martedì 16 ottobre 2012

Il diritto allo studio delle donne africane


“Se educhi un uomo, tu educhi un individuo. Ma se educhi una donna, educhi un’ intera nazione” -  Kwagyir Aggrey

Si stanno facendo sempre più impegnativi i progetti che CVM sta realizzando a favore dell’istruzione delle giovani donne in Africa e molti altri ancora - con queste finalità - andrebbero sostenuti. Soprattutto per molti giovani donne provenienti da famiglie povere e numerose rimane ancora un sogno irraggiungibile quello di poter completare un corso di studi che possa consentire loro di aspirare ad un futuro economicamente indipendente e, magari, di supporto per i propri familiari.
E’ con questo fine che, da anni, CVM offre un sostegno economico a molte di loro, affinché possano accedere a corsi di formazione professionale o a corsi preparatori allo studio universitario, senza trascurare la necessaria attenzione ad aumentare la loro consapevolezza relativa ai propri diritti in una società che le vede, troppo spesso, destinatarie di abusi e sfruttamento.
Il sostegno ha anche altre importanti valenze, infatti, si basa spesso su “fondi rotativi” il che significa che, completato il corso e trovato un lavoro, le ragazze ripagano il prestito dando, a loro volta, la possibilità ad altre studentesse di essere sostenute nello studio.
Finora i risultati sono stati molto positivi: per i progetti di questo tipo avviati in Etiopia , 60 ragazze hanno potuto iscriversi -  nel 2009 -  alle scuole superiori, 30 per prepararsi a corsi universitari e 30 per accedere a scuole di formazione professionale. Analogamente, in Tanzania, 12 giovani donne inserite nel programma promosso da CVM hanno conseguito la laurea e sono già impegnate in stage o stanno cercando lavoro. Ma la richiesta delle ragazze ad una propria istruzione e formazione cresce sempre più, così come - ovviamente - cresce la necessità di reperire fondi da destinare a questi progetti.
Tra le molte giovani che hanno fatto richiesta di accedere al programma c’è,  ad esempio, Neema Maftaha di 21 anni. Neema proviene dal villaggio di Saadani nel distretto di Bagamoyo in Tanzania; la sua è una famiglia molto numerosa, con la sola madre - che lavora in agricoltura - e sei tra fratelli e sorelle (tutti più grandi di lei) e non tutti con un lavoro. Neema ha richiesto di poter frequentare un corso di avviamento professionale:
Sono entrata nel progetto e nell’associazione - dice Neema  - per migliorare la mia vita e quella della mia famiglia e per riuscire a soddisfare i miei bisogni. Ecco perché al termine del corso vorrei trovare un lavoro”
Da un punto di vista strettamente economico, un supporto come quello a Neema, comprende il sostegno economico per la partecipazione al corso di avviamento professionale, la fornitura di materiale per l’avvio dell’attività, workshop mensili e destinati alle ragazze sui diritti delle donne nelle relazioni familiari, supporto per attività ricreative e per la produzione di brochure sul diritto all’educazione, training in salute riproduttiva e basilari nozioni di economia; il tutto per un impegno complessivo di poco più di 500,00 euro.
Altro esempio,  quello di Anna Saimoni, anche lei dal villaggio di Saadani  in Tanzania; Anna vive con sua madre - commerciante di pesce - suo fratello che è pescatore e sua sorella minore. Anche Anna ha richiesto di prendere parte ad un progetto di formazione professionale perché dice:
“Ho deciso di unirmi al progetto affinché possa rendermi indipendente e nello stesso tempo per incoraggiare altre persone della comunità a fare altrettanto.  Per migliorare le mie conoscenze, per una occupazione futura.”
Proprio dalle parole di Anna si comprende quanto sia importante che l’esempio di alcune sia poi trasmesso ad altre giovani; la consapevolezza delle proprie potenzialità  è un’esigenza  molto avvertita e da condividere con altri, per finire di coinvolgere positivamente tutta la propria comunità.  

Stefano Battain, 
ex volontario CVM, ora in Sud Sudan


Una “business analysis” un po’ speciale



Di nuovo costretta al di fuori del parco nazionale di Saadani per le strette regole dell’ente gestore.. d’altronde avrebbe poco senso pagare più per il mio ingresso che per le attività che implementiamo. La dottoressa che mi accoglie di solito a Mkange è fuori città e così Peace mi propone di andarmene a Miono. Conosco poco questo villaggio, la gente, le guesthouses… mi sono sempre fermata poco qui, l’unica volta in visita di monitoraggio con Marian. Potevo prenderla male, ma che senso avrebbe avuto.. qui, anche una persona impostata come me, impara a vivere l’avventura! Ed ho scoperto che le avventure possono andar bene come male, non siamo noi spesso a decidere la direzione, ma sicuramente molto dipende dallo spirito con cui lo viviamo, quello sì che fa la differenza…
E così, zaino scout alle spalle, parto con un pikipiki (moto, taxi locale) alla volta di Miono. Mezz’ora sotto il sole fra le campagne della Ward di Mkange.. che spettacolo.. che natura..  tutti al mio passaggio si girano, una mzungo, su una moto, con uno zaino così grande, in giro per quelle strade non si vede spesso.. sicuramente è l’evento del giorno! Così come il mio arrivo a Miono, tutti si stupiscono del fatto che io sia sola e che decida di fermarmi per due notti lì.. e soprattutto che io parli kiswahili.. e vi giuro che per quanto il mio kiswahili sia ancora scarso, per loro è una gioia ed un onore sentire che io sia capace di salutarli.
Vengo accolta da Rabia, segretaria del gruppo di microcredito locale, che Peace aveva prontamente avvertito del mio arrivo. Strano il fatto che lei sembra più preoccupata di me della mia permanenza a Miono. Per quanto mi considerino diversa da loro a partire dal colore della pelle, ai modi di fare, al modo di parlare, lo spirito materno di queste donne e il loro senso di protezione nei miei confronti viene sempre fuori in un baleno. Rabia mi porta a fare due passi per il villaggio ed a vedere il suo lavoro, vende kanga, kitende e pezzi di stoffa vari in giro per la città. Proprio vicino alla guesthouse incontriamo anche un’altra donna del gruppo di Miono, Bishum, lei prepara colazioni, chapati, mandazi, zuppe e thè.. è fatta, l’indomani il nostro giro inizierà da lei! 
E così è stato, dopo un’ottima colazione e 2/3 richieste di matrimonio nel locale di Bishum insieme a Rabia siamo partite alla volta di Mandera poiché molte donne del gruppo di microcredito vivono lì. Prima fermata, Sofia, leader del gruppo, donna molto composta e silenziosa, ha perso il marito diversi anni fa, e dopo un periodo di praticantato a Dar con la sorella, ora ha aperto un salone di bellezza a Mandera grazie al prestito ricevuto. Dopo i doverosi saluti, qualche domanda e salutata Rubia che se ne va a Chalinze a depositare i ripaga menti mensili del gruppo, propongo a Sofia di mettersi alla prova con i miei capelli!  Osservate le prime due clienti ci mettiamo al lavoro! Shampoo, bigodini e casco, tutto alla modica cifra di 0,75 €! sui miei capelli il tutto non reggerà molto, ma vi giuro che tranne la prova del casco con il caldo che già faceva, ne è valsa davvero la pena di trascorrere 3 ore lì! Accompagnata da Sofia ce ne andiamo poi a trovare Joyce: lei e i due bambini hanno appena finito di mangiare un piatto di ugali (polenta bianca), la sua casa è ancora in costruzione e mi porta a fare un giro per i campi..  i polli sono fuori a passeggiare, le banane son quasi pronte e gli spinaci sabato verranno raccolti e venduti! Terza tappa è il locale di Ester, vende bevande vicino alla strada che porta a Msata. Ci sediamo un po’ nel suo locale a fare due chiacchiere e ne approfittiamo per ascoltare insieme a tre masai un discorso di Nyerere, si sta avvicinando il Nyerere day. Oltre al locale Ester ha iniziato ad allevare polli, capre e con mio grande stupore maiali! È la prima volta che li vedo qui in Tanzania! Sono ancora piccoli.. chissà come starà il maiale del mio nonnino in Italia, quest’anno  non ho avuto l’onore di conoscerlo!!
Passiamo poi velocemente a salutare Hamida e Mwanaidi, la prima ha un piccolo negozietto dove vende un po’ di tutto, mentre la seconda prepara colazioni. Con loro ci facciamo una bella chiacchierata sulle differenze tra l’Italia e la Tanzania, io elogiando le qualità della seconda e loro della prima, ma tutte concordiamo che le donne di una volta, qui come in Italia non  crescono più! Donne forti come le nostre mamme e le nostre nonne sono ormai una razza in via di estinzione, mentre noi giovani ci crogioliamo nel nostro benessere! Ultima tappa, dulcis in fundo, Mwanaidi Jumanne, mama lishe, una delle tante “mamme” che preparano giornalmente da mangiare, dalla mattina alla sera! Come le avevo promesso appena messo piede a Mandera, sarei tornata da lei per il pranzo, e così ecco ad accogliermi ugali, fagioli, spinaci e un pezzettino di carne immerso in un sughetto di pomodoro! E come al solito il momento del pranzo diviene un momento di discussione con tutte le persone di passaggio.. dal microcredito alle acconciature femminili! 
Si sono fatte le 15 ed è ora di prendere un daladala (bus locale) per Miono prima che faccia notte.. anche per oggi la giornata è finita e mentre buttavo giù questi pochi pensieri, sono passate a salutarmi Rabia e una sua amica.. volevano assicurarsi che fossi tornata sana e salva ed organizzarsi per domani.. mi aspetta un nuovo viaggio in pikipiki fino a Mkange dove ad attendermi ci sono le ragazze delle due associazioni formate quest’anno dal CVM, per una bella partita di pallone!
 Il ricordo più bello di questa giornata? L’orgoglio delle donne che ho incontrato nel dire “Hai visto le donne del CVM di cosa sono capaci?!”, di certo la storia di questo gruppo non è sempre stata facile, ma con l’impegno dello staff locale, dei vari volontari e soprattutto delle donne più tenaci, i risultati sono arrivati e con loro anche i frutti di questo duro e paziente lavoro!

Serena Morelli
Volontaria a Bagamoyo - Tanzania 

venerdì 21 settembre 2012

Eid Mubarak


Camminare per le strade e sentire aria di festa, vedere così  tanta gente per strada, i vestiti buoni, lo scambio dei doni, i bambini che fanno il bagno nell’oceano, mangiare il cibo delle grandi occasioni in una casa piena di amore e umanità… è finito il Ramadan e la vita a Bagamoyo si desta nuovamente.
Tornata da poco in Africa, ci ho messo un po’ a tornare in “modalità Tanzania”… certe sensazioni riesci a provarle più nettamente solo quando percepisci la differenza.. e dopo due settimane a casa era inevitabile farlo..
Nella mia mente mille pensieri.. a volte mi sento così  immersa in questa realtà che non mi rendo davvero conto di essere in Africa.. altre volte invece gli sguardi delle persone lasciano trapelare la distanza.. vedere i bambini che ti guardano come fossi un alieno a volte fa sorridere, altre volte ti riporta con i piedi per terra…
E poi ti ritrovi a parlare per ore con persone stupite perché un mzungu parla la loro stessa lingua, con persone stupite perché mzungu ha trovato il tempo di sedersi a condividere un pasto con loro, perché un mzungu ha un nonno che fa il contadino.. Alla domanda di un uomo stupito “Perché i wazungu coltivano?” cosa volete rispondere..
E riscopri la semplicità delle piccole cose, dei piccoli gesti.. Scopri che i nodi e gli incassi non sono un esercizio lungo una settimana di un campo estivo, ma qui sono ancora la struttura che regge le case… scopri che è così naturale ricevere in dono un cestino di pomodori e tornare il giorno seguente con un piatto di spaghetti al pomodoro… scopri che una giornata di lavoro può essere meno pesante se qualcuno passa a donarti un sorriso, ed uno spuntino.. scopri che sotto la superficie del’acqua dell’oceano c’è un mondo altro da liberare… scopri che in cielo ci sono tante, ma tante, ma tante più stelle di quelle che potessi immaginare…  scopri che anche in Tanzania fanno il kitchen party, ma che qui ha il sapor di tradizione e di donna.. scopri che la religione può pervadere ogni cosa, e il domani sarà migliore se Dio lo vorrà.. scopri che qui la semplicità è ancora vita quotidiana…
Tutte cose che non bisogna arrivare in Tanzania per scoprire, ma che a casa a volte non abbiamo lo sguardo limpido per vederle con attenzione, non abbiamo il tempo di soffermarci ad apprezzarle.. Molte volte viaggiamo così tanto, ma rimaniamo chiusi in noi stessi.. Qui spesso questa dimensione di essenzialità diventa così determinante da ridarti quella sensazione di pace che in mezzo all’oceano, di fronte ad un sole così grande e luminoso pensi…  “Sì, ho davvero la fortuna di essere in Africa…”

La vita è un'opportunità, coglila.
La vita è bellezza, ammirala.
La vita è beatitudine, assaporala.
La vita è un sogno, fanne realtà.

Serena Morelli da Bagamoyo, Tanzania

La cupola azzurra e la capanna di canne


Domenica 26 agosto 2012


Nove di mattina, assolata, calda, domenica mattina a Pariang, nel nord del Sud Sudan, nuvole lunghe, alte e sottili, spalmate sul cielo azzurrino, una cupola immensa, larga  e aperta come solo alcuni cieli d’Africa possono essere. Cammino con Michael, il nostro agronomo, la lunga strada dritta che attraversa il villaggio, terra marrone, chiamata marram, l’unica che drena un po’ l’acqua che cade quando la cupola azzurra diventa grigia, cupa e minacciosa, e poi piange. Cerchiamo un trattore per portare del materiale a Nyeel, a 40 chilometri da qui, e’ l’ unico mezzo che puo’ farcela in questa stagione, ma trattori non ce ne sono, mi guardo intorno, cerco un posto per comprare una ricarica telefonica, vedo una ragazza, seduta su uno sgabello basso, frigge qualcosa, sembrano frittelle, ne compro 3 per un pound, un quarto di euro praticamente, il locale mi ispira e propongo a Michael di entrare per un the, abbasso la testa per entrare nella capanna di canne, 4 metri per 5, il suolo rugoso, irregolare, in terra battuta, calpestata da mille piedi e sporca di farina e chissa’ cos’altro. Ci sediamo sulla sedia di plastica marroncina, mi guardo attorno e c’e un vecchietto e 4 o 5 ragazze sedute a bere il the, non parlano, sembrano rilassate e serene, sicuramente non indaffarate, una sorseggia the all’ibisco, chiamato karkade’, ne provo uno anch’io, dolcissimo, mezzo bicchiere di zucchero  in un bicchiere di the, arrivano le frittelle, 4 al prezzo di 3, la ragazza ci aggiunge un cucchiaio  di zucchero sul piattino delle frittelle, dolci, ma nemmeno troppo unte, chiacchero con Michael, mi racconta che la sua ragazza e’ in Uganda e andra’ a trovarla ad inizio Ottobre, concordiamo le ferie, anch’io devo andare a trovare la mia, qualche centinaio di chilometri piu’ a sud e qualche settimana dopo. Michael mi piace, e’ sveglio e lavoratore, mi trovo bene a lavorare insieme a lui, e’ piu’ maturo della sua eta’, classe 1989.
Una bimba di circa 10 anni ci porta il the, poi torna ad accovaccarsi per terra, sta pestando le spezie che aromatizzeranno il caffe’ che sua mamma sta arrostendo sul fuoco di carbonella, l’odore pungente del caffe’penetra prepotentemente nelle narici, punge quasi, svegliando i pigri neuroni della domenica mattina. La signora del caffe’ veste di viola, un vestito lucido e dalle tinte forti, un viola acceso con ricami neri, il volto altrettanto nero, come il caffe’ che sta tostando, il sorriso largo e aperto, come i cieli d’Africa, una fascia viola in testa fatta della stessa stoffa del vestito. Blu, come il telo di plastica che copre mezza della parete che ho di fronte, marroncino come i pezzi di cartone che sporgono dal soffitto di canne, giallo come I vestiti di due ragazze che si alzano e se ne vanno. L’ essenzialita’ del posto e’ rilassante, vera, umana, calda e accogliente. La capannina del caffe’ e’ in realta’ un mini-supermercato, all’entrata il cibo, le frittelle, a sinistra il “negozietto”, una vetrina di 4 ripiani fornita di zucchero (ovviamente), sigarette keniane, benzina, olio motore, forbici di plastica colorate dalla Cina, biscotti, ovviamente i Glucose, prodotti a Dubai con ingredienti di dubbia provenienza ma presenti ovunque in Africa, almeno tanto quanto Pepsi e Coca-Cola, le imprese avvelenatrici di falde acquifere e diritti umani e sindacali che arrivano ovunque. Annuso lo zenzero che la bambina sta ora pestando e ordino un caffe’, sono curioso di assaggiarlo, senza zucchero, specifico questa volta, arriva ed e’ buonissimo, chiedo anche un altro bicchiere, vuoto, per raffreddarlo, come al solito non riesco a bere le bevande troppo calde, chissa poi perche’, Michael ride…
Siedo e mi guardo intorno, fronti rugose, volti giovani segnati dalla fatica, dalla cattiva e carente alimentazione, e poi chi lo sa, dallo stress generato dalla lunga lotta per l’indipendenza di questo paese che sta avviandosi a compire i suoi primi passi ma che ancora fa fatica a reggersi in piedi, sotto il vento di poteri piu’ forti e piu grandi. Mi sento in pace ed accolto, come in quel chiosco di Bhopal dove ho mangiato dei gustosissimi falafel nel quartiere musulmano, come in quel ristorante di strada dove ho mangiato dei saporitissimi spiedini con padre Natale e Dario, come da babu a mangiare uroyo, kachori e sorseggiando infuso di zenzero, un respiro  di umanita’ che riempie gli occhi di calore, accoglienza e felicita’. E ora sono qui, sotto un’acacia a scrivere su carta i miei pensieri sparsi come non mi succedeva da tempo, ma l’assenza di elettricita’, di benzina per il generatore e le poche batterie del mio computer mi hanno spinto a riapprezzare il piacere di disegnare parole blu su sfondo bianco, il negativo del cielo sopra di me, questa immensa cupola azzurra con disegni bianchi che sono immagini e parole, che sono passeggere ma sempre presenti, che sono sogni e speranze.

Stefano Battain, ex volontario CVM, ora in Sud Sudan

martedì 28 agosto 2012

Prosegue il viaggio di Ylenia, Valentina e Federica: nuove emozioni e scoperte





Carissimi amici,

Prosegue il nostro viaggio… ogni giorno è una nuova scoperta… di persone, di paesaggi e di sensazioni.. ogni giorno lo scenario che si apre di fronte noi è meraviglioso i colori non si sovrastano ma sono netti e distinti: il verde e il marrone… intere distese di un verde forte e il marrone delle montagne, della terra, delle strade che si contrappone alle vallate e ai prati.
Un paesaggio che lascia lo spazio ai pensieri, alle emozioni, che ci permette di viaggiare fisicamente e con il pensiero… l’asfalto grigio che si alterna ai tratti di terra e pietre… gli animali che pascolano liberi nei campi e sulle strade, i suoni ripetuti dei clacson dei fuoristrada, dei minibus carichi di ragazzi che si sporgono dai finestrini, dei camion che imponenti occupano l’ intera corsia, i ragazzi e i bambini che corrono lungo le strade in mezzo alle distese verdi che si interrompono all'orizzonte per lasciare lo spazio al cielo per qualche ora azzurro e poi di colpo plumbeo con le nuvole cariche di pioggia.

E la pioggia arriva… puntuale ogni giorno. Scroscia forte, l’acqua invade le strade sterrate e le trasforma in fiumi, piove per ore, a volte per poco tempo; di notte i fulmini squarciano il cielo e illuminano per una frazione di secondo i tetti delle case mentre tutto intorno il buio regna sovrano… poco dopo arriva il tuono a rompere il silenzio della notte.

“Non sono uno straniero perché,non mi sono mai fermato a pregare per tornare indietro sano e salvo, perché non ho sprecato il mio tempo ad immaginare come sarebbero stati la mia casa, il mio tavolo, il mio lato del letto. Non sono uno straniero perché tutti siamo sempre in viaggio,perché ci poniamo le stesse domande e viviamo la stessa stanchezza, le stesse paure, lo stesso egoismo e la stessa generosità. Non sono uno straniero perché, quando ho avuto bisogno, sono stato soccorso, quando ho bussato alla porta si è aperta. Quando ho cercato, ho trovato ciò che volevo.”

Non facciamo altro che nutrirci dei colori,degli odori,paesaggi maestosi e delle persone semplici che mi circondano. E’ cosi strana questa realtà,ma allo stesso tempo cosi’ coinvolgente!..POSSIAMO DIRE DI SENTIRCI A CASA..
E’ difficile descrivere su questa pagina bianca le sensazioni che abbiamo e stiamo provando in questi giorni. Ogni cosa sembra enorme, fantastica, strana…NUOVA!

Giochiamo,giochiamo con i loro sguardi,i loro immensi sorrisi gratuiti, abbracci infiniti…

C’è un’energia che ci avvolge indescrivibile!
Da quando siamo arrivate,c’è una vocina che non fa altro che chiamarci, chiederci nella sua lingua un qualcosa di incomprensibile…MASHARAT!
Cosi’ è il suo nome, il nostro fratellino! Ha 7 anni, un ometto. Il suo nome significa:le fondamenta,la base! Le fondamenta di qualcosa che dovrà crescere,un’immensità di ricordi,
esperienze vissute,dolori,gioie…UNA VITA! Questo bimbo riesce a farci sorridere anche quando scende un po di malinconia, tanto amore,mancava…. Porteremo sempre nel nostro cuore questo viaggio cosi inaspettato,desiderato…VISSUTO.

È il 6 Agosto, di mattina, quando Deregee ci comunica di preparare la borsa perché staremo via due giorni..e inizia un nuovo viaggio e una nuova avventura verso chissà cosa, ciò che è certo è che siamo entusiaste e non vediamo l’ora di salire sulla jeep. Subito dopo ci viene comunicata la destinazione“Chachao”, ma fondamentalmente per noi non fa differenza, potremmo andare in qualsiasi posto anche perché non conosciamo queste città. Dopo circa 3 ore di viaggio arriviamo, sembra una cittadina simile alle altre con tante persone nelle strade impegnate nelle loro attività quotidiane. Percorriamo un viottolo sterrato e arriviamo in un campo, ci sono circa 10 ragazzi che lavorano la terra e già a prima vista, ci rendiamo subito conto che sono tutti più giovani di noi, cosa che successivamente ci verrà confermata. I ragazzi appartengono all’associazione di 72 ragazzi che si occupa di riunificazioni familiari “Fikir ena Kibir le Egnce” che significa “amore e rispetto per noi”. E guardando come comunicano e si rapportano tra di loro, possiamo dire che non poteva esserci nome più giusto. Scambiamo i saluti di rito, facciamo un giro e dopopranzo li incontriamo in un bar; è qui che ci racconteranno le loro storie che poco si addicono a ragazzi di 15 o 17 anni..c’è Mastewal Ephrem, un ragazzo dai tratti somatici molto dolci, ha solo 15 anni eppure ha già 4 lavori e guadagna circa 1250 birr al mese (compra e vende polli, affitta biciclette, ha un piccolo pezzo di terra e lavora nell’associazione) per aiutare i due fratelli più piccoli e la madre che ha problemi psicologici. E non si lamenta della vita poco agiata e facile che fa, come nessuno di loro.

Un altro ragazzo colpisce la nostra attenzione e i nostri cuori, si chiama Balamual Balaynew, ha 17 anni ed è il leader dell’associazione nella quale sta da 2 anni. Il significato del suo nome (servitore nel senso di colui che aiuta gli altri) rispecchia pienamente la sua personalità e lo capiamo non appena inizia a raccontarci la sua storia, è degna delle migliori favole..ha vissuto in strada per quattro anni perché orfano di entrambi i genitori. Come la maggior parte dei ragazzi qui, lavorava come shoeshine per una decina di birr al giorno e forse, perché era destinato o per una semplice coincidenza, in una delle sue giornate sulla strada, un banchiere andò a farsi pulire le scarpe e mentre scambiarono qualche parola, l’uomo consigliò al ragazzo di mettere da parte i 2000 birr che era riuscito a preservare durante i 4 anni perché gli avrebbero cambiato la vita. E così Balamul fece, andò a mettere i soldi in banca e un bel giorno, anche qui per destino o per fato, la sua vita cambiò.
Entrò nell’associazione e ne divenne il leader anche se l’iniziò non fu facile.. venne insultato e ferito dagli altri ragazzi che, successivamente, capirono le sue intenzioni e ora lo ammirano e dicono di lui: “la sua presenza è fondamentale per la vita dell’associazione e per il cambiamento delle nostre vite”. Perché è un ragazzo brillante e aiuta gli altri con amore. Ora lavora dalle 2 della notte alle 6 del pomeriggio: inizia la sua giornata come panettiere e prepara bombolini (ciambelle fritte buonissime!), poi si reca nell’associazione dove si occupa della gestione e del lavoro della terra e, infine, ritorna alla sua attività di panettiere e grazie a questo lavoro riesce, come già faceva prima, ad aiutare i due fratelli che hanno 15 e 11 anni e vivono con lui. Nel tempo libero ama scrivere racconti di storie vere che rispecchiano gli anni, le paure, le emozioni e le sensazioni vissute sulla strada. Gli chiediamo se vorrebbe farsi una famiglia, risponde che prima di ciò vuole migliorare la vita degli altri, degli amici, dei fratelli e la sua. Questo suo spirito buono si rispecchia anche nei suoi sogni, vorrebbe infatti andare all’università e studiare scienze sociali. La cosa più emozionante è stata la voglia di vivere e di migliorare le cose che si intravedeva nei suoi occhi velati, un ragazzo così giovane eppure così profondo e solidale. Durante le nostre frettolose giornate,
quando siamo intrappolati dalla nostra routine, dimentichiamo cosa vuol dire vita.

“L’opera umana più bella è essere utili al prossimo” (Sofocle)

Federica, Valentina e Ylenia - Debre Tabor Etiopia

martedì 14 agosto 2012

Il Servizio Civile in Tanzania


Stefano Battain, ex-volontario CVM e Serena Morelli, attuale servizio civilista in Tanzania  raccontano le loro esperienze, impressioni ed emozioni.

giovedì 9 agosto 2012

Le prime impressioni di Federica, Valentina e Ylenia dall'Etiopia


Carissimi, scriviamo tutte insieme perchè la connessione è veramente molto lenta.. il nostro lungo viaggio verso il continente nero comincia nella calda e soleggiata mattina del 30 Luglio. Atterriamo ad Addis e Valentina, responsabile CVM Etiopia, è li che ci aspetta e all'uscita dall'aeroporto e già si percepisce di essere in una realtà ben diversa e lontana dalla nostra. Le strade sono deserte, è tardi, l'aria è pungente... è strano pensare di essere quasi ad Agosto 2012.. qui, invece, è il 22 Hamlay (Luglio/Agosto) 2004. È notte e non riusciamo ancora bene a immaginare il paesaggio che ci attende. Si mostra con tutta la sua maestosità e imponenza il mattino seguente quando percorriamo le strade etiopi per giungere a destinazione: Debre Tabor. Dopo 13 ore di pullman un’engera gustata in un piccolo ristorantino di Debre Marcos, giungiamo nel centro del CVM dove ci attendono Deregee e Asnika che ci accolgono con la meravigliosa cerimonia del caffè etiope. Per arrivare al centro del CVM si percorre il cuore del villaggio: l’impatto è forte, tanto, ha piovuto e nelle strade c’è fango; anche gli odori sono forti e nel corso dei giorni impariamo a conoscerli, a riconoscerli e a farli nostri. 

Non appena mettiamo il naso fuori dal centro del CVM, le persone ci circondano, ci scrutano incuriosite e un po’ incredule, i bambini timidi fanno per avvicinarsi, tanti ci sorridono e altri, quelli più piccoli, intimiditi si nascondono un po’ ma poi la curiosità è troppo forte ed ecco che, poco dopo, fanno capolino tra le gambe e le braccia di un fratellino un po’ più grande. I giorni sono pieni, visitiamo il centro dei malati di HIV, alcuni ci raccontano la loro storia, ci commuoviamo quando Tesfiye Mengistu, un uomo che vive grazie al lavoro che svolge nel centro dopo aver ricevuto il microcredito dal CVM dice: “Sono felice che i bianchi siano venuti perché è in loro che noi vediamo una speranza per far conoscere al resto del mondo le nostre problematiche”. Visitiamo gli orfani di strada, coloro che grazie all’aiuto del CVM hanno la possibilità di imparare un mestiere, quello di panettieri e di poter uscire così, almeno in minima parte, dalla loro condizione di estrema povertà che li ha costretti per molti anni a lavorare come shoeshine (pulisci scarpa) o, per le ragazzine, a trasportare taniche di acqua per un quarto di birr (moneta locale che corrisponde a 1,13 centesimi di euro) l’una. 

Entriamo, la bakery è piccola e i ragazzi ci guardano incuriositi e un po’ intimiditi di fronte alle domande che poniamo; poco dopo Amsalu, uno dei 15 ragazzi, si scioglie e comincia a raccontarci la sua storia: ha 17 anni, è orfano di padre, è andato in strada all’età di 7 anni in quanto la famiglia, troppo povera, non era in grado di mantenerlo e prima di entrare in questo progetto svolgeva saltuariamente, lavori quotidiani per 12 birr al giorno (54 centesimi di euro al giorno). Dalla prossima domenica grazie al lavoro nella bakery, ne guadagnerà 30. Sono tante le loro storie, così simili ma così diverse al tempo stesso; sono, però, uguali quegli occhi che ti guardano, quegli sguardi che ti entrano dentro, quegli stessi occhi, migliaia, che ogni giorno incontriamo al mercato del nostro villaggio o davanti alla nostra casa, sono quelli che ci restano dentro più di ogni altra cosa. Le parole scambiate con il nostro divenuto già “bottegaio” di fiducia e le serate e le improvvisate conversazioni con il nostro guardiano Unatù che in Amarico significa verità… sono queste le emozioni della vita. 

“In questo momento, ho bisogno di un’unica cosa: 
un abbraccio. Un gesto antico quanto l’umanità, 
il cui significato va al di là dell’incontro di due corpi. 
Un abbraccio vuol dire: “non sei una minaccia, 
non ho paura di starti così vicino, posso rilassarmi, 
sentirmi protetto e comprendere che c’è 
una persona in grado di capirmi.” Secondo la 
tradizione ogni volta che abbracciamo 
qualcuno con piacere, guadagniamo un giorno 
di vita. Ti prego, abbracciami adesso.” 

(Paulo Coelho) 

Ciao 

Federica, Valentina e Ylenia