giovedì 24 luglio 2014

Da piogge in piogge

"Qui a Soddo la stagione delle piogge è iniziata da un paio di settimane e, nonostante il fango e l’acqua che arriva ovunque (anche all’interno dei Bajaj blu a 4/5 posti, nel quale salgono 6/7 persone a volta), non mi sta dispiacendo affatto.

C’è un qualcosa di bello da vivere in ogni momento - così come in ogni parte del mondo - solo che qui vedere il lato positivo delle cose è molto semplice. L’ho capito perché, inaspettatamente, sto bene anche quando aprendo il rubinetto non scende acqua, quando il computer ed il cellulare sono scarichi e non si possono ricaricare perché non c'è corrente e quando per colpa di un frullato di mango e papaya o di qualche spezia non si dorme la notte. Non è una scelta, quella di stare bene. Come si fa a non essere felici di tutto, quando ti trovi davanti bambini che giocano entusiasti con macchinette fatte di bottiglie e tappi, con palle bucate, con corde fatte di foglie di banano o che rimangono a bocca aperta davanti ad una penna colorata? Viene voglia di costruire una corda di banano o biglie di fango anche a me. Fango, sì, quello inizia ad essere un problema. Soprattutto quando ci slitti sopra di continuo perché sai che prima o poi cadrai.

Comunque sia, le piogge tropicali hanno un fascino tutto loro difficile da descrivere. Piove per ore, piove tanto, oppure piove all'improvviso, per poco, ma piove comunque tanto. Sono secchiate d'acqua buttate in terra dal cielo, come se qualcuno lassù trovasse divertente vedere la gente correre tra i vicoli delle cittadine cercando un riparo. È un momento in cui si è tutti uguali. Nei 60 secondi che passano dall'inizio della pioggia alla cascata d'acqua, non si fa in tempo a tirare fuori ombrelli, impermeabili, stivali da pioggia e parolacce, si pensa solo a cercare un riparo. È proprio quello il momento che preferisco, che mi affascina, quello in cui nelle tue scarpe è entrata moltissima acqua ed i tuoi piedi sono bagnati tanto quanto i piedi nudi dell'uomo accanto a te; oppure quello in cui il bambino che di solito urla “ferenge” al tuo passaggio non penserà a sottolineare che sei un estraneo, oppure il momento in cui quella donna lì, in fondo, ha gli stessi tuoi capelli arruffati e il tuo stesso broncio da pioggia improvvisa. 
Poi però pensi che il tuo broncio è per i piedi bagnati, per i capelli ormai arruffati o per i panni stesi ad asciugare, mentre la donna probabilmente sta pensando al suo piccolissimo bimbo andato a giocare chissà dove, oppure al peperoncino messo ad essiccare, oppure alle mille cose che ha da fare prima che finisca questa ennesima giornata. A questo punto il tuo broncio scompare e cerchi di cogliere tutto ciò che c'è attorno per farne ricordi. Non vuoi perderti nulla, perché sai che anche l'asino che rimane impassibile sotto la pioggia può insegnarti qualcosa, ed infatti hai imparato che per quanto è tanta ed è fastidiosa questa pioggia, non corrode. Non succede niente se invece di stranirti ed imbronciarti prendi un po' di pioggia, dopotutto quell'asino è ancora vivo e ci sono tante persone che continuano impassibili a fare ciò che facevano prima, per le strade, sotto la pioggia. 
Ad esempio i detenuti e le loro guardie. Anche se piove qui non esistono i mini bus della polizia penitenziaria, i detenuti si recano alla Corte a piedi, in gruppi di 15/20 persone, circondati da una decina di guardie armate di mitra. Camminano sotto la pioggia, guardandosi attorno, chissà se si accorgono che piove oppure pensano al loro passato, ai loro sbagli e a quello che sarà di lì a poco della loro vita.
A quel punto inizi a camminare sotto la pioggia anche tu, tranquillamente, a passo normale. Pensavi di essere derisa e puntata da qualche ragazzino e invece nessuno ti nota, nessuno ti trova diverso, passano degli studenti accanto a te e niente... ed ecco che arriva l'affascinante momento in cui Madre Natura ci insegna che siamo tutti uguali: se piove, piove per tutti, se l’aria è fredda o calda, lo è per tutti, così come sono per tutti i terremoti, i maremoti e le primavere."




Cristina Toppo
Volontaria Servizio Civile in Etiopia

giovedì 17 luglio 2014

Se ti chiedessero di descrivere Valentina...?

"Preparando un testo che parlasse di Valentina, ho pensato ai vari momenti condivisi insieme con lei in Italia e a distanza (Italia- Etiopia e Tanzania-Etiopia). Ho pensato al suo sorriso, alla sua semplicità, al suo camminare in punta di piedi, ma a grandi passi, percorrendo tanti chilometri in Italia come fra le strade più remote dell’Etiopia, al suo avere sempre una parola di sostegno e di coraggio per tutti.
Ho pensato anche a tutto quello che lei ha lasciato dietro di sé, dovuto agli incontri fatti, ai sorrisi regalati, alla grande professionalità e serietà sempre dimostrata, e così vorrei lasciare che a descriverla siano coloro che come me, da volontaria a volontaria, hanno potuto godere e condividere con lei lo spirito e la bellezza del servizio a favore del prossimo, con umiltà, in ogni angolo del mondo."
Serena Morelli


“Pensando a Valentina, la prima cosa che mi viene in mente è "instancabile".
Quando ti trovi a lavorare direttamente con lei non ha orari, è piena di idee e lavora sempre a pieno ritmo, apparentemente senza stanchezza e per lo meno, senza lamentarsi!
Durante le occasioni che ho avuto di lavorare al suo fianco in Etiopia era quella che andava a dormire più tardi e quella che si alzava prima al mattino. Sempre con il computer acceso a terminare qualcosa di inevitabilmente....urgente!
E' sempre disponibile per tutti, volontari, colleghi, visitatori, funzionari anche a discapito dei suoi tempi personali, dei suoi spazi o delle sue ore di sonno!
Uno si chiederà dove trova, una donna così apparentemente esile, tutta questa forza ed energia. Una grossa parte le viene dalle sue esperienze di vita, dalla sua persona, dalla sua umanità, dalla sua determinazione. Ha impostato la sua vita per la co-operazione e per il volontariato. Ed il resto, senza dubbio, le arriva dai beneficiari che incontra, dai volti delle persone, dagli occhi che incrocia e dalle storie che ascolta.
Valentina è una che non ama mettersi in mostra, essere in prima linea. Eppure in questa occasione per dare visibilità alle persone per le quali si impegna tanto è passata anche per qualcosa, come questo video, che avrebbe evitato volentieri. Forza Vale!!!"


Marta Rogante



"Ho conosciuto Valentina al CVM e subito si è dimostrata una persona molto aperta, sincera e spontanea, con la quale condividere le giornate risultava facile e automatico. 
In questi anni abbiamo vissuto alcuni momenti di difficoltà e profonda stanchezza, trovando sempre il modo per ridere dei piccoli problemi e gioire profondamente nei momenti in cui riuscivamo a fare qualcosa di bello. Valentina è una persona forte, instancabile e coerente, che non ha paura di testimoniare con la propria vita i suoi valori. Lavorare ogni giorno al suo fianco permette continuamente di arricchirsi."
Chiara Pieraccini



"Qualcuno dice che La grandezza si nasconde sempre dietro la semplicità e l’umiltà: non saprei trovare parole migliori per descrivere Valentina.
Valentina in tre parole è: dedizione, tenacia e professionalità.
Un esempio come compagna di “viaggio” ed un privilegio averla come amica."

Antonella Grasso


"Valentina Palumbo a prima vista appare piccola, minuta e fragile, ma racchiude un’energia, una forza interiore ed una determinazione che ci hanno davvero sorpreso. La sua prima volta in Africa e la responsabilità di Rappresentante Paese poi per il CVM, sono state davvero una sfida.
Valentina è stata un vero testimone di CVM, così come ha testimoniato i valori cristiani. Ha viaggiato centinaia di migliaia di chilometri in zone molto rurali dell’Etiopia (in auto o in bus) per sostenere le squadre locali e aiutarli a fare di più e meglio. Le cameriere e ragazze che lavorano nei bar o le prostitute sono divenute la sua priorità e lei ha portato i loro bisogni e diritti all'attenzione di tutti a livello locale, nazionale e internazionale. Problemi idrici e igienico-sanitari non sono stati lasciati fuori e quest'anno CVM inizierà un nuovo progetto di approvvigionamento idrico e miglioramento dei servizi igienici con la Comunità Kara, un gruppo semipastorizio che vive sulle rive del grande fiume Omo, un’area molto isolata e senza accesso all'acqua potabile, a 1500 km da Addis Abeba.
Valentina ha fatto propri i valori del CVM e il lavoro in Etiopia più che la chiamata al dovere, e davvero è stata fonte di ispirazione per tutto lo staff e i volontari sia in Etiopia e Italia. E ' stata davvero testimone coerente ed è stata per me una fonte d'ispirazione. Per Valentina niente è troppo grande o troppo piccolo da affrontare - e niente è stato mai fatto a livello superficiale, cosa che ho molto apprezzato. La sua guida forte è stata la sua fede cristiana e quello che lei sta facendo è stato per lei un risultato molto naturale del vivere la sua fede."

Marian Lambert
Direttore CVM

giovedì 19 giugno 2014


Il primo gesto di ogni vero viaggio ha qualcosa di lento

Ormai è passato quasi un mese..
Tante immagini scorrono nella mia mente da quando sì, si parte davvero.
Il primo gesto di ogni vero viaggio ha qualcosa di lento.
Ho sognato e desiderato per mesi questo momento come è possibile che ora non voglio più partire?
È qualcosa di inspiegabile che nasconde dietro un irreparabile stanchezza, un senso di perdita possiamo chiamarlo...
È un momento in cui capisci che tutte le certezze che ti eri costruita con fatica scompaiono, ma lì ormai il viaggio è già iniziato e allora bisogna spianare le ali, perché se il viaggio forse non è un antidoto contro la malinconia di certo lo è contro la violenza..la violenza del non..non cercare di esserci, e il più vicino possibile.
Perché le cose vanno viste secondo me, vanno sperimentate, vanno ricordate e vanno anche assaggiate e odorate perché se no è un racconto e per quanto io viva di storie è così bello esserne un pezzo di quel racconto..
Poi appena atterri da quell'aereo, Addis Abeba e di schianto “l’altro”, il diverso, il bianco, il ferengi...la parola che imparerai subito in questa nuova terra...ogni persona ogni occhio che ti vedrà passare ti vedrà come ferengi..lo straniero, il diverso. Non ci sarà verso, non ci sarà nessuna strategia per cambiare questa condizione naturale...per quanto delicato o indelicato un bianco possa essere qua, per quanto cerchi di apparire naturale nelle sue azioni cercando di entrare come un ospite nella vita di queste persone..rimarrà ferengi..


E' tutto lento in etiopia, è tutto difficile..a parte il sorriso della gente..quello è così facilmente comprensibile.
E qui sorridono..nel guardare come ti vesti, come ti muovi cercando di immaginare da quale mondo tu possa venire,sorridono perché provi a dire due parole nella loro lingua sforzandoti di fargli capire che non sei un turista..che non vuoi essere un turista..tu vuoi essere vicino a loro..il più possibile.
Devo abituarmi dicono, ne dubito che sia possibile abituarsi a quello che vedo ogni giorno..come ci si fa ad abituarsi al nulla..qui non c’è nulla, manca tutto..ci sono talmente tanti problemi che ogni tanto mi sento così inutile..ma poi basta una lezione di inglese ai bambini del quartiere che a scuola non ci vanno perché devono stare nei campi..una partita a calcio, una discussione con qualche associazione di persone che cercando in ogni modo di migliorare la loro condizione e allora sì..tutto ha senso, se ha senso per te..
Ed è così facile che la tua giornata assuma un altra direzione.

E dopo un mese in questa terra posso dire che anche se è dura, anche se fa male, vale la pena... Mi do tempo..tanto in Africa l’unica cosa che non manca è il tempo..

Francesca Peirotti - Servizio Civile Etiopia


mercoledì 21 maggio 2014

E' quasi un mese...

E' quasi un mese che sono In Etiopia ed il tempo è più che volato. Ogni giorno mi stupisco e mi innamoro di qualcosa di nuovo, eppure tutto questo non mi è nuovo. Quando ho fatto domanda per il servizio civile ho valutato il progetto ed il luogo. Nessun posto al mondo mi avrebbe fatto felice come l'Etiopia. All'inizio mi sentivo quasi in difetto perché mi sembrava di fare la scelta più facile: vado nel paese di mia madre, un paese già visto, dove sono i miei parenti, confrontandomi con una lingua che già conosco. Ora dico che sarebbe stato più facile andare in altri paesi. L'Etiopia mi appartiene, sento che devo dare il massimo per non offendere questa terra che sta spiccando lentamente il volo e mi sento offesa quando qualcuno non ne apprezza i costumi e non ne accoglie le usanze. 

Le settimane passate ad Addis Abeba sono state bellissime, lo staff del CVM ci ha accolto nel migliore dei modi, cercando di venirci incontro al massimo. Ogni giorno passato mi sono scoperta sempre più appassionata ai progetti idrici e non che mi troverò ad affrontare ed oggi posso dire che non vedo l'ora di iniziare a pieno, di andare a Soddo e di spendere i prossimi mesi lontani dalla caotica e divertente Addis per vivere una vita completamente diversa dalla mia ed immergermi al 100% in questo bel mondo.
In realtà mi trovo a Soddo proprio adesso, ma per il momento solo di passaggio, insieme alla nostra rappresentante paese Valentina, l'ingegnere Zelalem e Marco. Qui ho avuto la possibilità di vedere con occhi quanto lavoro c'è dietro ad ogni progetto: l'incontro con una ong locale in vista di una futura partnership, la visita a nuovi siti sui quali lavorare, a quelli su cui si sta lavorando e quelli su qui si è lavorato. Tutto ciò ha aumentato di tanto il mio entusiasmo già alle stelle. Tra le tante cose fatte ce ne è una che mi ha segnata in senso positivo: l'incontro con la tribù dei kara. Dopo una strada lunghissima e non del tutto asfaltata in uno dei punti più caldi d'Etiopia abbiamo raggiunto la tribù, passando prima per il loro centro medico. Qui l'assenza di ambulanze funzionanti e dei medicinali basilari per me scontati mi hanno dato un primo scossone, da distanza che c'è tra il centro e la tribù mi ha dato un secondo scossone, le loro condizioni di vita ed i rischi che corrono ogni giorno mi hanno stesa. Appena arrivati un gruppo di bambini ci è venuto subito in contro, curiosi e divertiti. Si sono chiesti se fossi etiope oppure no e quando gli ho risposto metà e metà, mi hanno detto che non era possibile il miscuglio e hanno provato a dire di dove fossi per una decina di minuti buoni. Passata la parte divertente è iniziata la parte emozionante. Mentre Zelalem e Solomon si dirigevano verso il fiume Omo per fare delle rilevazioni, Valentina, Marco ed io abbiamo fatto delle domande alle donne del villaggio. Abbiamo chiesto come fosse organizzata la tribù, quali fossero i ruoli dei componenti e le difficoltà affrontate ogni giorno. Abbiamo poi chiesto quale fosse il loro sogno nel cassetto e tutte, ma proprio tutte, hanno un sogno correlato all'acqua. Non nego di aver trattenuto le lacrime quando una donna ci ha mostrato le mani callose con il quale tutti i giorni lavora nei campi ed in casa, così come quando ci hanno raccontato dei loro spiacevoli incontri con i coccodrilli ogni volta che si recano al fiume per raccogliere un'acqua sporca, che porta malattie, la stessa usata dagli animali. Mi sono chiesta se fosse la forza delle mamme che non sanno cosa dare mangiare ai figli a spingerle ad andare avanti, le loro tradizioni, oppure il fatto che non hanno mai vissuto altro.
Per me è stata quasi un'avvenuta trovarmi tra loro e vedere le loro vesti quasi inesistenti fatte di pelle di mucca, i loro gioielli di fagioli e perline keniote, le loro pettinature con l'argilla, le loro case di fango e paglia, il loro bestiame, il loro modo di sedersi, parlare e guardare, ma per loro è un'avventura questa vita.
Acqua liscia, frizzante, fredda, a temperatura ambiente sono questi i miei problemi legati ad un bene così prezioso e questo mi fa riflettere.

Sicuramente qui non cambierò niente, sono solo di passaggio, ma sicuramente questa esperienza mi cambierà e mi sta già cambiando.

Cristina Toppo - Servizio Civile Soddo

martedì 20 maggio 2014

Il mio SVE a partire da una foto

A causa di un problema tecnico non sono riuscita a parlare durante l’incontro finale per la conclusione del progetto EVS – Educate Vocational Solidarity sulla piattaforma organizzata da FOCSIV. E cosi eccomi qui, a provare a mettere per iscritto alcune delle emozioni e dei pensieri che hanno accompagnato la fine di questa mia esperienza SVE. Partendo da una foto. Una foto sfocata, di bassa qualità, nulla di eccezionale, ma che per me rappresenta il senso di questi mesi. 8 mesi passati tra le gente, con il popolo tanzaniano, con le ragazze e le giovani donne di Bagamoyo, entrando in contatto con le loro famiglie, i loro bimbi, i loro mariti, i loro genitori, i loro fratelli, i loro amici.
Questa foto è stata scattata durante un corso di aggiornamento nella produzione di batik organizzato da CVM, il mio ente di invio, e BAGEA, l’associazione tanzaniana per la promozione del diritto all’educazione presso cui sono stata impegnata, per uno dei gruppi delle “nostre” ragazze coinvolte nei progetti di sostegno all’educazione e alla formazione professionale. Quello è stato uno dei momenti più “duri” del mio SVE, a novembre. In Tanzania da qualche mese, continuavo a non capire nulla di quello che accadeva intorno a me, non capivo lo swahili, non riuscivo a comunicare, sentivo una barriera fortissima con le persone intorno a me, che mi impediva, pensavo in quel momento, di lavorare, di dare il mio contributo, di dare un senso alla mia esperienza. Durante quel corso mi ricordo in particolare un episodio, una battuta detta dalle ragazze a cui io non ho riso perché non riuscivo a capire quello che dicevano. E la percezione netta in me e in loro di essere “fuori dal gruppo”. E poi..e poi le ragazze e la formatrice con naturalezza mi hanno invitato a sedermi in mezzo a loro, mi hanno messo una tela in mano e mi hanno fatto vedere come preparare il tessuto per il batik, invitandomi a fare lo stesso. Io in teoria ero li per “coordinare” un pochino le attività, fare interviste di monitoraggio, tenere il report del corso. Ho lasciato perdere. Mi sono messa li seduta, sui teli di plastica nera, insieme a loro e ai loro figli che gattonavano sui teli, in mezzo alle loro risate, in silenzio, ascoltando quello che mi capitava intorno, osservando i loro volti, sorridendo ai loro figli. E anche loro hanno ricambiato il sorriso. Ho capito in quel momento che forse quello che la Tanzania mi chiedeva di fare era proprio quello. Stare in silenzio e aprire il cuore gli occhi e le orecchie a quello che sarebbe accaduto, senza pretendere nulla.

Sono partita per la Tanzania e per questo SVE con tanti “voglio fare”. Voglio imparare, voglio accrescere le mie competenze professionali, voglio lavorare..voglio voglio. Sono arrivata giù e ho capito che non avrei trovato nulla di quello che volevo. Sono stata mandata a lavorare con un’associazione locale formata da 4 ragazze tanzaniane di cui una sola sapeva bene l’inglese, mentre le altre parlavano solo swahili. E davano per scontato che io parlassi swahili o che lo imparassi nel giro di qualche giorno. L’ufficio era una stanzetta all’interno di una casa, la corrente spesso veniva tagliata e quando finiva la batteria del computer si era bloccati o bisognava spostarsi in uno dei pochi baretti con corrente. I tempi di lavoro diversi e le priorità diverse che ti fanno pensare sia impossibile lavorare come tu ti aspettavi; una mentalità diversa con cui ti scontri, con cui non ti riconosci e che ti fa mettere in discussione il senso del tuo stare li. Il corso di swahili partito un po’ in ritardo, molto meno strutturato e “convenzionale” di come ero solita immaginarmi un corso di lingua. La solitudine, la fatica nel comunicare parole e pensieri con le persone che hai intorno, le colleghe, le ragazze dei nostri progetti, i vicini di casa. La paura di non farcela ma la voglia di restare e andare avanti. Accettando di restare in silenzio, accettando di stare a guardare per un po’. E poi piano piano l’apertura. Con le colleghe, che mi hanno insegnato lo swahili giorno per giorno insegnandomi, tra la scrittura di un progetto e un monitoraggio, a pulire le verdure, facendomi tenere i loro figli in braccio, facendomi assaggiare tutto quello che il mercato culinario di Bagamoyo offriva. Con i vicini di casa, con i quali ho preso lezioni di cucina, seduta sulle stuoie, davanti a un fuoco a carbone mentre ci si racconta delle proprie famiglie. Con Roma. il mio insegnante di swahili, una guida turistica con la passione della storia e dell’economica, che mi ha aperto gli occhi sulla società tanzaniana, sulle tradizioni ancora presenti, sulla voglia di riscatto e di crescita sociale e professionale dei giovani. Con Maembe, Nabo, Sajali, Kenni, i miei amici musicisti che mi hanno praticamente adottato e con i quali ho scoperto e imparato le mille sfumature della musica tanzaniana, le sonorità, i testi che parlano di povertà, di infibulazione genitale femminile, di repubblica tanzaniana, dei mille problemi di questa Africa che pulsa. E la fatica che si trasforma in regalo. Che mi fa capire quanto sono ricca e fortunata. Questi mesi sono stati la risposta a tante delle mie aspirazioni. Il perché di una certa scelta universitaria, il perché di una certa “vocazione” professionale, la passione per la storia e la politica africana. E poi, a completare, sono arrivate anche le famose competenze professionali. Un “in più”. Mi è stato dato tanto di più quello che pensavo. In un modo imprevisto, diverso da quello che pensavo. Come sempre la vita mi sorprende. E mi sono ritrovata sull’areo di ritorno semplicemente a dire “Asante sana”.

Valentina Codeluppi - SVE Tanzania

giovedì 27 febbraio 2014



MAMA JAMILA!



Venerdì sono andata insieme alle colleghe di BAGEA in una primary school di Bagamoyo per una mattinata di peer education con gli studenti. BAGEA è nata per promuovere il diritto allo studio delle ragazze qui nel distretto, dati gli enormi ostacoli culturali, economici e sociali che ancora esistono a un riconoscimento pieno e reale dei diritti per le donne, in primis quello all’educazione. Normalmente lavoriamo e promuoviamo attività di educazione, promozione dei diritti e sensibizzazione per le ragazze dai 16 ai 30 anni, ma abbiamo capito che se non si lavora anche con bambini e bambine, se non si comincia fin da subito a parlare del diritto alla dignità, all’educazione, alla promozione femminile, poi sarà molto più difficile lavorare con le ragazze ma anche con le stesse comunità locali nelle quali le ragazze vivono.
E cosi, ecco l’idea di andare nelle scuole, per cercare di spiegare e fare passare, in maniera semplice e “giocosa”, concetti come il diritto all’educazione e il diritto a un’educazione paritaria per bambini e bambine, lotta contro la violenza sulle donne, un inizio di educazione sessuale e sulle malattie sessualmente trasmissibili. Forse sembra un po’ prematuro, ma in un paese in cui il tasso di gravidanze precoci (riferendosi a un’età che va dai 11 ai 14 anni) è tra i più alti al mondo forse cambierete idea. L’obiettivo è che gli studenti formati a loro volta possano trasmettere un po’ delle nozioni apprese ai loro coetanei e amici. Ecco il senso della peer education.
Sono arrivata a scuola con Alala, la presidente di BAGEA che ha una carica ed un’energia trascinante soprattutto con i giovani, Jamila, la segretaria dell’associazione, e Valentina, nuova SVE sbarcata da poco più di un mese a Bagamoyo. Per me non era la prima volta che partecipavo alla peer education, ma confesso che fa sempre un certo effetto entrare in queste classi polverose e ombrose, dove ti servono alcuni minuti per abituarti all’oscurità venendo dalla luce accecante di fuori, in cui stanno stipati, in rigoroso silenzio e ansiosa attesa dai 45 ai 60 bambini. Una classe. 120 occhi fissi su di te. Ad aspettare quello che tu farai e dirai. Ad aspettare un tuo cenno. Alala si è presentata, ha presentato l’associazione e il motivo della nostra presenza qui. Poi ci ha fatto presentare. L’ultima peer education a cui avevo partecipato era stata diversi mesi fa, quando il livello del mio swahili era davvero basico, mi toccava presentarmi in inglese e i bambini mi guardavano sempre con deferenza e un po’ di timore. Questa volta mi sono presentata in swahili, e i bambini hanno risposto al mio “Mambo!” con un caloroso “Poa!!” Alala ha cominciato a introdurre diversi concetti chiedendo ai bambini di intervenire con suggerimenti e opinioni. Parlando della vita quotidiana, chiedendo il riferimento alle loro storie personali, a quello che i bambini vedono e vivono in casa e a scuola è molto più facile riuscire a parlare anche di concetti “difficili” come parità uomo-donna, educazione, violenza. A ogni spiegazione seguiva una fase di lavori di gruppi in cui i bambini si raggruppavano a gruppetti di 6-7 per discutere insieme dei temi affrontati e sviluppare le loro idee. E poi, per sciogliere la tensione, la parte più bella: una sorta di bans-versione tanzaniana proposti da Alala. Ce n’è in particolare uno che Alala mi ha insegnato durante la prima peer education e che è un po’ il suo cavallo di battaglia. Inizia cosi: “Mama Jamila (una presa in giro nei confronti della “nostra” Jamila) anasonga ugali”: che tradotto vuol dire “Mama Jamila prepara l’ugali (uno dei piatti nazionali tanzaniani: la tipica polenta bianca di mais). E poi continua: “con una mano, con l’altra mano, con i piedi, abbassandosi fino a terra, ballando” etc. Tutto mimato. Alala ha cominciato in sordina, invitando i bambini a seguirla. Credo che non credessero ai loro occhi e ai loro orecchi. Un adulto che dava loro l‘autorizzazione e ballare e cantare a squarciagola in classe. Subito hanno cominciato timidamente poi si sono scatenati, come solo i bambini sanno fare, soprattutto quelli africani. Ad un certo punto ho pensato che l’aula sarebbe venuta giù. E devono averlo pensato anche  le persone fuori, perché è venuta un’insegnante da un altra classe per chiedere se andava tutto bene. Dopo un’altra “sessione di lavoro” Alala ha riproposto il bans, chiedendo a me e Valentina di accompagnarla. È stato lo spettacolo. Cioè non per la nostra performance, che davvero lasciava alquanto a desiderare soprattutto se paragonata all’elasticità africana, ma per il momento di condivisione che si è creato. I bambini si sbellicavano dalle risate, e poi, dopo un attimo, hanno ripreso a ballare con noi. Siamo qui per parlare di diritti, di educazione, e spesso rimaniamo chiusi nei nostri uffici, sapendo poco di cosa vuol dire “educazione” qui, e di cosa vuol dire lavorare insieme con la gente del posto per rafforzare questo diritto. Io non sono un’educatrice o un’animatrice, non mi ci vedo e non credo che sarebbe il mio posto, ma in quella classe, cantando insieme di come si prepara l’ugali, mi è sembrato per un attimo di essere più vicina a quei bambini che mi prefiggo di “aiutare” dal mio ufficio, di capire un po’ di più, di entrare un po’ di più nella loro storia. Come quando con l’ortolano mi fermo a discutere di come si cuoce il matembele (una sorta di bietola locale), o come quando con Roma, il mio insegnante di swahili, discutiamo di cosa vuol dire essere giovani lavoratori in Tanzania o in Europa..

Oggi, dopo il lavoro, stavo camminando per le stradine di Bagamoyo. Un gruppo di bambini con indosso la divisa scolastica mi si è avvicinato e mi ha salutato. Capita spesso e non ci ho fatto troppo caso. Poi però mi hanno detto “Mambo Vale!Mama Jamila wapi???” (Ciao Vale, dov’é Mamma Jamila???.. erano i “nostri” studenti..si erano ricordati! Era rimasto qualcosa della mattinata passata insieme! Mi piace pensare che tra una parola di un bans e un’altra sia rimasto anche qualche riferimento a educazione e diritti umani. Spesso mi sento amareggiata o delusa, quando ho l’impressione che si riesca a fare cosi poco, che alla fine le persone siano cosi poco interessate a quello che facciamo. È bastato un “Mama Jamila” a farmi tornare il sorriso. A farmi dire che non è mai tutto inutile. Ridendo ho risposto “Mama Jamila pale ofisini ya BAGEA!” (è all'ufficio di BAGEA).

Valentina Codeluppi - SVE Tanzania
Bagamoyo, 18 febbraio 2014




martedì 4 febbraio 2014


                                     PROGETTO MICROCREDITO


Il mese scorso abbiamo cominciato con Bagea un nuovo progetto: si tratta di un progetto di microcredito rivolto alle ragazze di Bagamoyo, teso a offrire piccoli prestiti per supportare e promuovere le loro attività economiche, e sviluppare quindi le capacità imprenditoriali delle ragazze oltre che elevare il loro status sociale. Dopo diverse settimane passate con le colleghe di Bagea a raccogliere le candidature, a analizzare insieme a tante ragazze del distretto lo stato delle loro attività economiche, aiutandole a farle prendere coscienza di cosa voglia dire capire e realizzare un business plan, capire la differenza tra ricavo e guadagno e come calcolarli, conteggiare le spese mensili etc etc abbiamo finalmente selezionato 8 ragazze. Sono le prime beneficiarie del progetto, a cui speriamo ne seguiranno tante altre: l’intento è infatti quello di finanziare nuovi prestiti a nuove ragazze non appena le attuali beneficiarie avranno ripagato.
Ieri sono andata insieme a Neema ad incontrare due delle 8 ragazze, Sikudhani e Magumu, nella ward di Kiwangwa, ad un mese dall’ottenimento del prestito. L’intento, oltre che riscuotere la quota mensile del prestito, era fare due chiacchiere con loro, per capire come stanno andando le cose, se l’attività procede e se l’aiuto ricevuto sta dando i suoi frutti. Sikudhani, 22 anni, ci ha accolto come sempre sorridente e serena. Lei ha chiesto il prestito per il suo commercio di carbone: vende infatti carbone davanti a casa e il prestito le serviva per sviluppare l’attività. In realtà oltre al carbone Sikundahni ha un piccolo commercio di ananas (Kiwangwa è la ward delle ananas!) e inoltre cuce e realizza vestiti che vende nel suo villaggio, ma ha scelto di chiedere il prestito per il carbone perchè sa che è l’attività più redditizia e dove i clienti sono più stabili, e con la quale può quindi sperare di rafforzare meglio la sua posizione e le sue entrate future. Già solo dopo un mese dal prestito ci racconta gli enormi progressi e sviluppi della sua attività: con i soldi ricevuti ha potuto aumentare il numero di sacchi acquistati e quindi di quelli che può vendere, passando da 20-25 sacchi venduti al mese a oltre 40, con un notevole aumento del guadagno. Anche i clienti sono aumentati e soprattutto si stanno “fidelizzando”: con orgoglio Sikudhani ci dice che i clienti vengono da lei perchè ora sanno di poter sempre trovare del buon carbone. La cosa bella è che Sikudhani non sta portando avanti l’attività da sola: il marito, oltre a essere molto contento per lei e per la sua attività, la supporta e l’aiuta: ha infatti un pikipiki con cui l’aiuta nel trasporto dei sacchi di carbone. Ancora, Sikudhani è felice di poter adesso, con i suoi guadagni, contribuire maggiormente alle spese della famiglia (cosa che rende contento e più tranquillo anche il marito). Infine, la sua stessa posizione nella comunità è in parte cambiata: Sikudhani ci ha raccontato con orgoglio di come ora sia vista dalla sua comunità come una donna che combatte per i propri diritti e per la propria attività economica, una donna che sta crescendo come imprenditrice.
Anche Magumo, appena 20 anni, è molto contenta per il suo business. Lei ha chiesto il prestito per sostenere e sviluppare il suo commercio di vestiti (ha infatti un piccolo negozietto in cui vende gli abiti tradizionali da cerimonia tanzaniani che compra a Dar es Salaam) e la sua attività di taglio e cucito. Anche lei ha notato i primi progressi: con il prestito ha potuto acquistare un numero maggiore di abiti e quindi aumentare le vendite; anche il numero di clienti sta piano piano aumentando perchè trova una scelta di vestiti più ampia e abiti meglio esposti. Magumo ha inoltre deciso di usare una parte del prestito per comprare subito uno stock di vestiti per questa stagione, ma conservare l’altra parte del prestito per acquistare un stock di vestiti più avanti, per accordarsi ai cambiamenti della moda e del mercato e offire ai clienti un servizio migliore. Anche lei, come Sikudhani, ha un marito che la sostiene e l’accompagna, anche se purtroppo sottolinea di come tante persone nel villaggio abbiano invece reagito al rafforzamento della sua attività con un misto di invidia e gelosia: gelosia per il fatto che lei abbia ricevuto il prestito e invidia di fronte al rischio di trovarsi le proprie attività compromesse o messe a rischio da una nuova “avversaria” sul mercato.  In ogni caso, sia Sikudhani che Maguno sono apparse molto determinate nel portare avanti la loro attività e nel farla crescere, guardando al futuro. Entrambe, mentre ci hanno consegnato la prima rata del ripagamento del prestito, ci hanno detto: “quando finiamo di pagare questo primo prestito, ne vogliamo chiedere un altro per sviluppare ancora di più le nostre attività!”. Ed entrambe ci hanno detto: “continuate ad aiutarci, è importante aiutare le ragazze, se nessuno ci aiuta per noi è cosi difficile sperare e realizzare un cambiamento!”.

Andiamo avanti e stiamo a vedere!

Bagamoyo, 30/01/2014