sabato 6 febbraio 2010

Perché iniziare col piede giusto è importante …


Sono le 16.00 è arrivato il momento … finito di impacchettare, come mio solito, le valige da profuga, carichiamo tutto in macchina e partiamo. Inizia a nevicare. Un amico ha la gentile idea di mandarmi un sms: ”anche il cielo ti saluta con la neve, regalandoti un po’ di atmosfera natalizia da portare con te” e io penso:”mannaggia l’oca, proprio adesso doveva iniziare a nevicare?! Non poteva aspettare altre 3 ore??!!! Non ci basta il traffico normale dell’ora di punta della tangenziale di Milano … no anche la neve ci vuole!” va bhe, Via Via, che è tardi, l’aereo parte alle 19.15!
A metà strada parlando con mamma e papà realizzo che il check-in chiude almeno mezz’ora prima del volo … mhhh sono le 18.00 siamo a San Giuliano imbottigliati in un traffico mai visto! Macchine, camion, neve casino … nooo perdo l’aereo!!!Ma cavolo, e si che me l’hanno detto 1000 volte di andare via prima perché a San Donato ci sarebbe stato molto traffico! Ma chi immaginava un casino così?
la lampada non è stata la pietra dello scandalo ( e chi vuole intendere, intenda) saremmo rimasti comnque imbottigliati.
“Dai papà fai guidare me che la faccio tutta in corsia d’emergenza! tanto anche se mi ritirano la patente non mi servirà per un anno.”
Ma papà “NO…guido io!” E se l’è sparata tutta lui la corsia d’emergenza, col rischio ritiro patente e multa esorbitante. Cosa non fa un papa per una figlia..”Papà ma tanto non arriviamo sono le 18.40 e non siamo ancora all’uscita”..Intanto chiamo un mio amico per avere in numero Lufthansa, ma chiaramente non esiste un operatore col quale parlare perché siamo tecnologici noi..prema 1 per l’inglese prema 2 per il cinese…e l’operatore?!! Ma oggi qualcuno non vuole che io parta…
E neve… e neve…
Non so papà come abbiamo fatto, ma io alle 19 ero in aeroporto.Mi butto giù dalla macchina e mi fiondo dal primo stuart Lufthansa che vedo … con tutta l’enfasi possibile lo supplico di imbarcarmi sull’aereo, anche senza bagagli (dopo una settimana che li preparavo con cura) l’importante è che io parta! Ero agitatissima, mancavano 15 min al decollo… “Guardi signorina”, (mi dice lo stuart) “forse ce la facciamo anche ad imbarcare i bagagli perché il volo è in ritardo, causa neve” THANKS GOD!!! E Grazie a mamma che ha pregato per tutto il viaggio!
Saluto i miei abbastanza rapidamente e VADO….ma n’do vado??? Aereo di 2 ore in ritardo quindi? Coincidenza a Francoforte persa! E va bhe almeno non è colpa mia! Cosi mi danno taxi ed albergo tutto rigorosamente già pagato da loro e mi dicono di ripresentarmi la mattina per il volo delle 10.00.
Dopo una notte in albergo ora aspetto solo di respirare l’aria d’ Etiopia…

Come inizio non c’è male, ma fortunatamente all’aeroporto trovo le ragazze subito che mi sono venute a prendere, una la conoscevo già le altre hanno facce simpatiche, meno male..il primo impatto è stato positivo.
Chiacchieriamo subito in macchina del più e del meno, nel frattempo osservo la città che mi scorre sotto gli occhi e cerco di intravedere che succede verso le 8.00 di sera in queste vie grandi del centro. Dall’aeroporto ci mettiamo una mezz’oretta ad andare a casa, passiamo dalla parte centrale di Addis Abeba e con mio stupore incontro un panorama completamente diverso da quello che mi ero immaginata. Immaginavo qualcosa più o meno come Nairobi, una grande megalopoli africana, con grandi ed alti palazzi ovunque, invece mi trovo tutti edifici bassi, rigorosamente con tetto in lamiera, piccoli negozietti a bordo strada che costeggiano le vie del centro. Un immagine cosi tranquilla, da non credere, pochissime luci… è sera e i negozi sono già chiusi, le strade asfaltate nella zona centrale hanno anche uno spartitraffico a volte con del verde nel mezzo. Ogni tanto sorge un grande palazzo in costruzione dove si più vedere solo lo scheletro in calcestruzzo armato e una fitta rete di pali stortissimi e alla vista molto precari, che servono da impalcatura. Mi hanno detto che 5 anni fa non esisteva neanche l’ombra di queste nuove costruzioni, ora invece pare che ne stiano costruendo abbastanza, ciò significa che un pochino l’economia inizia a girare anche qua.
Bhe arrivata a casa era buio e sono stata 5 minuti giusto per posare le valige e via per il centro ancora! Serata a base di cibo e musica tradizionale, bello, se non che, almeno mi ha ralletato la sorpresa della vista della casa … lascio perdere i dettagli vi dico solo che sembra una casa ante guerra senza più manutenzione..va bhe poteva andare peggio..come dicono qua “checcherellam” e cioè non c’è problema! Ancora non sapevo della perla…
L’indomani mattina pronta per connettermi ad internet ho avuto una bellissima sorpresa! L’ufficio va col modem, con la linea telefonica che per aprire una pagina ci mette 10 min ( e non sto scherzando) e continua a saltareeee!!!! Tra l’altro non riesco ad installare il modem sul mio pc, ergo non ho internet!!!
Assurdo … lo sapevo che l’Etiopia è uno tra i paesi con più bassa copertura internet al mondo, ma non immaginavo che in un ufficio internazionale potessero esistere ancora questi problemi, welcome to Etiopia!
Tutti i progetti che avevo di sentire il mondo con skype mi si sono vanificati sotto le mani, non vi dico che dispiacere ho a non avere internet perché è l’unico modo che si ha per rimanere in contatto e non sentirsi completamente in un altro mondo

Tabata Fioretto
Volontaria in Servizio Civile, Etiopia

mercoledì 27 gennaio 2010

Oggi ho conosciuto Baraka

Baraka ha 18 anni e vive attualmente in un piccolo villaggio, Makumira, 20 kilometri a nord di Arusha. Insieme ad altri trentasei ragazzi fra i tredici e i diciannove anni è ospite, da qualche anno, di una fondazione che opera sul territorio tanzaniano, cercando di garantire un futuro a quelli comunemente conosciuti come “bambini di strada”, ma che in Kiswahili vengono chiamati più generalmente “Watoto ambao wanaishi katika mazingina magumu” (bambini che vivono in condizioni difficili).

Sono all’incirca 500 i ragazzini che si muovono per le strade di Arusha sviluppando ogni giorno nuove strategie di sopravvivenza, che spesso li conducono ad attività criminali, all’utilizzo di droghe o più in generale ad attività a rischio, aumentando le loro possibilità di contrarre l’HIV. Li caratterizzano storie diverse, ma con aspetti tristemente comuni: povertà, abusi, perdita di famigliari. Vivono alla giornata con l’unico obiettivo di trovare del cibo ed un luogo in cui poter dormire indisturbati. Obiettivo facilmente raggiunto grazie all’elemosina dei passanti, spesso turisti occidentali, che credono di fare del bene lasciando cadere qualche scellino nelle loro mani, ma che sono fortemente criticati dalle varie organizzazione che operano nel tentativo di garantire ai ragazzini una sorte migliore. La facilità nell’ottenere il minimo indispensabile per sopravvivere di giorno in giorno fa infatti sì che accettino la loro condizione, senza cercare soluzioni migliori o farsi aiutare dalle organizzazioni presenti sul territorio, per cambiare il proprio destino.

Baraka è tra i più grandi dei ragazzini ospitati dalla fondazione e mi accoglie con un sorriso, prendendomi per mano: mi mostrerà il luogo in cui vive e dal quale spera di poter uscire con qualche opportunità in più di quando vi è entrato. Qui, infatti, in quello che mi presenta come Vocational Training Center, ha la possibilità di studiare ed imparare un mestiere, ma anche la garanzia che l’organizzazione lo aiuterà a trovare un lavoro alla fine dei tre anni previsti di presenza all’interno del centro. Gli studenti frequentano quattro ore di lezione ogni mattina e sono divisi per classi in base al loro livello di conoscenza. La maggior parte assiste a lezioni che corrispondono a quelle che si tengono alle scuole elementari tanzaniane (Standard Seven) e ha, in seguito, la possibilità di sostenere l’esame finale riconosciuto a livello statale. Alcuni, i più bravi, si preparano per frequentare la scuola secondaria (Form I – Form IV), che frequenteranno in un secondo momento in una scuola pubblica auto-sostenendosi e le cui tasse vengono coperte dal centro. Passiamo davanti alle classi dialogando in quello che si potrebbe definire un ottimo “Kisenglish” (il suo Inglese è molto meglio del mio swahili ed è fiero nel sottolineare che l’ha imparato studiando proprio in queste classi).

Durante il pomeriggio, tutti i ragazzi sono impegnati in attività pratiche, seguiti da insegnanti che li introducono ai più svariati mestieri. Passeggiando nella proprietà della fondazione, che in tutto copre 17 acri di campagna, Baraka mi fa da guida nei vari ambienti a disposizione: dalla falegnameria ai laboratori di meccanica, dalla stalla alla cucina. Ed è qui che ci fermiamo e mi racconta un po’ della sua storia. “Sono nato e cresciuto in un villaggio nell’interno della Tanzania, figlio di una ragazza madre. Quando aveva 10 anni circa, ci siamo trasferiti in un altro villaggio, dove mia mamma si è sposata con un uomo dal quale ha avuto altri tre figli. Uomo che si è rivelato un patrigno cattivo, che non solo non si asteneva dall’esser violento, ma che ha anche avuto il potere di farmi interrompere gli studi. E’ stato un vicino di casa cieco a liberarmi da questa triste situazione, chiedendomi di accompagnarlo a Nairobi, incapace di compiere il viaggio da solo. Se da un lato è stata una fortuna andarmene di casa, dall’altro a Nairobi sono finito per la prima volta sulla strada. L’uomo con cui vi ero arrivato ha continuato per certi versi a prendersi cura di me, ma non era in grado di provvedere ai miei bisogni economici. Ho vissuto sulla strada per un anno facendo l’omba-omba, ovvero chiedendo l’elemosina ai passanti, fino a quando una conoscente dell’uomo gli ha parlato del centro in cui mi trovo ora. Insieme hanno trovato il modo di farmi arrivare qui, dove sono stato accolto due anni fa.”

Non è un caso se ci siamo fermati proprio davanti alla cucina, perché diversamente dalla maggior parte dei ragazzini del centro che vogliono diventare falegnami o elettricisti o muratori, il sogno di Baraka è di diventare un bravo cuoco. La sua priorità è trovare un lavoro ad Arusha per aiutare la madre, che nel frattempo è stata abbandonata dal marito, ed i fratellini che vivono tuttora in condizioni di povertà. Allo stesso tempo, però, dalle sue parole emerge il desiderio di proseguire gli studi, concludere il livello Form IV, consapevole che in Tanzania solo con un buon titolo di studio si ha accesso a professioni ben remunerate. Anche se il centro gli pagasse le tasse scolastiche, egli non sarebbe però in grado di mantenersi perché, diversamente da altri compagni di scuola, la sua famiglia non è in grado di aiutarlo in alcun modo.

La situazione di Baraka è simile a quella di altri bambini e bambine in tutta la Tanzania. Sono in molti quelli che non proseguono il percorso scolastico dopo la scuola primaria o che abbandonano prima di concludere il ciclo di sette anni. In molti casi, le cause sono economiche: i famigliari non sono in grado di sostenere le tasse scolastiche o hanno bisogno dei figli nei campi o per portare avanti qualche piccolo business. Per quanto riguarda più nello specifico le ragazze, se le risorse familiari sono scarse si predilige far studiare i figli maschi; in altri casi può accadere che restino incinte o vengano fatte sposare precocemente, entrambi fattori che le costringono ad abbandonare la scuola.

A questo si aggiunge un sistema scolastico spesso inadeguato. Se verso la fine degli anni ‘70, grazie ad un notevole impegno politico ed alcune buone riforme, la Tanzania è quasi riuscita a raggiungere la scolarizzazione primaria per tutti (l’87% della popolazione in età scolare rientrava nel sistema educativo), a partire dalla fine degli anni ’80 vi è stata una notevole diminuzione della spesa pubblica nel settore dell’istruzione. Il risultato è un sistema educativo che non è sempre in grado di garantire l’educazione primaria o di offrire agli studenti una formazione adeguata. Tuttora, non solo nei villaggi più remoti, mancano le strutture, il materiale educativo, il denaro per acquistare banchi e sedie e sempre più spesso anche gli insegnanti. Allo stesso tempo, anche nelle scuole in cui il numero di insegnanti è sufficiente, la qualità dell’insegnamento è spesso bassa, poiché mancano i tecnici in grado di insegnare ai giovani quei mestieri dell’artigianato, che garantirebbero loro un lavoro.

Baraka è certamente vittima di questo sistema, ma è comunque più fortunato di altri bambini o ragazzi, perché alla fine dei suoi tre anni all’interno del centro potrà contare sulle competenze acquisite e poter trovare facilmente un lavoro.

Salutandolo corro con il pensiero alle 60 ragazze che, anche quest’anno, grazie al sostegno di CVM avranno la possibilità di prendere parte ad un Vocational Training nel distretto di Bagamoyo e le cui storie spero di conoscere presto un po’ più a fondo.

Silvia Volpato
Volontaria in Servizio Civile, Tanzania

giovedì 3 settembre 2009

South Gonder/ La lotta all'AIDS in East Estie



Un viandante, il suo mulo e il segreto del successo


“Working at light and night”, ovvero “Lavorare giorno e notte”. Questa è la semplice risposta che ci dà Wube Zuda, Coordinatore del WHAPCC di East Estie, quando gli chiediamo il segreto dei successi conseguiti nella lotta all'HIV/AIDS in questa woreda del South Gonder, indicata dai Coordinatori Federale e Regionale dell'HAPCC quale esempio da imitare nell'ambito della prevenzione e del controllo della terribile pandemia.
Non è un caso che ci sia un detto popolare, molto conosciuto da questa parti, il quale, tra serio e faceto, recita “Le iene di Estie sono meglio della gente di Estie”, facendo riferimento alla storia, non si sa quanto vera, di un viandante che, attraversando un fiume nella zona, vide il proprio mulo, carico di vivande, rimanere intrappolato tra i massi del fondale, ormai impossibilitato a muoversi; quando l'uomo chiese aiuto a dei contadini, che di lì si trovavano a passare, essi gli negarono il supporto, adducendo la giustificazione di essere impegnati nel proprio lavoro, troppo importante ed urgente per prestare attenzione ad altro. Dopo aver tentato ripetutamente di convincerli, il forestiero si rassegnò, fino a quando una iena non si avvicinò al corso d'acqua e con il suo minaccioso ringhio spaventò così tanto il mulo, da farlo balzare oltre il fiumiciattolo, finalmente libero di proseguire il cammino assieme al suo padrone.
Al di là delle implicazioni morali e della veridicità o meno dell'evento, tale breve racconto sta ad indicare la laboriosità della gente di Estie, persone da sempre abituate a tirar su le maniche per aver da mangiare, agricoltori e mercanti, da tempo avvezzi a starsene via, anche per diversi mesi, dalla propria casa, dai propri affetti, al fine di vendere i propri prodotti, fare buoni affari, guadagnarsi da vivere. E proprio il carattere migratorio di questa comunità ha costituito e, potenzialmente, costituisce tuttora uno dei fattori di vulnerabilità al virus dell'HIV, in relazione al quale appena cinque o sei anni fa si parlava, nell'area, di “allarme rosso”. Da allora, molto è cambiato, soprattutto in quest'ultimo anno, da quando cioè il fu “Mr. Sfida”, divenuto poi “Mr. Successo” (questi più o meno i soprannomi, tradotti dall'Amharico, con i quali ci viene presentato), ha preso le redini, in tale woreda, dell'organo governativo che si occupa di coordinare e pianificare, a vari livelli territoriali, le strategie nella battaglia contro il nemico AIDS, cioè l'HAPCC (HIV/AIDS Prevention and Control Council). Per avere un'idea dei risultati qui ottenuti, basti citare un dato: 35.052 persone sottoposte, quest'anno, a servizio di VCT (Voluntary Counselling and Testing), tra cui 15.208 donne, non poche su un totale di 234.059 individui, soprattutto se si considera che la seconda woreda della South Gonder Zone, in tale classifica, a condizioni assimilabili per popolazione ed estensione territoriale, fa registrare attorno alle 18.000 unità di test, vale a dire circa la metà del dato relativo a East Estie, dove le persone sieropositive attestate sono in totale 556, con una netta prevalenza femminile (F=420).
“I nostri principali campi d'attività – sottolinea Ato Wube – sono la promozione e realizzazione di siti per i servizi di VCT, PMTCT (Prevention of Mother To Child Transmission, fornita attraverso 3 postazioni fisse e ben 39 siti mobili, che hanno consentito a 2.265 donne incinte di usufruire del servizio) e ART (Anti-Retroviral Therapy, cui sono sottoposte 337 persone sieropositive), la distribuzione di materiale informativo (12.000 brochures e ben 50.000 newsletter di diverso tipo) e di preservativi (35.000 in meno di un anno), la creazione di CC (Community Conversation, presenti in 74 siti per un totale di 4.874 partecipanti, cui vanno aggiunti 22 punti nelle scuole, dove gli studenti coinvolti sono 1.540) e, più in generale, i programmi di Care and Support (come dire “sostegno e assistenza”) rivolti a PLWHA (People Living With HIV/AIDS, cioè persone sieropositive), bambini orfani ed altri gruppi sociali vulnerabili.”
Altri importanti numeri vengono presentati dal coordinatore del Woreda HAPCC, come quello dei chili di grano raccolti proprio grazie ai programmi di sostegno e assistenza intra-comunità (290 Kg), in quella che risulta essere una vera e propria “banca alimentare”, che si affianca a quella prettamente monetaria, nella quale sono depositati ben 80.000 birr (al tasso di cambio attuale, circa 4.700 euro), senza considerare le 12 abitazioni (8 di legno e fogliami, secondo tradizione, 4 dotate di strutture metalliche) tirate su dal cuore e dalle braccia di queste persone comuni, ma straordinarie nell'aiuto che hanno dato e stanno dando a chi versa in condizioni più difficili e problematiche delle loro. Programma di sostegno che, con modalità non dissimili, coinvolge pure le scuole, dove studenti e insegnanti hanno provveduto alla costruzione di 4 case e alla fornitura di 15.000 pezzi di materiale acuminato ad uso personale, potenziali mezzi di trasmissione per malattie via sangue, laddove usati impropriamente e non individualmente. Le stesse comunità locali hanno donato ben 12.000 quintali di letame, da usare come combustibile, a gruppi di PLWHA, nonché 15 pecore e 24 polli per il sostentamento di 16 bambini, cui l'Amministrazione ha donato 4,5 ettari di terreno.
A tale mobilitazione prende parte, in maniera fattiva, l'intero settore governativo a livello di woreda, il quale, proprio grazie alla spinta dell'HAPCC e delle Ong che con esso strettamente collaborano (su tutte il CVM/APA), fa registrare ben 21 bambini orfani supportati da ufficiali ed impiegati pubblici di ogni settore, il 2% del cui budget va a confluire in una cifra complessiva di circa 40.000 birr, finalizzata al generale programma di prevenzione e controllo dell'HIV/AIDS, quindi non solamente destinata al sostegno del gruppo vulnerabile degli OVC (Orphan and Vulnerable Children), ma anche a 180 individui sieropositivi (tra cui 18 bambini), che stanno ricevendo trattamenti e cure mediche gratuitamente. Sempre dal settore pubblico, con l'HAPCC nel ruolo di mediatore e facilitator, sono state donate 25 abitazioni per PLWHA (dalle Amministrazioni di kebele).
L'elenco delle attività di cui veniamo a conoscenza nel piccolo eppur accogliente ufficio del WHAPCC, dai poster pieni di numeri affissi al muro come dalle parole di Ato Wube, continuerebbe ancora, passando dalla fornitura di 50 apparecchi radio e 6 audio-registratori per Amministrazioni di kebele e scuole, finalizzati alla creazione di gruppi d'ascolto, fino all'istituzione di 7 associazioni per la lotta alla prostituzione, attraverso la figura delle anti-CSW (anti – Commercial Sex Workers), donne che sono state prostitute e perciò in grado, meglio di chiunque altro, di capire la difficile e spesso drammatica situazione di coloro che, giovani e inconsapevoli dei propri diritti e dei rischi cui vanno incontro, si trovano quasi costrette a far merce del proprio corpo per sostenersi economicamente, non conoscendo vie d'uscita e reali alternative di vita.
Tuttavia, ai fini di un'analisi completa della situazione esistente, non può mancare la domanda su quelli che sono i problemi ancora irrisolti, le difficoltà cui si continua a far fronte, pur in un quadro generale che fa senz'altro registrare il segno “più” nel bilancio di quanto sinora fatto, per lo meno da un anno a questa parte. A tal riguardo, si constata, ad esempio, una mancanza di continuità nell'attività delle Community Conversation, le quali si trovano spesso a dover ricominciare da zero progetti e condivisione di idee e conoscenze, causa quella mobilità di cui si è già trattato, caratteristica quasi endemica alla gente di Estie. A ciò vanno aggiunti problemi di natura ancor più pratica e logistica, già riscontrati in quasi tutte le aree d'intervento dei progetti AIDS, vedi la carenza di kit sanitari, soprattutto per VCT (unica barriera, a detta di Ato Wube, al raggiungimento del 100% di testati su di una popolazione ormai pienamente consapevole), e di trasporti, come pure l'assenza di buone opportunità lavorative per chi, vedi ex prostitute, tenta con fatica il reinserimento sociale, nella speranza di lasciarsi alle spalle la precedente vita. Non ultima, si riscontra pure la carenza di avanzate tecnologie e determinati macchinari per l'analisi dei campioni di sangue, i quali, dovendo viaggiare talvolta fino a Bahir Dar e Debre Tabor, rischiano di non poter più dare risultati attendibili.
Gli ostacoli, insomma, non mancano, pure in un percorso fatto a grande velocità e con balzi persino insperati, ma se la lena continuerà ad essere quella che ha finora contraddistinto e che tuttora contraddistingue Ato Wube, nella sua identità di “Mr. Sfida” come in quella attuale di “Mr. Successo”, nessuna barriera sarà insormontabile, nessun problema irrisolvibile, a patto di continuare a lavorare, a dare l'anima, alla luce del giorno o sotto quella artificiale (quando c'è) del tempo solitamente dedicato al sonno, il solo obiettivo sempre in mente, a rischio di non curarsi persino delle difficoltà di un povero sprovveduto viandante e del suo sfortunato mulo.


Simone Accattoli

mercoledì 15 luglio 2009

La città di Bahir Dar

Bahir dar gioca un ruolo centrale nel nord-ovest dell’Etiopia, anche a livello amministrativo. E’ la capitale della regione federale Amhara, capoluogo del West Gojjam ed e’ stata inoltre istituita come zona a statuto speciale.
Se pero’ci spostiamo poco piu’ in la’ nelle kebele meno centrali scopriamo una Bhair dar diversa.
Secondo il Bahir dar Integrated development Plan (BDIDP) condotto dal Federal Urban Planning Institute e dal Bahir dar Metropolitan City Administration, i problemi piu’ ingenti restano ancora quelli di una citta’ in crescita.
Sono stati individuati come questioni di primaria urgenza i seguenti problemi:
1) Gli alloggi
2) Le strutture di drenaggio e di gestione delle esondazioni ( incluso ciò che riguarda le fognature)
3) Lo smaltimento dei rifiuti solidi
4) Le strade
5) Le infrastrutture
6) I gruppi marginalizzati (bambini di starda, le prostitute, i disabili, gli anziani e la comunità Woyto)
Pur risultando la costruzione edilizia il primo termine di utilizzo delle terre di Bahir Dar (679 ettari) la carenza di alloggi rimane ancora la questione piu’ onerosa per l’Amministrazione di Woreda. Cio’ e’ facilmente comprensibile se si considera che sulla popolazione totale cittadina il 61% soffre della mancanza di una casa. Sono 27,000 le domande di alloggio non ancora soddisfatte, piu' quelle che negli ultimi anni si sono aggiunte. Questo causa un alto tasso di abusivismo; infatti le sistemazioni abusive o "alla buona" sono il 12% del totale.
Il drenaggio e i problemi di gestione delle esondazioni sono risultati essere il secondo punto cardine del piano di sviluppo. L'80% della zona e' esposta ad esondazioni ma le infrastrutture per far fronte alle emergenze sono decisamnete insufficienti, il sistema di drenaggio lascia scoperto il 70% della citta'.
La gestione dei rifiuti e' una delle questioni urbane ambientali con un grande riflesso sulla condizione della salute sociale e in generale sullo sviluppo socio-economico della citta'. Il 60% dei rifiuti viene raccolto e smaltito in qualche modo, tendenzialmente bruciato. L'unico sito di smaltimento si trova nella periferia sud, ed e' fornito di soli due mezzi di raccolta. Se guardiamo al livello di smaltimento dei rifiuti liquidi i numeri crescono pesantemente, l'85% di questi non subisce un trattamento adatto, e viene disperso nell'ambiente.
Le abitazioni generalmente non sono collegate a un sistema fognario ma neppure sono fornite di strutture autonome adeguate per l'eliminazione dei rifiuti umani: l'85% delle case non ha fosse o serbatoi settici, e il 40% della popolazione non ha neanche latrine, usa durante la notte spazi aperti come gabinetto.
La rete stradale riporta i seguenti problemi: assenza o carenza di copertura (il 46% della citta' manca delle strade di accesso), sotto standardizzazione o bassa qualita' delle strade (34 km di strada hanno l'asfalto eroso, 46 km della rete non ha una pavimentazione agibile, e 117 km di strada non sono piu' accessibili), mancanza o carenza di servizi (il 100% delle strade non sono fornite della corsia per le biciclette, tuttavia le due ruote a pedale sono il mezzo piu' usato dagli abitanti).
Uno dei maggiori problemi non solo di Bahir dar, ma di tutta l’Etiopia, è la mancanza di elettricità, per diversi mesi all’anno - i precedenti alla stagione delle piogge. In 1130 case manca il rifornimento di energia elettrica. E la maggior parte delle strade secondarie non sono fornite di illuminazione.
La coordinazione tra il lavoro delle diverse istituzioni che si occupano di infrastrutture - telecomunicazioni, rifornimento d’acqua, rete stradale e energia elettrica – è molto scarsa, per cui la costruzione di impianti risulta sconnessa e disorganizzata e si verifica un ingente spreco di risorse e tempo.
Il quadro della situazione economica mostra una citta' che prova a crescere. Secondo i risultati del censo del 1994 condotto dalla CSA , il 20 per cento della popolazione impiegata era coinvolta in attivita' manifatturiere. La pubblica amministrazione e le attivita' commerciali giocavano altri due rilevanti ruoli, mentre la quota del settore agricolo era cosi' piccola che contribuiva solo per il 4.2 per cento all'occupazione dei cittadini. Le attività svolte negli hotel, nei bar, nei ristoranti e nei negozi sono le occupazioni formali piu' diffuse nella citta' di Bahir dar, con un capitale di investimento relativamente alto, seguite, nell'ammontare degli investimenti, dai servizi sociali (salute ed educazione).
Altre attivita', non ufficiali, costituiscono il resto della struttura economica della citta'; queste sono realizzate in piccoli chioschi, gullits, lungo le strade principali e nelle unita' residenziali. I maggiori articoli dei commerci informali includono indumenti tessili, charcoal, cibo, legna da ardere, etc.
Nel 1994 la città aveva registrato un tasso di crescita del 5.5% e nello stesso tempo la disoccupazione aveva raggiunto il 20%. Attualmente il tasso della popolazione che vive sotto il livello di poverta' supera il 40 per cento del totale.
L’alto livello di povertà causa diversi drammi sociali.
Più di 5000 prostitute vivono in Bahir dar, secondo una ricerca condotta nel 2005, una “scelta” di vita dovuta all’assenza di alternative, alla difficile condizione in cui si trova la donna in Etiopia, agli abusi subiti, all’inevitabile precoce abbandono della scuola, a una gravidanza non pianificata, alla necessità di mangiare e alla velocità del guadagno.
Chi per nascita, chi a causa della malnutrizione, chi per un incidente, chi a causa di una malattia, sono 2781 i disabili che abitano la città di questi 1226 sono donne e i rimanenti 1555 sono maschi . Le strutture che se ne occupano sono praticamente inesistenti. Dalla famiglia rifiutati, dalla società esclusi, l’unico rifugio che trovano è la strada e l’unica possibilità di sopravvivenza l’elemosina.
La città è la casa di troppi bambini orfani e abbandonati, secondo una ricerca condotta dal Ministero del lavoro e degli affari sociali in collaborazione con “Save the children”, sono 11,405 i figli della strada. Ma anche in questo caso mancano le strutture adeguate all’assistenza.
Il numero di anziani soli e malati che affollano le vie della città è anche’esso molto alto, secondo uno studio del 2005, raggiungerebbe le 19.600 unità.
Un caso esclusivo di Bahir dar è la presenza della comunità Woyto, un gruppo altamente vulnerabile date le sue condizioni di vita: la maggior parte dei componenti della comunità è analfabeta e una delle poche attività condotte è la lavorazione del papiro; il livello sanitario è molto basso, sono sprovvisti di sistema adeguato di purificazione e fornitura di acqua e pure di un impianto elettrico che rifornisca le varie abitazioni. L’HIV/AIDS è un problema molto grave tra questa gente, perché date le loro abitudini, ha avuto una veloce diffusione. Una pratica diffusa nella comunità è quella di sposarsi con più mogli o mariti contemporaneamente o divorziare ripetutamente, e avere innumerevoli partner sessuali. La pratica dei matrimoni precoci è un'altra consuetudine dannosa: le figlie femmine sono date in sposa in tenera età a persone sconosciute, senza un precedente esame del sangue di controllo.
Questo il quadro di Bahir dar disegnato dall’Istituto federale di pianificazione urbana e dall’Amministrazione cittadina.
Ma quale l’obiettivo? “Attraverso ingenti investimenti e lo sviluppo del turismo, Bahir dar potrà diventare un più confortevole habitat per vivere e lavorare, così da diventare un modello e un’attrattiva rispetto a tutta l’Africa, e anche un forte centro amministrativo”, Primaria è l’attenzione allo sviluppo economico e amministrativo della città, mentre la modernizzazione delle infrastrutture è centrale per renderla agibile e confortevole, come meta turistica date le sue bellezze naturali e culturali.
I gruppi vulnerabili di qui si è tenuto conto, sono, infatti, i nei di una città perfetta, gli abitanti della strada, il segno evidente della povertà e dell’arretratezza.
Crescita intesa come acquisto di importanza e prestigio, progresso inteso come economico e turistico. Ma per raggiungere uno sviluppo definibile tale è essenziale anche preoccuparsi della trasformazione sociale e culturale di un paese, è importante dare attenzione alla crescita umana, al rispetto dei diritti, al livello dei servizi sociali. Nella lista delle 33 questioni problematiche di Bahir dar, l’HIV/AIDS risultava essere al quarto posto, ma non è stata poi inclusa nella valutazione finale riguardante le aree prioritarie per il Bahir dar Integrated Development Plan. Come pure la salute che risultava essere al quinto posto e l’educazione al decimo.

Laura Andena
Servizio Civile Etiopia

martedì 7 luglio 2009

Il diritto di correre dietro a un pallone


East Gojjam/ “Beruh-tesfa” Orphan Association



È quasi tutto pronto, le tavole attendono i vassoi con il cibo, le bevande sono già state servite e si aspetta solo qualche ritardatario in questa domenica di festa e condivisione, organizzata dalla “Beruh-tesfa” (letteralmente “futuro luminoso”), associazione di bambini orfani creata qui a Debre Markos (East Gojjam Zone, Etiopia) dal CVM, che la sostiene economicamente e ne dirige e organizza tutte le attività, da quelle ricreative ai corsi di formazione, dal supporto scolastico alle campagne di sensibilizzazione sull'HIV/AIDS.
C'è chi, soprattutto le fanciulle, si dà da fare per preparare l'injera, pietanza tipica, e chi invece si dedica alla “cerimonia del caffè”. Nel frattempo, accanto a me, si è seduto il piccolo Abiy, 12 anni, della cui passione vengo presto a sapere: “È bello essere qui con tutti i miei amici. Insieme facciamo tante cose: organizziamo spettacoli, recite e poi giochiamo a calcio, che è ciò che preferisco.” Un'idea che il piccolo Abiy condivide con tanti altri, visto che le attività sportive promosse dal CVM nell'East Gojjam coinvolgono 450 bambini e ragazzi, maschi e femmine e non solo orfani, provenienti dalle woreda di Debre Markos ed Enemay.
Calcio, pallavolo e gare di velocità sono gli sport più gettonati e i tornei organizzati in estate rappresentano il momento clou per tutti questi giovani, vinca la squadra della “Beruh-tesfa”, quella di una kebele (come dire “quartiere”) di Debre Markos o quella dei ragazzini dello “Sheltering Program”, cui il CVM dà alloggio temporaneo, poiché, a differenza degli orfani della “Beruh-tesfa”, questi bambini di strada non hanno parenti in zona che li possano ospitare. Ai palloni, alle divise, ai premi e a tutto l'occorrente per le competizioni provvede l'Ong marchigiana, assieme ai suoi partner, in primis l'Ufficio di Woreda per lo Sport e le Attività Giovanili. Tutte le persone coinvolte in tali eventi credono nello sport quale veicolo di sensibilizzazione, informazione e mobilizzazione, utile a trasmettere messaggi importanti, tra i ragazzi e pure al pubblico, soprattutto per quanto riguarda la lotta all'AIDS, come prevenirla e starne lontani. Inoltre, avvicinando i giovani alla sana competizione, li si allontana da pericolosi e insani passatempi, spesso collegati a criminalità e malattie. L'attività fisica, in genere, è da sempre mezzo per sviluppare il proprio corpo e la propria mente. Il CVM lo sa bene e dà a questi bambini e ragazzi l'opportunità di divertirsi e stare insieme, condividendo esperienze, insegnamenti e pensieri.

Simone Accattoli

mercoledì 1 luglio 2009

Conferenza Regionale HIV/AIDS: Bahir Dar - Etiopia

C'è anche il CVM (Comunità Volontari per il Mondo) tra i protagonisti, in Etiopia, della prima Conferenza Regionale sulle Risposte alla Problematica HIV/AIDS in Amhara, evento in realtà a valenza nazionale e di respiro internazionale, vista la platea dei partecipanti, iniziativa che ha luogo dal 22 al 24 giugno a Bahir Dar, città capoluogo proprio della regione più colpita dalla tremenda pandemia, nell'ambito di una nazione già di per sé ai primissimi posti nella triste graduatoria mondiale sulla diffusione del virus dell'immunodeficienza umana.
E proprio con un'esaustiva presentazione del quadro generale relativo alla diffusione dell'HIV/AIDS e della strategie messe in atto per far fronte alla pandemia si apre il convegno, non prima però della solenne inaugurazione, con tanto di bandiere, canti e costumi tradizionali, alla presenza del rappresentante per l'Etiopia delle Nazioni Unite, del responsabile US-AID e del Presidente della Regione Amhara, Ayalew Gobezie, che passa in visita tutti gli stand allestiti nella hall del Mulualem Cultural Center, tra cui quello del CVM, che si trova a giocare un ruolo di primo piano nell'occasione, al fianco di “giganti” del mondo della cooperazione internazionale, quali US-AID, Unicef, Hi-Tech, la tedesca GTZ e DKT (attiva con un ampio progetto di sensibilizzazione sull'uso del preservativo), assieme ad altre associazioni autoctone (vedi PLWHA's Associations, presenti con bancarelle recanti i prodotti delle loro IGA) e ovviamente agli organi governativi impegnati nella dura lotta all'AIDS, su tutti l'HAPCC, promotore ed organizzatore, assieme all'ufficio regionale del CVM, di tale iniziativa, resa possibile dai fondi di Unicef Etiopia e Population Council.
Ai discorsi d'apertura tenuti dalle succitate personalità convenute e alla presentazione generale, con tanto di dati e riferimenti statistici, effettuata da Ato Getaneh, Presidente dell'HAPCC, fanno seguito gli interventi di due ricercatori, Matthew Greenall ed il professor Yemaneh, i cui studi analizzano il generale stato dei programmi di prevenzione finora implementati nell'area d'interesse, evidenziandone caratteristiche, risultati e gap. Già dalla prima mattinata, insomma, emerge con evidenza la ragion d'essere di tale convention, cui prendono parte oltre 400 tra alte cariche governative e rappresentanti del mondo delle Ong e della cooperazione internazionale, vale a dire il discutere e fare il punto sui risultati ottenuti dal lavoro fin qui svolto nella battaglia contro l'HIV/AIDS, raccogliendo testimonianze ed esperienze e presentendo gli ultimi studi e ricerche effettuate sul tema, utili ad indirizzare nuove strategie condivise.
Tra le testimonianze rese pubbliche dinnanzi all'ampia platea, spiccano quelle di membri di associazioni di persone sieropositive e di prostitute, categoria quest'ultima indicata fin da principio quale “cuore” della questione, tanto da veder su di sé focalizzata l'apertura del programma pomeridiano, attraverso uno studio incentrato sulla situazione e le pratiche sessuali diffuse nei locali notturni e nelle alcohol house di tre cittadine di East e West Gojjam, analisi alla quale si affianca una simile con oggetto coloro che lavorano come donne di servizio a Bahir Dar, risultate mediamente non del tutto consapevoli dei rischi cui vanno quotidianamente incontro, in considerazione degli abusi sessuali di cui sono spesso vittime. A tali presentazioni, si allacciano poi gli interventi sull'uso del preservativo quale metodo di prevenzione da malattie sessualmente trasmissibili, in primis l'AIDS: da una ricerca realizzata da PSI (Population Services International) Ethiopia, risulta che in Amhara solo il 35,9 % tra le donne e il 74,9 % tra gli uomini è a conoscenza di ciò. Contestualmente, viene presentato il “Comprehensive Condom Programming”, progetto targato UNFPA. Dal focus di genere, che vede tappe importanti nell'intervento del professor Semegnew, di IntraHealth Ethiopia, riguardante i Gruppi di Sostegno Madre-a-Madre (MSG), e in una generale valutazione sull'implementazione, a livello regionale, dei programmi di PMTCT (Prevenzione della Trasmissione da Madre a Bambino), l'argomento si sposta sulle strategie mediatiche attuate e da potenziare nella lotta alla pandemia: si va dal bell'esempio dell'Education Media Center di Gonder, attivo con gruppi di radio ascolto e specifici programmi scolastici per giovani e bambini, fino ad un'interessante presentazione dell'operato della Lambadina Foundation, iniziativa dell'EVMPA (Ethiopian Volunteer Media Professionals against AIDS), un gruppo di giornalisti professionisti unitisi allo scopo di pianificare ed attuare metodi per combattere l'AIDS all'interno del proprio settore di competenza, sfruttando cioè i canali a loro disposizione.
Il tema della comunicazione è presente anche nel secondo giorno della conferenza, attraverso la presentazione di un progetto dell'Università di Bahir Dar, che intende sfruttare la larga diffusione dei telefoni cellulari, in particolare dell'uso di SMS, tra studenti e giovani in genere per attuare campagne di sensibilizzazione ed informazione sulla questione HIV/AIDS. Mondo universitario che risulta mobilitato anche mediante un'iniziativa denominata “Campus Life Program”, che ha quale target specifico gli studenti e come obiettivo generale il ridurre la loro vulnerabilità al rischio di trasmissione del virus, non solo grazie alla distribuzione di materiale informativo, ma anche attraverso la disponibilità di strutture ed opportunità d'aggregazione, che portino il più lontano possibile dalla frequentazione di ambienti malsani e da pratiche quali l'(ab)uso di alcool e chat. Quella sull'abuso di alcool e chat, tanto diffusi a varie età e livelli della società, è una delle tematiche che più accendono gli animi e fanno discutere la platea presente, al momento delle domande aperte, tanto che il rappresentante dell'Addis Continental Institute of Public Health, subito dopo aver presentato un approfondito studio al riguardo, si trova costretto a mediare di fronte agli interventi in difesa dell'uso di chat, affermando che il problema non sta tanto nelle sostanze in sé, quanto piuttosto nell'abuso che spesso se ne fa, portando questo alla perdita di controllo e a condotte comportamentali sregolate. Grosso modo stessa vivacità di dibattito e ancora maggior scalpore provocano, poco dopo, i risultati di uno studio riguardante la pratica dell'early marriage (matrimonio precoce), condotto da Population Council e presentato dal Direttore Paese dell'Ong americana, Annabel S. Erulkar, la quale, di lì a poco, sosterrà con forza la veridicità di quanto esplicato, citando le fonti di ricerca, soprattutto in relazione al dato che provoca un moto di sdegno nella platea: la Regione Amhara farebbe registrare un tasso di divorzi tra i più alti nei Paesi africani (e non solo), questo a causa dei tanti matrimoni combinati e nonostante la forte presenza ed influenza della Chiesa Ortodossa sulla vita della popolazione. All'argomento religione si dedica precipuamente il Dr. Tekle-Ab Mekbib, anch'egli di Population Council, il quale spiega in cosa consiste la “Developmental Bible”, sorta di manuale atto a mobilitare il clero ortodosso nei progetti di sviluppo sociale e sanitario.
Attraverso i concetti di mainstreaming e leadership si arriva così al programma pomeridiano, che prevede, fra l'altro, il momento del CVM/APA. Esattamente alla questione della leadership si collega l'intervento di Ato Getachew Kassa, Rappresentante Paese dell'Ong marchigiana, il quale, dopo aver sommariamente trattato il profilo, la storia e l'impegno del CVM, attivo in Amhara, nel campo dell'HIV/AIDS, da 15 anni, assieme ad APA (AIDS Partnership for Africa), si focalizza sul ruolo che lo stesso CVM ha giocato, nel corso degli anni, nel sensibilizzare gli apparati governativi sul tema AIDS e nell'indirizzare gli stessi leader politici, ad ogni livello, verso un concreto impegno, che ha visto la propria maggiore attuazione nel 2000 con l'istituzione, dall'ambito regionale fino a quello di kebele, dell'HAPCC (HIV/AIDS Prevention and Control Council), l'ente appositamente creato dal Governo per far fronte alla terribile pandemia. In particolare, le attività messe in evidenza dalla presentazione vanno dall'advocacy alla cosiddetta opera di capacity building, da realizzarsi attraverso corsi di formazione, workshop e meeting, a vari livelli, da quello regionale a quello di kebele, passando per zone e woreda, senza trascurare ovviamente la pubblicazione e la distribuzione di materiale informativo, vedi la newsletter “Together”, presente anche negli uffici amministrativi e di vari enti governativi. Tale impegno del CVM/APA ha visto, quali risultati, la creazione di enti ed eventi all'uopo e più in generale una crescita nell'impegno della classe politica su più fronti, da quello dell'immagine e dell'esempio personale, come nelle campagne di promozione dei servizi di VCT (Test e Consulta Volontari), ART e PMTCT, fino alla più concreta decisione di allocare il 2% delle risorse finanziarie di ogni settore governativo alla lotta contro l'AIDS. Meriti questi, che Ato Getachew indirettamente ascrive alle alte cariche governative presenti, senza tralasciare però i gap ed i limiti ancora da superare nell'ambito della leadership, vedi l'incapacità di alcuni amministratori di woreda e kebele nel gestire e coordinare i programmi di prevenzione e controllo dell'HIV/AIDS oppure l'inadeguato sistema di scambio di informazioni e documentazione tra i vari livelli amministrativi. Da ciò anche una valutazione sulle strategie da implementare nello specifico ambito, vedi una migliore preparazione e formazione dei leader a livello locale sull'argomento. In definitiva, si tratta di una presentazione che, in neanche mezz'ora, non può certo dare l'idea di tutto quanto fatto dal CVM in questi 15 anni nella battaglia contro l'HIV/AIDS: solo per citare le occasioni in cui l'Ong con sede legale ad Ancona è stata in grado di anticipare persino i “giganti” della cooperazione internazionale, il CVM è stata la prima Ong a stabilire in Amhara una banca del sangue, la prima ad organizzare e attuare TOTs (Training Of Trainers), ovvero corsi di formazione per futuri formatori nell'ambito dell'educazione ai temi dell'HIV/AIDS, la prima a collaborare strettamente nell'ambito con gli organi governativi e ancora la prima nella graduatoria di materiale informativo distribuito nella regione, dove circa l'85% di pubblicazioni IEC (Informazione Educazione Comunicazione) risulta marcato CVM. É dando un'occhiata proprio alle brochure, ai pamphlet e alle newsletter, che costellano lo stand dell'Ong, che si riesce ad avere una certa, pur parziale, idea di tutto il lavoro da essa fatto a partire dal 1994, della filosofia che l'ha spinta ad agire per lo “sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini” nel corso di 30 anni, da quando cioè ha iniziato ad operare in Etiopia con progetti di approvvigionamento idrico.
Il meeting va poi avanti tra la discussione su di una specifica strategia, vedi la Community Conversation o le cosiddette IGA (Attività Generatrici di Reddito), e la presentazione dell'operato di una particolare organizzazione, vedi l'OSSA o gli interessanti interventi a carattere prettamente medico e scientifico da parte dei rappresentanti di Hi-Tech, il cui Direttore Clinico, Getachew Feleke, si sofferma in particolare sull'utilizzo dei servizi ART (Terapie Anti-Retrovirali). Dopo la spiegazione dedicata alla prevenzione nei luoghi di lavoro, larga parte hanno gli interventi “targati” US-AID, riguardanti i progetti e le strategie atte a coniugare e porre in sinergia il settore medico pubblico e privato ed organizzare il sistema farmaceutico andando incontro alle esigenze della popolazione.
La terza giornata include solo la mattinata, nella quale, dopo alcune ultime presentazioni (da parte, ad esempio, di SCMS e UNFPA), con un occhio di riguardo ad orfani e bambini di strada, figli spesso della pandemia e delle sue conseguenze, il palcoscenico viene lasciato agli interventi conclusivi delle maggiori personalità presenti, vedi il rappresentante per l'Etiopia delle Nazioni Unite, il delegato di US-AID e ovviamente Ato Getaneh, Presidente dell'HAPCC, che ringrazia tutti i partecipanti e presenti al grande evento, auspicando che esso sia stato utile ad acquisire conoscenze e consapevolezza, come pure a gettare le basi per nuove e ulteriori strategie nella grande battaglia che ancora attende tutti gli enti e soggetti interessati. Un aspetto comune, infatti, emerge dagli interventi conclusivi: nella lotta al nemico comune chiamato HIV/AIDS, molto è stato fatto finora, ma moltissimo deve ancora essere fatto, tanto dagli enti governativi quanto dalle organizzazioni non governative, associazioni e società civile, in uno sforzo comune ed in base ad un approccio davvero multisettoriale.
E alla fine, le fiaccole in mano a tutti i convenuti, alte cariche governative e rappresentanti di associazioni di sieropositivi, delegati di importanti Ong e studenti, giornalisti e semplici curiosi, rappresentano una unione d'intenti, che si spera possa dare frutti concreti laddove il nemico AIDS ancora prospera, là, fuori dalle mura della grande sale del convegno, e non rimanere una mera presentazione in Power Point.

Simone Accattoli

giovedì 18 giugno 2009

La primordiale bellezza



Fisso, non senza qualche preoccupazione, l'intruglio grigiastro che mi hanno appena versato nel bicchiere. Si chiama borde, mi dicono, ed è una bevanda tradizionale di questa gente, i Gumuz, di cui tanto ho sentito parlare prima di giungere qui, in Benishangul, ed averli finalmente di fronte, nei miei occhi i loro, resi quasi lucenti dal contrasto con la pelle nerissima, da Africa profonda, ancestrale, primitiva. Ne ho visti un bel po' di volti come questi, anche là fuori, nel rutilante caos del mercato di Gelgel Beles, tra vacche e cipolle, capre e sacchi di berbere, vasi e tessuti lavorati a mano. Ho visto donne o, meglio, esseri umani “da soma” assumere il sembiante di bilance e trasportare sacchi di merci varie, tenuti alle estremità di bastoni in legno. Ho visto i loro volti bagnati dal sudore, ma non per questo distorti in smorfie di sofferenza o fatica. Li ho visti, talvolta, aprirsi ad un sorriso davanti all'obiettivo della mia macchina fotografica. Non ho visto, però, i loro uomini, quei maschi che danno il nome alla stessa etnia (il significato della parola “Gumuz” è riconducibile a “Maschio”), dato che il mercato, vengo poi a sapere, è territorio esclusivo del genere femminile.

Sono tutte donne, con l'eccezione di qualche pargolo, anche quelle che ci hanno accolto in questa spartana bettola, ai margini della spianata dove si svolge il mercato settimanale. Mentre i loro uomini si dedicano al duro lavoro della terra o alla pratica della pastorizia, loro offrono ristoro agli avventori. In questo caso, il clima conviviale che si instaura, unito alla curiosità che un ferengi “viso pallido” come me da sempre suscita in tali contesti, aiuta il dialogo, la condivisione e lo scambio di conoscenze. Così, vengo a sapere che colei che gestisce tale sorta di locanda è in realtà una “mezzosangue”, madre Gumuz e padre Oromo (altra etnia di questo Paese, di fatto una delle più numerose). Ci parla dei piccoli segnali di civilizzazione, che stanno caratterizzando la vita delle comunità Gumuz negli ultimi tempi. Ci indica, ad esempio, i vestiti che ha indosso, di fattura industriale benché non firmati, ben lontani insomma dalla semplice copertura delle proprie “vergogne”, scarno indumento tipico delle comunità più lontane dai villaggi. Ci parla, poi, della sua attività, nella cui gestione è comunque abbastanza libera e indipendente, tanto da permettersi il lusso di esporre persino qualche soft-drink di rinomata marca.

La ascolto con interesse o, meglio, ascolto con interesse la traduzione fornitami in tempo reale da Alghina, collaboratrice CVM ed altra “mezzosangue” Amhara-Gumuz. Sto in ascolto, apprendo, rifletto. E continuo a riflettere anche sul da farsi circa quel liquido grigiastro e denso che è ancora lì, nel mio bicchiere e che verosimilmente non sparirà da sé, benché lo desideri fortemente, al fine di evitare il rischio di possibili contaminazioni (chissà con che tipo di acqua l'hanno preparato?!), senza venir meno a quella sorta di “imperativo sociale” che ti fa fare di tutto pur di accettare l'ospitalità altrui, sotto qualunque forma essa si presenti, pena un'implicita “ingiuria” culturale. Mentre tentenno davanti al borde, ecco che l'ennesimo dilemma gastronomico della mia avventura etiope mi si para dinnanzi, senza che sia peraltro riuscito a risolvere la situazione relativa alla problematica bevanda di cui sopra. Mi arrivano, infatti, in mano dei semi scuri e secchi, o almeno così credo. I miei commensali abesha se li infilano in bocca senza pensarci troppo. Alla fine, lo spirito d'emulazione prevale, rafforzato dalla dimensione collettiva e sociale del contesto. Ma sì, ne prendo uno anche io. Il sapore è molto amaro, per nulla piacevole, ma mi accontenterei solo che non avesse conseguenze sul mio apparato gastro-intestinale, delicato come solo quello di un ferengi (straniero, “bianco”) in Etiopia può essere. Staremo a vedere. Intanto, mi dicono che questi semi vengono considerati dalla tradizione quale medicinale in grado di prevenire la malaria. Ah be', allora: se lo considerano un medicinale, tanto male non potrà fare.

Distolgo finalmente il pensiero dalla mie paranoie nutrizionali, per quanto giustificate possano essere, e presto attenzione ai volti che ho dinnanzi. I loro lineamenti e colore mi affascinano, come quelli della donna che appare divertita dalle foto che le vengono scattate; come questi bambini e fanciulle, ammirevole commistione tra la delicatezza data dalla giovane età ed il forte impatto che hanno su di me le loro fisionomie da profonda Africa; come quella donna che, là fuori, poco distante, allatta il suo pargolo, i prosperosi e neri seni quasi interamente scoperti, ché in fondo non c'è motivo di pudore laddove è Natura a dettar legge. Gesti e usanze semplici, senza falsi perbenismi o complicati schemi comportamentali propri di altre culture, definite più “avanzate”, sotto alcuni aspetti anche a ragione, senza qualunquismi né ipocrisie. Ma, in questo momento, tra tali creature, tutto ciò che ho appreso di “buono” e “cattivo” su questa gente, compresi elementi di oggettiva arretratezza in senso civile, sociale ed economico, fino ad arrivare a particolari usanze ai limiti del rabbrividente, ebbene tutto ciò passa per un attimo in secondo piano. Nel tentativo di comprensione (nel senso letterale del termine, che va oltre il solo “capire”), ogni giudizio morale si sospende ed un unico pensiero, quasi una preghiera, mi occupa la mente: che Dio benedica queste sue magnifiche creature, queste donne, queste anime semplici e un po' bambine!


Simone Accattoli

Volontario in Servizio Civile, Etiopia