giovedì 19 giugno 2014


Il primo gesto di ogni vero viaggio ha qualcosa di lento

Ormai è passato quasi un mese..
Tante immagini scorrono nella mia mente da quando sì, si parte davvero.
Il primo gesto di ogni vero viaggio ha qualcosa di lento.
Ho sognato e desiderato per mesi questo momento come è possibile che ora non voglio più partire?
È qualcosa di inspiegabile che nasconde dietro un irreparabile stanchezza, un senso di perdita possiamo chiamarlo...
È un momento in cui capisci che tutte le certezze che ti eri costruita con fatica scompaiono, ma lì ormai il viaggio è già iniziato e allora bisogna spianare le ali, perché se il viaggio forse non è un antidoto contro la malinconia di certo lo è contro la violenza..la violenza del non..non cercare di esserci, e il più vicino possibile.
Perché le cose vanno viste secondo me, vanno sperimentate, vanno ricordate e vanno anche assaggiate e odorate perché se no è un racconto e per quanto io viva di storie è così bello esserne un pezzo di quel racconto..
Poi appena atterri da quell'aereo, Addis Abeba e di schianto “l’altro”, il diverso, il bianco, il ferengi...la parola che imparerai subito in questa nuova terra...ogni persona ogni occhio che ti vedrà passare ti vedrà come ferengi..lo straniero, il diverso. Non ci sarà verso, non ci sarà nessuna strategia per cambiare questa condizione naturale...per quanto delicato o indelicato un bianco possa essere qua, per quanto cerchi di apparire naturale nelle sue azioni cercando di entrare come un ospite nella vita di queste persone..rimarrà ferengi..


E' tutto lento in etiopia, è tutto difficile..a parte il sorriso della gente..quello è così facilmente comprensibile.
E qui sorridono..nel guardare come ti vesti, come ti muovi cercando di immaginare da quale mondo tu possa venire,sorridono perché provi a dire due parole nella loro lingua sforzandoti di fargli capire che non sei un turista..che non vuoi essere un turista..tu vuoi essere vicino a loro..il più possibile.
Devo abituarmi dicono, ne dubito che sia possibile abituarsi a quello che vedo ogni giorno..come ci si fa ad abituarsi al nulla..qui non c’è nulla, manca tutto..ci sono talmente tanti problemi che ogni tanto mi sento così inutile..ma poi basta una lezione di inglese ai bambini del quartiere che a scuola non ci vanno perché devono stare nei campi..una partita a calcio, una discussione con qualche associazione di persone che cercando in ogni modo di migliorare la loro condizione e allora sì..tutto ha senso, se ha senso per te..
Ed è così facile che la tua giornata assuma un altra direzione.

E dopo un mese in questa terra posso dire che anche se è dura, anche se fa male, vale la pena... Mi do tempo..tanto in Africa l’unica cosa che non manca è il tempo..

Francesca Peirotti - Servizio Civile Etiopia


mercoledì 21 maggio 2014

E' quasi un mese...

E' quasi un mese che sono In Etiopia ed il tempo è più che volato. Ogni giorno mi stupisco e mi innamoro di qualcosa di nuovo, eppure tutto questo non mi è nuovo. Quando ho fatto domanda per il servizio civile ho valutato il progetto ed il luogo. Nessun posto al mondo mi avrebbe fatto felice come l'Etiopia. All'inizio mi sentivo quasi in difetto perché mi sembrava di fare la scelta più facile: vado nel paese di mia madre, un paese già visto, dove sono i miei parenti, confrontandomi con una lingua che già conosco. Ora dico che sarebbe stato più facile andare in altri paesi. L'Etiopia mi appartiene, sento che devo dare il massimo per non offendere questa terra che sta spiccando lentamente il volo e mi sento offesa quando qualcuno non ne apprezza i costumi e non ne accoglie le usanze. 

Le settimane passate ad Addis Abeba sono state bellissime, lo staff del CVM ci ha accolto nel migliore dei modi, cercando di venirci incontro al massimo. Ogni giorno passato mi sono scoperta sempre più appassionata ai progetti idrici e non che mi troverò ad affrontare ed oggi posso dire che non vedo l'ora di iniziare a pieno, di andare a Soddo e di spendere i prossimi mesi lontani dalla caotica e divertente Addis per vivere una vita completamente diversa dalla mia ed immergermi al 100% in questo bel mondo.
In realtà mi trovo a Soddo proprio adesso, ma per il momento solo di passaggio, insieme alla nostra rappresentante paese Valentina, l'ingegnere Zelalem e Marco. Qui ho avuto la possibilità di vedere con occhi quanto lavoro c'è dietro ad ogni progetto: l'incontro con una ong locale in vista di una futura partnership, la visita a nuovi siti sui quali lavorare, a quelli su cui si sta lavorando e quelli su qui si è lavorato. Tutto ciò ha aumentato di tanto il mio entusiasmo già alle stelle. Tra le tante cose fatte ce ne è una che mi ha segnata in senso positivo: l'incontro con la tribù dei kara. Dopo una strada lunghissima e non del tutto asfaltata in uno dei punti più caldi d'Etiopia abbiamo raggiunto la tribù, passando prima per il loro centro medico. Qui l'assenza di ambulanze funzionanti e dei medicinali basilari per me scontati mi hanno dato un primo scossone, da distanza che c'è tra il centro e la tribù mi ha dato un secondo scossone, le loro condizioni di vita ed i rischi che corrono ogni giorno mi hanno stesa. Appena arrivati un gruppo di bambini ci è venuto subito in contro, curiosi e divertiti. Si sono chiesti se fossi etiope oppure no e quando gli ho risposto metà e metà, mi hanno detto che non era possibile il miscuglio e hanno provato a dire di dove fossi per una decina di minuti buoni. Passata la parte divertente è iniziata la parte emozionante. Mentre Zelalem e Solomon si dirigevano verso il fiume Omo per fare delle rilevazioni, Valentina, Marco ed io abbiamo fatto delle domande alle donne del villaggio. Abbiamo chiesto come fosse organizzata la tribù, quali fossero i ruoli dei componenti e le difficoltà affrontate ogni giorno. Abbiamo poi chiesto quale fosse il loro sogno nel cassetto e tutte, ma proprio tutte, hanno un sogno correlato all'acqua. Non nego di aver trattenuto le lacrime quando una donna ci ha mostrato le mani callose con il quale tutti i giorni lavora nei campi ed in casa, così come quando ci hanno raccontato dei loro spiacevoli incontri con i coccodrilli ogni volta che si recano al fiume per raccogliere un'acqua sporca, che porta malattie, la stessa usata dagli animali. Mi sono chiesta se fosse la forza delle mamme che non sanno cosa dare mangiare ai figli a spingerle ad andare avanti, le loro tradizioni, oppure il fatto che non hanno mai vissuto altro.
Per me è stata quasi un'avvenuta trovarmi tra loro e vedere le loro vesti quasi inesistenti fatte di pelle di mucca, i loro gioielli di fagioli e perline keniote, le loro pettinature con l'argilla, le loro case di fango e paglia, il loro bestiame, il loro modo di sedersi, parlare e guardare, ma per loro è un'avventura questa vita.
Acqua liscia, frizzante, fredda, a temperatura ambiente sono questi i miei problemi legati ad un bene così prezioso e questo mi fa riflettere.

Sicuramente qui non cambierò niente, sono solo di passaggio, ma sicuramente questa esperienza mi cambierà e mi sta già cambiando.

Cristina Toppo - Servizio Civile Soddo

martedì 20 maggio 2014

Il mio SVE a partire da una foto

A causa di un problema tecnico non sono riuscita a parlare durante l’incontro finale per la conclusione del progetto EVS – Educate Vocational Solidarity sulla piattaforma organizzata da FOCSIV. E cosi eccomi qui, a provare a mettere per iscritto alcune delle emozioni e dei pensieri che hanno accompagnato la fine di questa mia esperienza SVE. Partendo da una foto. Una foto sfocata, di bassa qualità, nulla di eccezionale, ma che per me rappresenta il senso di questi mesi. 8 mesi passati tra le gente, con il popolo tanzaniano, con le ragazze e le giovani donne di Bagamoyo, entrando in contatto con le loro famiglie, i loro bimbi, i loro mariti, i loro genitori, i loro fratelli, i loro amici.
Questa foto è stata scattata durante un corso di aggiornamento nella produzione di batik organizzato da CVM, il mio ente di invio, e BAGEA, l’associazione tanzaniana per la promozione del diritto all’educazione presso cui sono stata impegnata, per uno dei gruppi delle “nostre” ragazze coinvolte nei progetti di sostegno all’educazione e alla formazione professionale. Quello è stato uno dei momenti più “duri” del mio SVE, a novembre. In Tanzania da qualche mese, continuavo a non capire nulla di quello che accadeva intorno a me, non capivo lo swahili, non riuscivo a comunicare, sentivo una barriera fortissima con le persone intorno a me, che mi impediva, pensavo in quel momento, di lavorare, di dare il mio contributo, di dare un senso alla mia esperienza. Durante quel corso mi ricordo in particolare un episodio, una battuta detta dalle ragazze a cui io non ho riso perché non riuscivo a capire quello che dicevano. E la percezione netta in me e in loro di essere “fuori dal gruppo”. E poi..e poi le ragazze e la formatrice con naturalezza mi hanno invitato a sedermi in mezzo a loro, mi hanno messo una tela in mano e mi hanno fatto vedere come preparare il tessuto per il batik, invitandomi a fare lo stesso. Io in teoria ero li per “coordinare” un pochino le attività, fare interviste di monitoraggio, tenere il report del corso. Ho lasciato perdere. Mi sono messa li seduta, sui teli di plastica nera, insieme a loro e ai loro figli che gattonavano sui teli, in mezzo alle loro risate, in silenzio, ascoltando quello che mi capitava intorno, osservando i loro volti, sorridendo ai loro figli. E anche loro hanno ricambiato il sorriso. Ho capito in quel momento che forse quello che la Tanzania mi chiedeva di fare era proprio quello. Stare in silenzio e aprire il cuore gli occhi e le orecchie a quello che sarebbe accaduto, senza pretendere nulla.

Sono partita per la Tanzania e per questo SVE con tanti “voglio fare”. Voglio imparare, voglio accrescere le mie competenze professionali, voglio lavorare..voglio voglio. Sono arrivata giù e ho capito che non avrei trovato nulla di quello che volevo. Sono stata mandata a lavorare con un’associazione locale formata da 4 ragazze tanzaniane di cui una sola sapeva bene l’inglese, mentre le altre parlavano solo swahili. E davano per scontato che io parlassi swahili o che lo imparassi nel giro di qualche giorno. L’ufficio era una stanzetta all’interno di una casa, la corrente spesso veniva tagliata e quando finiva la batteria del computer si era bloccati o bisognava spostarsi in uno dei pochi baretti con corrente. I tempi di lavoro diversi e le priorità diverse che ti fanno pensare sia impossibile lavorare come tu ti aspettavi; una mentalità diversa con cui ti scontri, con cui non ti riconosci e che ti fa mettere in discussione il senso del tuo stare li. Il corso di swahili partito un po’ in ritardo, molto meno strutturato e “convenzionale” di come ero solita immaginarmi un corso di lingua. La solitudine, la fatica nel comunicare parole e pensieri con le persone che hai intorno, le colleghe, le ragazze dei nostri progetti, i vicini di casa. La paura di non farcela ma la voglia di restare e andare avanti. Accettando di restare in silenzio, accettando di stare a guardare per un po’. E poi piano piano l’apertura. Con le colleghe, che mi hanno insegnato lo swahili giorno per giorno insegnandomi, tra la scrittura di un progetto e un monitoraggio, a pulire le verdure, facendomi tenere i loro figli in braccio, facendomi assaggiare tutto quello che il mercato culinario di Bagamoyo offriva. Con i vicini di casa, con i quali ho preso lezioni di cucina, seduta sulle stuoie, davanti a un fuoco a carbone mentre ci si racconta delle proprie famiglie. Con Roma. il mio insegnante di swahili, una guida turistica con la passione della storia e dell’economica, che mi ha aperto gli occhi sulla società tanzaniana, sulle tradizioni ancora presenti, sulla voglia di riscatto e di crescita sociale e professionale dei giovani. Con Maembe, Nabo, Sajali, Kenni, i miei amici musicisti che mi hanno praticamente adottato e con i quali ho scoperto e imparato le mille sfumature della musica tanzaniana, le sonorità, i testi che parlano di povertà, di infibulazione genitale femminile, di repubblica tanzaniana, dei mille problemi di questa Africa che pulsa. E la fatica che si trasforma in regalo. Che mi fa capire quanto sono ricca e fortunata. Questi mesi sono stati la risposta a tante delle mie aspirazioni. Il perché di una certa scelta universitaria, il perché di una certa “vocazione” professionale, la passione per la storia e la politica africana. E poi, a completare, sono arrivate anche le famose competenze professionali. Un “in più”. Mi è stato dato tanto di più quello che pensavo. In un modo imprevisto, diverso da quello che pensavo. Come sempre la vita mi sorprende. E mi sono ritrovata sull’areo di ritorno semplicemente a dire “Asante sana”.

Valentina Codeluppi - SVE Tanzania

giovedì 27 febbraio 2014



MAMA JAMILA!



Venerdì sono andata insieme alle colleghe di BAGEA in una primary school di Bagamoyo per una mattinata di peer education con gli studenti. BAGEA è nata per promuovere il diritto allo studio delle ragazze qui nel distretto, dati gli enormi ostacoli culturali, economici e sociali che ancora esistono a un riconoscimento pieno e reale dei diritti per le donne, in primis quello all’educazione. Normalmente lavoriamo e promuoviamo attività di educazione, promozione dei diritti e sensibizzazione per le ragazze dai 16 ai 30 anni, ma abbiamo capito che se non si lavora anche con bambini e bambine, se non si comincia fin da subito a parlare del diritto alla dignità, all’educazione, alla promozione femminile, poi sarà molto più difficile lavorare con le ragazze ma anche con le stesse comunità locali nelle quali le ragazze vivono.
E cosi, ecco l’idea di andare nelle scuole, per cercare di spiegare e fare passare, in maniera semplice e “giocosa”, concetti come il diritto all’educazione e il diritto a un’educazione paritaria per bambini e bambine, lotta contro la violenza sulle donne, un inizio di educazione sessuale e sulle malattie sessualmente trasmissibili. Forse sembra un po’ prematuro, ma in un paese in cui il tasso di gravidanze precoci (riferendosi a un’età che va dai 11 ai 14 anni) è tra i più alti al mondo forse cambierete idea. L’obiettivo è che gli studenti formati a loro volta possano trasmettere un po’ delle nozioni apprese ai loro coetanei e amici. Ecco il senso della peer education.
Sono arrivata a scuola con Alala, la presidente di BAGEA che ha una carica ed un’energia trascinante soprattutto con i giovani, Jamila, la segretaria dell’associazione, e Valentina, nuova SVE sbarcata da poco più di un mese a Bagamoyo. Per me non era la prima volta che partecipavo alla peer education, ma confesso che fa sempre un certo effetto entrare in queste classi polverose e ombrose, dove ti servono alcuni minuti per abituarti all’oscurità venendo dalla luce accecante di fuori, in cui stanno stipati, in rigoroso silenzio e ansiosa attesa dai 45 ai 60 bambini. Una classe. 120 occhi fissi su di te. Ad aspettare quello che tu farai e dirai. Ad aspettare un tuo cenno. Alala si è presentata, ha presentato l’associazione e il motivo della nostra presenza qui. Poi ci ha fatto presentare. L’ultima peer education a cui avevo partecipato era stata diversi mesi fa, quando il livello del mio swahili era davvero basico, mi toccava presentarmi in inglese e i bambini mi guardavano sempre con deferenza e un po’ di timore. Questa volta mi sono presentata in swahili, e i bambini hanno risposto al mio “Mambo!” con un caloroso “Poa!!” Alala ha cominciato a introdurre diversi concetti chiedendo ai bambini di intervenire con suggerimenti e opinioni. Parlando della vita quotidiana, chiedendo il riferimento alle loro storie personali, a quello che i bambini vedono e vivono in casa e a scuola è molto più facile riuscire a parlare anche di concetti “difficili” come parità uomo-donna, educazione, violenza. A ogni spiegazione seguiva una fase di lavori di gruppi in cui i bambini si raggruppavano a gruppetti di 6-7 per discutere insieme dei temi affrontati e sviluppare le loro idee. E poi, per sciogliere la tensione, la parte più bella: una sorta di bans-versione tanzaniana proposti da Alala. Ce n’è in particolare uno che Alala mi ha insegnato durante la prima peer education e che è un po’ il suo cavallo di battaglia. Inizia cosi: “Mama Jamila (una presa in giro nei confronti della “nostra” Jamila) anasonga ugali”: che tradotto vuol dire “Mama Jamila prepara l’ugali (uno dei piatti nazionali tanzaniani: la tipica polenta bianca di mais). E poi continua: “con una mano, con l’altra mano, con i piedi, abbassandosi fino a terra, ballando” etc. Tutto mimato. Alala ha cominciato in sordina, invitando i bambini a seguirla. Credo che non credessero ai loro occhi e ai loro orecchi. Un adulto che dava loro l‘autorizzazione e ballare e cantare a squarciagola in classe. Subito hanno cominciato timidamente poi si sono scatenati, come solo i bambini sanno fare, soprattutto quelli africani. Ad un certo punto ho pensato che l’aula sarebbe venuta giù. E devono averlo pensato anche  le persone fuori, perché è venuta un’insegnante da un altra classe per chiedere se andava tutto bene. Dopo un’altra “sessione di lavoro” Alala ha riproposto il bans, chiedendo a me e Valentina di accompagnarla. È stato lo spettacolo. Cioè non per la nostra performance, che davvero lasciava alquanto a desiderare soprattutto se paragonata all’elasticità africana, ma per il momento di condivisione che si è creato. I bambini si sbellicavano dalle risate, e poi, dopo un attimo, hanno ripreso a ballare con noi. Siamo qui per parlare di diritti, di educazione, e spesso rimaniamo chiusi nei nostri uffici, sapendo poco di cosa vuol dire “educazione” qui, e di cosa vuol dire lavorare insieme con la gente del posto per rafforzare questo diritto. Io non sono un’educatrice o un’animatrice, non mi ci vedo e non credo che sarebbe il mio posto, ma in quella classe, cantando insieme di come si prepara l’ugali, mi è sembrato per un attimo di essere più vicina a quei bambini che mi prefiggo di “aiutare” dal mio ufficio, di capire un po’ di più, di entrare un po’ di più nella loro storia. Come quando con l’ortolano mi fermo a discutere di come si cuoce il matembele (una sorta di bietola locale), o come quando con Roma, il mio insegnante di swahili, discutiamo di cosa vuol dire essere giovani lavoratori in Tanzania o in Europa..

Oggi, dopo il lavoro, stavo camminando per le stradine di Bagamoyo. Un gruppo di bambini con indosso la divisa scolastica mi si è avvicinato e mi ha salutato. Capita spesso e non ci ho fatto troppo caso. Poi però mi hanno detto “Mambo Vale!Mama Jamila wapi???” (Ciao Vale, dov’é Mamma Jamila???.. erano i “nostri” studenti..si erano ricordati! Era rimasto qualcosa della mattinata passata insieme! Mi piace pensare che tra una parola di un bans e un’altra sia rimasto anche qualche riferimento a educazione e diritti umani. Spesso mi sento amareggiata o delusa, quando ho l’impressione che si riesca a fare cosi poco, che alla fine le persone siano cosi poco interessate a quello che facciamo. È bastato un “Mama Jamila” a farmi tornare il sorriso. A farmi dire che non è mai tutto inutile. Ridendo ho risposto “Mama Jamila pale ofisini ya BAGEA!” (è all'ufficio di BAGEA).

Valentina Codeluppi - SVE Tanzania
Bagamoyo, 18 febbraio 2014




martedì 4 febbraio 2014


                                     PROGETTO MICROCREDITO


Il mese scorso abbiamo cominciato con Bagea un nuovo progetto: si tratta di un progetto di microcredito rivolto alle ragazze di Bagamoyo, teso a offrire piccoli prestiti per supportare e promuovere le loro attività economiche, e sviluppare quindi le capacità imprenditoriali delle ragazze oltre che elevare il loro status sociale. Dopo diverse settimane passate con le colleghe di Bagea a raccogliere le candidature, a analizzare insieme a tante ragazze del distretto lo stato delle loro attività economiche, aiutandole a farle prendere coscienza di cosa voglia dire capire e realizzare un business plan, capire la differenza tra ricavo e guadagno e come calcolarli, conteggiare le spese mensili etc etc abbiamo finalmente selezionato 8 ragazze. Sono le prime beneficiarie del progetto, a cui speriamo ne seguiranno tante altre: l’intento è infatti quello di finanziare nuovi prestiti a nuove ragazze non appena le attuali beneficiarie avranno ripagato.
Ieri sono andata insieme a Neema ad incontrare due delle 8 ragazze, Sikudhani e Magumu, nella ward di Kiwangwa, ad un mese dall’ottenimento del prestito. L’intento, oltre che riscuotere la quota mensile del prestito, era fare due chiacchiere con loro, per capire come stanno andando le cose, se l’attività procede e se l’aiuto ricevuto sta dando i suoi frutti. Sikudhani, 22 anni, ci ha accolto come sempre sorridente e serena. Lei ha chiesto il prestito per il suo commercio di carbone: vende infatti carbone davanti a casa e il prestito le serviva per sviluppare l’attività. In realtà oltre al carbone Sikundahni ha un piccolo commercio di ananas (Kiwangwa è la ward delle ananas!) e inoltre cuce e realizza vestiti che vende nel suo villaggio, ma ha scelto di chiedere il prestito per il carbone perchè sa che è l’attività più redditizia e dove i clienti sono più stabili, e con la quale può quindi sperare di rafforzare meglio la sua posizione e le sue entrate future. Già solo dopo un mese dal prestito ci racconta gli enormi progressi e sviluppi della sua attività: con i soldi ricevuti ha potuto aumentare il numero di sacchi acquistati e quindi di quelli che può vendere, passando da 20-25 sacchi venduti al mese a oltre 40, con un notevole aumento del guadagno. Anche i clienti sono aumentati e soprattutto si stanno “fidelizzando”: con orgoglio Sikudhani ci dice che i clienti vengono da lei perchè ora sanno di poter sempre trovare del buon carbone. La cosa bella è che Sikudhani non sta portando avanti l’attività da sola: il marito, oltre a essere molto contento per lei e per la sua attività, la supporta e l’aiuta: ha infatti un pikipiki con cui l’aiuta nel trasporto dei sacchi di carbone. Ancora, Sikudhani è felice di poter adesso, con i suoi guadagni, contribuire maggiormente alle spese della famiglia (cosa che rende contento e più tranquillo anche il marito). Infine, la sua stessa posizione nella comunità è in parte cambiata: Sikudhani ci ha raccontato con orgoglio di come ora sia vista dalla sua comunità come una donna che combatte per i propri diritti e per la propria attività economica, una donna che sta crescendo come imprenditrice.
Anche Magumo, appena 20 anni, è molto contenta per il suo business. Lei ha chiesto il prestito per sostenere e sviluppare il suo commercio di vestiti (ha infatti un piccolo negozietto in cui vende gli abiti tradizionali da cerimonia tanzaniani che compra a Dar es Salaam) e la sua attività di taglio e cucito. Anche lei ha notato i primi progressi: con il prestito ha potuto acquistare un numero maggiore di abiti e quindi aumentare le vendite; anche il numero di clienti sta piano piano aumentando perchè trova una scelta di vestiti più ampia e abiti meglio esposti. Magumo ha inoltre deciso di usare una parte del prestito per comprare subito uno stock di vestiti per questa stagione, ma conservare l’altra parte del prestito per acquistare un stock di vestiti più avanti, per accordarsi ai cambiamenti della moda e del mercato e offire ai clienti un servizio migliore. Anche lei, come Sikudhani, ha un marito che la sostiene e l’accompagna, anche se purtroppo sottolinea di come tante persone nel villaggio abbiano invece reagito al rafforzamento della sua attività con un misto di invidia e gelosia: gelosia per il fatto che lei abbia ricevuto il prestito e invidia di fronte al rischio di trovarsi le proprie attività compromesse o messe a rischio da una nuova “avversaria” sul mercato.  In ogni caso, sia Sikudhani che Maguno sono apparse molto determinate nel portare avanti la loro attività e nel farla crescere, guardando al futuro. Entrambe, mentre ci hanno consegnato la prima rata del ripagamento del prestito, ci hanno detto: “quando finiamo di pagare questo primo prestito, ne vogliamo chiedere un altro per sviluppare ancora di più le nostre attività!”. Ed entrambe ci hanno detto: “continuate ad aiutarci, è importante aiutare le ragazze, se nessuno ci aiuta per noi è cosi difficile sperare e realizzare un cambiamento!”.

Andiamo avanti e stiamo a vedere!

Bagamoyo, 30/01/2014

lunedì 23 settembre 2013

Interculturazione....una settimana di tante prime volte!





Questa settimana ho partecipato alla mia prima missione di monitoraggio nel distretto di Bagamoyo. Una settimana di tante prime volte. Una settimana di incontri, di strette di mano, di saluti che piano piano comincio ad imparare, di occhi che ti guardano e ti sorridono, di colori accesi, di veli sovrapposti uno sull’altro a coprire i corpi delle donne, di risate, di preghiere che senti venire la sera dalle moschee.
Sono partita con Chausiko, una mia collega di Bagea, e Peace, la facilitratice del CVM che segue i gruppi femminili di microcredito, i gruppi di vedove, i grupppi sulla violenza contro le donne e quelli dei progetti di sensibilizzazione in materia di educazione e diritto allo studio per le ragazze. Il monitoraggio era fatto per verificare l’andamento soprattutto di questi ultimi. A completare il gruppo Cristoph, l’autista. Un omone simpaticissimo che sa l’inglese ma non lo parla perchè la sua missione è insegnare lo swahili a tutti i volontari che arrivano.

3 giorni tra un susseguirsi di villaggi dai nomi esotici..Viguasa, Pera, Pingo, Diozile, Ubena, Bwilingu, Msoga (città di origine del presidente Kikwete), Mboga, Lugoba.. Ovunque storie e incontri, straordinari nella loro ordinarietà. Storie di povertà, di fatica, di diritti negati o non ancora consapevoli. Storie di piccola violenza ma anche di piccoli successi e di sorprese, come quando le donne del gruppo di microcredito di Bwilingu ci raccontano che da alcuni mesi fanno volontariato in ospedale e aiutano i bambini in difficoltà delle scuole vicine. Senza averne fatto la minima pubblicità. È difficile capire, colgo una parola in un discorso intero. Ma è bello anche cosi. Anche solo aspettare sotto un albero l’arrivo dei gruppi, anche solo guardare le persone negli occhi, strigere loro la mano..soprattutto quelle delle anziane, mani nodose, con le unghie cortissime e spesso tinte di giallo per la terra e il lavoro nei campi..e sorrisi acquosi e dolcissimi..anche quando ogni tanto gli occhi si velano di lacrime..







Giorni di prime volte....la prima volta in Guest House, sorta di piccoli affitta camere che qui trovi praticamente in ogni villaggio. La prima colazione alla tanzaniana, con un tazzone di thè alla cannella e muhogo, (la kasawa o patata dolce) tagliata a pezzi e fritta nell’olio che ti fa sentire sazio fino a sera. E il the allo zenzero fortissimo alla sera. E la frequentazione dei baretti-baracchini-locande sulla strada, dove puoi trovare riso con carne e fagioli, servito in piatti di latta che hanno tanti scomparti diversi per le diverse componenti del pranzo, e pesce fritto, e le immancabili chipsy – patatine fritte, che qui trovi ovunque e che ti vengono spesso portate “da asporto” dentro sacchietti di plastica nera..e ugali, la polenta bianca, e banane in tutte le salse, bollite, grigliate, servite con insalata di pomodori, in zuppa con la carne, con i fagioli... E le cameriere che ti portano una brocca d’acqua per lavarti le mani perchè poi si mangia con quelle, appallottolando il riso o l’ugali e intingendolo dentro le salse. E masai che sbucano da tutti gli angoli, vestiti con i tradizionali teli, i bastoni, i lobi delle orecchie forati che ci puoi fare passare dentro tre dita per i pesanti orecchini che portano, e sgommano via in moto..si sono modernizzati pure loro..
E Peace che la sera, quando siamo a cena, al calare della notte, piano piano mi spiega usi e costumi di questo paese e del suo popolo, mentre mi racconta di casa sua (lei non è originaria di Bagamoyo, ma della zona nord ovest al confine con il Rwanda), delle ricette tipiche, delle differenze che trovi spostandoti di pochi chilometri.








E i paesaggi..spazi immensi, brulli, alberi che sanno di Africa, proprio quelli che vedevo nei documentari da bambina quando sognavo di visitarla quest’Africa cosi lontana..e case di fango e case di cemento con i porticati, e greggi di capre e palme, e poi di nuovo terra brulla, baobab e nuvole.

Devo ancora trovare una definizione soddisfaciente di inculturazione. Per me adesso è anche questo.


Valentina Codeluppi, SVE Bagamoyo

lunedì 9 settembre 2013

Kazi njema!!





Eccomi qui, secondo giorno a Bagamoyo. É cosi strano. Ci sono momenti in cui mi sembra di sentire un non so che di familiare, di quotidianità. Altri in cui mi ricordo dove sono, e quanto è distante casa.
Sono già stata in ufficio CVM. In questi giorni è quasi vuoto perché tanti colleghi sono in field. E allora oggi, in un attimo di tempo, sono andata al mercato. Prima volta. Anche in Madagascar, il mio “battesimo del fuoco” era cominciato dal mercato. Ci sono andata con Situmai, la cuoca dell’ufficio. Lei non parla una parola di inglese, io ne so a mala pena due di swahili. Una coppia perfetta. Sono partita con una lista della spesa tradotta in swahili da Daniela. Ad ogni banchetto mostravo la lista alla mia fida accompagnatrice, lei chiedeva e mercanteggiava, poi mi scriveva i prezzi sul foglio – cosi riesco a imparare più o meno il valore delle cose – e poi pagavo. Pomodori, cetrioli, carote, arance, latte e yogurt che qui vendono in sacchetti di plastica come quelli delle mozzarelle. Ecco la spesa. Ho passato due ore cosi. Ascoltare, guardare, senza capire nulla o quasi, seguirla nell’intricato garbuglio delle stradine di Bagamoyo. Stradine di sabbia, polvere che la gente spazza agli angoli delle porte, polvere che ti entra negli occhi in questo periodo di vento, strade che sanno di spezie e di carbone bruciato. E botteghe da cui esce la musica, e macellerie dove i pezzi di carne stanno appesi ai chiodi nei muri di piastrelle celesti. Immagini e sensazioni che mi riportano al Madagascar. E nello stesso tempo qualcosa di sempre nuovo, di sempre diverso, che mi àncora stretta a questo presente e mi stupisce e un po’ mi spaventa. E mi lascia addosso un po’ di quella paura eccitata che si prova sempre davanti a quello che non si conosce. C’è odore di salsedine nell’aria. Forse è solo una mia suggestione, ma sento la vicinanza dal mare qui, e quel caldo umido tipico solo dei posti vicino all’acqua. E poi la donne velate che ondeggiano per le strade, bellissime nei loro veli multicolori che incorniciano i visi e proteggono dalla polvere. E poi i piki piki, le moto taxi che vedo qui per la prima volta. Per tornare in ufficio ne abbiamo presa una. In tre su una moto. Io aggrappata all’autista con i sacchetti della spesa. Situmai aggrappata a me con i suoi sacchetti.

I viaggi mi portano sempre a pensare. Anche quelli scomodi e brevi come questo. Mentre rischiavo di perdere pomodori dalle buste di plastica nera. Penso ai mesi che mi aspettano. Se saprò vivere appieno questo tempo e questa opportunità. Una delle poche espressioni che ho imparato (e che ricordo) ieri insegnatami da un collega è “Kazi njema”=“buon lavoro”. Mi auguro che non sia solo un’affermazione ma un augurio e un invito per i prossimi mesi.

Valentina Codeluppi (SVE Bagamoyo, Tanzania)