriviamo tutte insieme perchè la connessione è veramente molto lenta.. il nostro lungo viaggio verso il continente nero comincia nella calda e soleggiata mattina del 30 Luglio. Atterriamo ad Addis e Valentina, responsabile CVM Etiopia, è li che ci aspetta e all'uscita dall'aeroporto e già si percepisce di essere in una realtà ben diversa e lontana dalla nostra. Le strade sono deserte, è tardi, l'aria è pungente... è strano pensare di essere quasi ad Agosto 2012.. qui, invece, è il 22 Hamlay (Luglio/Agosto) 2004. È notte e non riusciamo ancora bene a immaginare il paesaggio che ci attende. Si mostra con tutta la sua maestosità e imponenza il mattino seguente quando percorriamo le strade etiopi per giungere a destinazione: Debre Tabor. Dopo 13 ore di pullman un’engera gustata in un piccolo ristorantino di Debre Marcos, giungiamo nel centro del CVM dove ci attendono Deregee e Asnika che ci accolgono con la meravigliosa cerimonia del caffè etiope. Per arrivare al centro del CVM si percorre il cuore del villaggio: l’impatto è forte, tanto, ha piovuto e nelle strade c’è fango; anche gli odori sono forti e nel corso dei giorni impariamo a conoscerli, a riconoscerli e a farli nostri. 

Non appena mettiamo il naso fuori dal centro del CVM, le persone ci circondano, ci scrutano incuriosite e un po’ incredule, i bambini timidi fanno per avvicinarsi, tanti ci sorridono e altri, quelli più piccoli, intimiditi si nascondono un po’ ma poi la curiosità è troppo forte ed ecco che, poco dopo, fanno capolino tra le gambe e le braccia di un fratellino un po’ più grande. I giorni sono pieni, visitiamo il centro dei malati di HIV, alcuni ci raccontano la loro storia, ci commuoviamo quando Tesfiye Mengistu, un uomo che vive grazie al lavoro che svolge nel centro dopo aver ricevuto il microcredito dal CVM dice: “Sono felice che i bianchi siano venuti perché è in loro che noi vediamo una speranza per far conoscere al resto del mondo le nostre problematiche”. Visitiamo gli orfani di strada, coloro che grazie all’aiuto del CVM hanno la possibilità di imparare un mestiere, quello di panettieri e di poter uscire così, almeno in minima parte, dalla loro condizione di estrema povertà che li ha costretti per molti anni a lavorare come shoeshine (pulisci scarpa) o, per le ragazzine, a trasportare taniche di acqua per un quarto di birr (moneta locale che corrisponde a 1,13 centesimi di euro) l’una. 

Entriamo, la bakery è piccola e i ragazzi ci guardano incuriositi e un po’ intimiditi di fronte alle domande che poniamo; poco dopo Amsalu, uno dei 15 ragazzi, si scioglie e comincia a raccontarci la sua storia: ha 17 anni, è orfano di padre, è andato in strada all’età di 7 anni in quanto la famiglia, troppo povera, non era in grado di mantenerlo e prima di entrare in questo progetto svolgeva saltuariamente, lavori quotidiani per 12 birr al giorno (54 centesimi di euro al giorno). Dalla prossima domenica grazie al lavoro nella bakery, ne guadagnerà 30. Sono tante le loro storie, così simili ma così diverse al tempo stesso; sono, però, uguali quegli occhi che ti guardano, quegli sguardi che ti entrano dentro, quegli stessi occhi, migliaia, che ogni giorno incontriamo al mercato del nostro villaggio o davanti alla nostra casa, sono quelli che ci restano dentro più di ogni altra cosa. Le parole scambiate con il nostro divenuto già “bottegaio” di fiducia e le serate e le improvvisate conversazioni con il nostro guardiano Unatù che in Amarico significa verità… sono queste le emozioni della vita. 

“In questo momento, ho bisogno di un’unica cosa: 
un abbraccio. Un gesto antico quanto l’umanità, 
il cui significato va al di là dell’incontro di due corpi. 
Un abbraccio vuol dire: “non sei una minaccia, 
non ho paura di starti così vicino, posso rilassarmi, 
sentirmi protetto e comprendere che c’è 
una persona in grado di capirmi.” Secondo la 
tradizione ogni volta che abbracciamo 
qualcuno con piacere, guadagniamo un giorno 
di vita. Ti prego, abbracciami adesso.” 

(Paulo Coelho) 

Ciao 

Federica, Valentina e Ylenia 

martedì 7 agosto 2012

Why? Perchè?


Stefano Battain, ex volontario CVM, ci scrive dal Sud Sudan, paese in cui sta lavorando ora...

“Hi my friend! Why?” (Ciao amico mio, perché?). Questa è stata la frase che più mi ha fatto sorridere durante la mia prima corsetta in Sud Sudan. Domenica mattina la ragazzine, magrissime, in ogni caso, alte per la loro età, si avviano verso la chiesa, vestiti lunghi, lucidi, viola, gialli, verdi, il vestito buon immagino, messo la domenica per andare a messa, o anche solo per fare una passeggiata con le amiche, cellulare in mano e musica hip pop americana sparata ad un volume che basta a far gracchiare il mini altoparlante installato su questi cellulari, sorprendentemente potente ma anche di bassa qualità. Sono a Bentiu, nel nord del Sud Sudan, nel 2006, aveva circa 7,700 abitanti, ora potrebbero essere attorno ai 10,000 considerando che migliaia di sud sudanesi dal 2005 in poi hanno risalito la valle del Nilo, dalla desertica Khartoum alle verdi alture del sud Sudan. Dopo una settimana trascorsa in ufficio, fra Juba e Bentiu, durante la quale la mia unica attività fisica sono stati 20 minuti di yoga alla mattina, sdraiato sul pavimento di piastrelle bagnate fra la mia scrivania e la macchina fotocopiatrice dell’ufficio, ho sentito il bisogno di muovere un po’ la gambe. Una domenica soleggiata, strano, visto che siamo quasi al picco della stagione delle piogge e nell’ultima settimana ha piovuto tutti i giorni, soprattutto di notte, inzuppando il mio letto, piazzato vicino alla finestra, e obbligandomi a svegliarmi nel cuore della notte per chiudere le imposte, spalancate la sera per non soffocare nel caldo umido del luglio sud sudanese aggravato da una zanzariera che ricopre il mio letto e sicuramente non permette di apprezzare quell’alito di brezza notturna che comunque ci sarebbe.
Fango, quello si ce n’è, tanto, le strade sono di fango, tutto il resto è verde, verdissimo in questo periodo dell’anno, prati di erba lunga fino alle ginocchia, mandrie di mucche dalle corna lunghissime e spessissime, alcuni asini, oggi forse a riposo ma che durante la settimana tirano carretti carichi di pesantissimi barili pieni d’acqua. Poche le abitazioni in cemento, moltissime quelle in fango e legno, col tetto di paglia, tutte circondate da recinti di canne alte come alcuni soldati dell’esercito di liberazione del popolo del sud sudan (in inglese: S.P.L.A. Sudanese People Liberation Army) che si aggirano numerosi per il “centro” di Bentiu con AK-47 a ricordare e ricordarci che oltre 20 anni di guerra non si dimenticano con 7 anni di pace e un solo anno di indipendenza.
Continuo la mia corsa, piccoli uccelli rossi e neri sono appoggiati sui fili dell’elettricità che non c’è, farfalle, libellule e altri insetti che non avevo mai visto prima ronzano tranquilli sotto il sole equatoriale, i bimbi mi guardano, ridono, mi prendono in giro perché corrono e si mettono a ballare, pochi hanno il coraggio di chiamarmi o salutarmi, solo i più grandicelli, anche loro magrissimi e slanciati, accennano un saluto, qualcuno solo un “Hello!” qualcuno anche un “Where are you going?” (Dove stai andando?). Io rispondo a tutti e saluto tutti quelli che il mio fiatone mi permette di salutare, fa caldo, umido, forse non è l’ora migliore per correre ma va bene così, credo di avere intuito più cose in questa mezzora di corsa che nell’intera settimana passata. Sono felice di essere qua, ottimista, la gente del sud Sudan mi sta già entrando dentro e ignoro qualche sguardo cupo e severo che mi sono sentito addosso da qualche uomo di mezza età. Sorrido a tutti, non costa niente e ricevuto più sorrisi in cambio di quanti ne abbia offerti. Alla domanda “Why?” ho risposto: “Perché sono grasso” battendomi le mani sulla pancetta, in realtà è solo parte dei motivi, uno è che correre il forse fra i modi migliori di iniziare ad esplorare un posto, iniziarne ad apprezzarne i colori unici, annusarne le puzze fantastiche che ci sono qui in Africa, toccare in qualche modo, o forse sfiorare, incrociare il mio sguardo con alcuni rappresentanti di quella parte di umanità che è qui, sotto il nostro stesso sole ma che spesso non esiste a meno che non riesca ad impietosire i portafogli e far funzionare una qualche raccolta fondi di una qualche ONG.

venerdì 20 luglio 2012

Testimonianze - Antonella dall'ospedale di Chalinze, Tanzania

Comincia ad essermi familiare la strada che da Bagamoyo conduce verso l’interno, quell’irrompere della terra rosso ruggine e dell’asfalto dissestato che ad ogni sobbalzo mi ricorda che è mattina e non è tempo di sonnecchiare, quelle capanne nascoste tra la vegetazione, quei piccoli villaggi che si aprono sulla strada e si riempiono di bambini che, seduti a terra e a piedi scalzi, da una tazza bevono latte dipingendosi la bocca di bianco, quelle bancarelle piene di banane e arance, quelle figure di donne che mantengono in equilibrio secchi d’acqua muovendosi sinuosamente.

Dopo circa tre ore passate ad osservare da dietro un finestrino uno scorcio di terra tanzaniana in movimento, dopo una breve sosta a Lugoba, dove una parte del team CVM rimarrà per quattro giorni di workshop sui diritti delle donne, arriviamo nel villaggio di destinazione: Chalinze.

Chalinze è una piccola città, 100 Km ad ovest di Dar es Salam, una zona di passaggio, il centro di rifornimento principale per i viaggiatori provenienti dal sud e nord della Tanzania, data la presenza di sei stazioni di servizio. Sul ciglio della strada una moltitudine di camion e daladala (tipico autobus), intorno tanti piccolissimi bar dove fermarsi ad assaggiare la cucina tanzaniana. Bancarelle stracolme di frutti, piccoli shop dove con un po’ di pazienza riesci a trovare quel che ti serve. Di notte diventa un luogo vivace con bracieri sparsi dappertutto utilizzati per cuocere pietanze dagli odori invitanti e a volte, mischiati al fumo, nauseabondi, banchetti illuminati dalla luce di una fiamma che lascia intuire la tipologia della merce presente. E poi un’immensa moltitudine di gente che si riversa sulla strada alla ricerca del posto in cui consumare la cena ,di uomini soli che vagano alla ricerca di incontri fugaci con giovani donne che vendono il proprio corpo in cambio di pochi scellini: questo è uno dei motivi che contribuisce a fare di Chalinze uno dei centri a più elevata prevalenza di infezioni Hiv/Aids nella regione del Pwani.

Ed è qui che è presente il CTC (CARE AND TREATMENT CENTRE) strutturalmente un’ospedale a padiglioni in mezzo alla natura. Dopo avere effettuato il colloquio con il medico responsabile per decidere di cosa, come e quando occuparmi, vengo accompagnata nel padiglione maternità. Senza nessun preavviso, varcata la soglia d’ingresso e dopo aver percorso un breve corridoio, mi ritrovo catapultata direttamente nella sala parto, dove gli occhi registrano la presenza di tre donne distese, nude, senza alcuna privacy, sui rispettivi letti, tra l’odore pungente di sangue e il vento caldo che entra dalle finestre aperte sul cortile: al sentimento di intrusione forzata in un ambiente così delicato si sostituisce a breve quello di accoglienza da parte del team tanzaniano. Due di queste donne sono nella fase di travaglio, si girano e rigirano nella speranza di trovare la posizione meno dolorosa durante le contrazioni, si lamentano discretamente, si alzano, camminano intorno al letto e si riallungano di nuovo. A distanza di un’ora dal mio arrivo, Hamida, una ragazza di 20 anni alla sua prima gravidanza dai lineamenti del viso perfetti e un corpo impeccabile, richiama la nostra attenzione dando inizio alla fase del parto. Si intravede la piccola testolina ma le spinte di Hamida da sole non bastano: una delle nurse posiziona uno sgabello all’altezza del torace e con tutto il peso del proprio corpo e la forza delle mani comincia a fare pressione su quel pancione contratto ed immobile.

Sembrano minuti infiniti. Finalmente la testa è fuori, piano piano anche la spalla, il resto del corpicino viene tirato fuori dalla seconda nurse e la comparsa del pianto soffuso e tanto atteso ci fa sorridere di gioia per questo evento così sofferto. E’una bimba! Una futura donna d’Africa!  Una sorpresa, perché qui non esistono ecografie in gravidanza che svelano il sesso del nascituro. La piccola viene posizionata sul grembo materno, il cordone ombelicale clampato, legato e tagliato, avvolta da un tipico kanga colorato me la mettono in braccio per pesarla facendomi sentire meno mzungu: e sì, i bambini in Africa alla nascita sono bianchi, solo con il passare delle ore e dei giorni, in presenza della luce e l’attivazione della melanina, si scuriscono assumendo il colore nero della pelle. Peso:2,9 Kg, indice Apgar 9/10. E il nome?? Come si chiamerà questo batuffolo che ho tra le mie braccia?? non è dato saperlo al momento: sarà il padre, una volta tornata a casa, dove la vedrà per la prima volta, a darle il nome!!! Mentre il resto del team è impegnato nella seconda fase del parto, l’espulsione della placenta, avvolgo la piccola con altri Kanga per evitare l’ipotermia e rimango ad osservala mentre strizza gli occhi, muove le labbra in segno di suzione, si porta il pollice alla bocca come se fosse un ciuccio.

Al termine la riconsegno alla giovane madre che con una naturalezza straordinaria se la avvicina al petto e comincia ad allattarla: che forza Hamida, ha appena partorito e sembra serena e riposata come se nulla fosse successo, un evento così eccezionale ed emozionante per noi e così naturale e tranquillo per loro, a distanza di pochi minuti dal parto è seduta sul letto con in braccio la prima figlia e riesce a mangiare e mandare messaggi con il cellulare. In Italia la sala d’aspetto si sarebbe riempita di parenti ed amici per vedere e fare festa al nascituro, qui non c’è ombra neppure del padre… solo una parente silenziosamente e discretamente entra nella sala per portare cibo e vestiario di ricambio, ma non si ferma neppure a guardare questa nuova creatura d’Africa, presta attenzione alle esigenze della madre. Che mondi diversi!

Intanto nella stanza adiacente alla sala parto, seduta su un lettino, c’è Rukia, 22 anni, in attesa della visita medica. Ci spiega il motivo della sua presenza: dolore addominale, perdite ematiche, ritardo mestruale da circa due mesi. Per me abituata a lavorare in emergenza, fare l’addizione di segni e sintomi non è difficile e il campanello d’allarme che si tratti di un aborto o minaccia d’aborto comincia immediatamente a suonare nella testa diventando certezza dopo la prima sommaria visita ginecologica. Il medico mi spiega che si tratta di un aborto interno ritenuto, ovvero l’embrione è morto, ma non è stato espulso all’esterno, così la soluzione è una sola: revisione uterina, quindi dilatazione e raschiamento. Mi chiedo come riescano questi medici a fare con tale certezza questo tipo di diagnosi solo attraverso occhi senza ad esempio l’utilizzo di un ecografo, e mi chiedo come mai questa donna rimane in silenzio senza porre nessuna domanda, senza chiedere: ma è sicuro? Affidandosi completamente nella mani di quest’uomo con il camice bianco.

E dopo pochi minuti, eccola, Rukia, sdraiata sul lettino ginecologico, sul viso smorfie di dolore, si agita e si dimena fino a che non decide di prendermi le braccia e stringermele fino a farmi male per scaricare il suo, di male. Mi guarda con occhi spalancati quasi a volermi implorare aiuto, a volermi rimproverare per quello che le stà accadendo. Avrei voluto dirle: <> Ma non conosco lo swahili, le sue urla mi lasciano impietrita e allora rimango lì, ferma, immobile, ad osservarla e a lasciare che scarichi il suo dolore sulle mie braccia. E finalmente dopo venti lunghi e interminabili minuti tutto è finito: piano piano molla l’intensità di presa sulle mie braccia e mi lascia andare.

Rukia rimarrà sdraiata sul fianco ancora altri 15 minuti, giusto il tempo per recuperare le forze fisiche. Quindi si alza, si riveste e, a passo lento ma deciso, varca la porta d’uscita di quella che per un’ora è stata la sua gabbia di tortura.

Eccola quella forza d’animo della donna africana! Negli incontri del CVM l’avevo intravista tra le donne del microcredito, tra le ragazze di Mkanga e Saadani durante il workshops sui diritti delle donne e dei bambini. Ma qui ,tra queste mura dell’area ginecologica, ne ho avuto l’assoluta conferma: è la forza d’animo che si lega con la resistenza fisica al dolore che fa, nella donna, il futuro dell’Africa!

Antonella, Bagamoyo,Tanzania.